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(ansa)

Il putinismo all’italiana

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Dal lessico alle leggi, una strana concezione della giustizia del “governo del cambiamento”: che ci sta portando fuori dalla democrazia liberale
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C'è del metodo, in queste gaffe. Non siamo più nel campo delle cantonate, delle topiche e dei granchi. Giorno dopo giorno siamo scivolati su un crinale pericoloso. Ed è il momento di chiederci se questo "governo del cambiamento" non ci stia portando a poco a poco fuori dalla democrazia liberale, sotto la guida di un Matteo Salvini che ormai si muove con lo stile spavaldo e muscolare del suo statista di riferimento: Vladimir Putin. Perché non c'è più solo lui, che dopo aver negato l'attracco non a un barcone libico ma a una nave della Marina militare, pretende di decidere anche chi deve essere arrestato, come (in manette), quando (prima di sbarcare) e per quali reati (dirottamento). Come una macchia di petrolio nel mare piatto, questo putinismo all'italiana si allarga sempre di più: sono in tanti, a versare petrolio sul petrolio.

C'è l'alleata di complemento Giorgia Meloni, che adotta lo stesso l…
C'è del metodo, in queste gaffe. Non siamo più nel campo delle cantonate, delle topiche e dei granchi. Giorno dopo giorno siamo scivolati su un crinale pericoloso. Ed è il momento di chiederci se questo "governo del cambiamento" non ci stia portando a poco a poco fuori dalla democrazia liberale, sotto la guida di un Matteo Salvini che ormai si muove con lo stile spavaldo e muscolare del suo statista di riferimento: Vladimir Putin. Perché non c'è più solo lui, che dopo aver negato l'attracco non a un barcone libico ma a una nave della Marina militare, pretende di decidere anche chi deve essere arrestato, come (in manette), quando (prima di sbarcare) e per quali reati (dirottamento). Come una macchia di petrolio nel mare piatto, questo putinismo all'italiana si allarga sempre di più: sono in tanti, a versare petrolio sul petrolio.

C'è l'alleata di complemento Giorgia Meloni, che adotta lo stesso lessico spiccio e ruvido di Salvini e invoca l'abolizione del reato di tortura perché "impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro". C'è il grillino Vittorio Ferraresi, che avendo una laurea in Giurisprudenza è diventato sottosegretario alla Giustizia e al suo esordio nell'aula di Montecitorio avverte minacciosamente i deputati dell'opposizione che le critiche vanno bene, "ma certe inesattezze hanno rilievo penale", ignorando - o, peggio, fingendo di ignorare - che non un regolamento ma la Costituzione garantisce che "i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni". E c'è, alla Giustizia, l'altro sottosegretario (leghista) Jacopo Morrone, che non al Bar Sport ma a un corso organizzato dal Csm per 347 giudici tirocinanti si augura la scomparsa "delle correnti di sinistra" dei magistrati, come se la libertà di opinione fosse ammessa solo al centro o, preferibilmente, a destra.

Piccoli episodi, se presi uno per uno. Ma gli imperiosi diktat putiniani di Salvini - che sulla carta sarebbe il socio di minoranza di questo governo e invece si muove, parla e decide come se ne fosse il leader, anzi il capo - incontrano nel governo gialloverde la stessa resistenza di un gladio nella panna. Il ministro Toninelli - che sarebbe anche ministro della Marina mercantile, ma per sua disgrazia non sa distinguere un rimorchiatore da un incrociatore - offre all'alleato leghista la sua remissiva obbedienza all'ordine di chiudere i porti. Il vicepremier Luigi Di Maio, quando gli domandano cosa pensi degli ultimatum navali dell'altro vicepremier, risponde con il sorriso d'ordinanza che lui era "impegnato ad abolire i vitalizi", che non sarebbero di competenza del governo, "e sinceramente se Salvini abbia esagerato non me ne frega niente" (evidentemente tra i due c'è un patto esplicito: ognuno si fa il suo spot - io sui vitalizi e tu sui migranti - senza mettere il naso in quello che fa l'altro). Quanto al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dev'essere immerso in uno studio matto e disperatissimo per capire quali sono i suoi poteri, perché è assai singolare che i suoi ministri e sottosegretari inciampino ogni giorno sulla Costituzione senza che lui - un professore di Diritto - senta il bisogno di dire una parola. E deve pensarci il capo dello Stato, una sera di luglio, a ricordargli che in questo Paese l'azione penale spetta alla magistratura e non al ministro dell'Interno, e che il governo non può permettersi, per nessun motivo, di negare l'attracco a una nostra nave militare.

Unite con la matita questi puntini e vedrete apparire il volto - per noi spettrale, per altri salvifico - della putinocrazia in salsa tricolore. Una democrazia geneticamente modificata che dice addio a Montesquieu e alla separazione dei poteri per permettere finalmente al Capo di mantenere ciò che ha promesso al popolo. Magari senza più giudici di sinistra, con un ministro dell'Interno che può ordinare gli arresti, i deputati dell'opposizione processati per oltraggio al governo e una polizia libera di torturare. Siamo davvero sicuri che non sia questo, ciò che ci aspetta?