La politica e il mantra della periferia
Paolo Di Paolo , di PAOLO DI PAOLOLa prima riunione della nuova segreteria Pd si riunisce a Tor Bella Monaca, a Genova la Festa dell'Unità va a Pontedecimo: ma se fosse tardi per essere considerati "centro" dagli elettori?
Nella sempre più netta, e disperante, sensazione che le parole del discorso pubblico si siano scollate dalle cose, ci si mette pure la periferia. Il lemma che rimanda a "ciò che sta intorno" è diventato più che mai centrale. Lo slogan "ripartiamo dalle periferie", con innumerevoli varianti, ha avuto fortuna in diverse campagne elettorali, compresa l'ultima, e sulla bocca di esponenti politici di ogni sorta. Da Virginia Raggi (M5S) a Irene Pivetti (Movimento Italia Madre), che qualche settimana fa ha tenuto a battesimo l'evento "Anzio riparte dalle periferie", sul litorale romano. Il segretario Pd Maurizio Martina ha riunito ieri la prima segreteria a Tor Bella Monaca, sud-est della capitale, dove il partito si è fermato al 16 per cento. Provocando - come ha raccontato su Repubblica Giovanna Casadio - la legittima perplessità di qualche militante: "Perché non siete venuti prima?".
Gi&agrav…
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Nella sempre più netta, e disperante, sensazione che le parole del discorso pubblico si siano scollate dalle cose, ci si mette pure la periferia. Il lemma che rimanda a "ciò che sta intorno" è diventato più che mai centrale. Lo slogan "ripartiamo dalle periferie", con innumerevoli varianti, ha avuto fortuna in diverse campagne elettorali, compresa l'ultima, e sulla bocca di esponenti politici di ogni sorta. Da Virginia Raggi (M5S) a Irene Pivetti (Movimento Italia Madre), che qualche settimana fa ha tenuto a battesimo l'evento "Anzio riparte dalle periferie", sul litorale romano. Il segretario Pd Maurizio Martina ha riunito ieri la prima segreteria a Tor Bella Monaca, sud-est della capitale, dove il partito si è fermato al 16 per cento. Provocando - come ha raccontato su Repubblica Giovanna Casadio - la legittima perplessità di qualche militante: "Perché non siete venuti prima?".
Già: perché? Nello stesso giorno e dalla stessa area politica, arriva la notizia che a Genova la Festa dell'Unità trasloca dal centro città a Pontedecimo, quartiere un tempo molto rosso e ora molto giallo-verde. "Il Pd deve fare il suo percorso nel Paese reale", si legge in un tweet pomeridiano che invece suona surreale. Viene così da chiedersi quale dimensione dello spazio-tempo abbiano fin qui esplorato i dem. Ma è comodo affidarsi all'ironia tanto quanto affidarsi alla retorica. L'una e l'altra, alla lunga, ti si ritorcono contro. E nel caso del discorso - possiamo chiamarlo così? - periferico, sfugge sempre di mano il sottotesto. Già un decennio fa, fior di urbanisti ragionavano sui rischi dell'uso mai neutrale della parola "periferia". Dacché l'unica caratterizzazione è quella di povertà, disagio sociale, "chi parla di periferia enuncia, classifica. Valorizza o squalifica". Così osserva, nel recente "La periferia nuova", il sociologo Agostino Petrillo; e titola allusivamente "Periferie della politica, politica delle periferie" il capitolo in cui esplora la lunga tradizione di utilizzo del termine nell'agone pubblico. Cambiano le geografie elettorali, cadono - in qualunque banlieue - le antiche certezze ideologiche e elettorali, e tuttavia il discorso dei leader gira come un disco rotto. L'insicurezza, il degrado. La sicurezza, il decoro. Non c'è molto altro: un lago di opposte retoriche, dove comunque turbina e prevale quella delle promesse più minacciose ("pulizie di massa nelle periferie", Salvini dixit). E, tutto sommato, generiche: quasi che la geografia del mondo fosse davvero fatta di centri e periferie, di centri tutti uguali, di periferie tutte uguali; che la periferia fosse una sola, una colla di disagio e di disuguaglianze senza differenze, specificità, senza storie.
Non so se anche l'apologo che Menenio Agrippa pronunciò davanti ai plebei in rivolta nel 494 a.C. vada annoverato fra le furbizie retoriche di un console. Tuttavia, l'immagine di un corpo che langue e muore se lascia soffrire uno solo dei suoi arti, conserva una sua efficacia. E soprattutto fa intendere che centro e periferia sono punti di vista, rovesciabili senza grande sforzo. D'altra parte, sentirsi al centro - con una sicurezza che diventa arroganza, con una ottusità che diventa inerzia - è, alla lunga, il presupposto per ritrovarsi in periferia. Quando finisci per esserlo nel pensiero dei tuoi elettori, è tardi anche per organizzare la segreteria Pd a Tor Bella Monaca.
Già: perché? Nello stesso giorno e dalla stessa area politica, arriva la notizia che a Genova la Festa dell'Unità trasloca dal centro città a Pontedecimo, quartiere un tempo molto rosso e ora molto giallo-verde. "Il Pd deve fare il suo percorso nel Paese reale", si legge in un tweet pomeridiano che invece suona surreale. Viene così da chiedersi quale dimensione dello spazio-tempo abbiano fin qui esplorato i dem. Ma è comodo affidarsi all'ironia tanto quanto affidarsi alla retorica. L'una e l'altra, alla lunga, ti si ritorcono contro. E nel caso del discorso - possiamo chiamarlo così? - periferico, sfugge sempre di mano il sottotesto. Già un decennio fa, fior di urbanisti ragionavano sui rischi dell'uso mai neutrale della parola "periferia". Dacché l'unica caratterizzazione è quella di povertà, disagio sociale, "chi parla di periferia enuncia, classifica. Valorizza o squalifica". Così osserva, nel recente "La periferia nuova", il sociologo Agostino Petrillo; e titola allusivamente "Periferie della politica, politica delle periferie" il capitolo in cui esplora la lunga tradizione di utilizzo del termine nell'agone pubblico. Cambiano le geografie elettorali, cadono - in qualunque banlieue - le antiche certezze ideologiche e elettorali, e tuttavia il discorso dei leader gira come un disco rotto. L'insicurezza, il degrado. La sicurezza, il decoro. Non c'è molto altro: un lago di opposte retoriche, dove comunque turbina e prevale quella delle promesse più minacciose ("pulizie di massa nelle periferie", Salvini dixit). E, tutto sommato, generiche: quasi che la geografia del mondo fosse davvero fatta di centri e periferie, di centri tutti uguali, di periferie tutte uguali; che la periferia fosse una sola, una colla di disagio e di disuguaglianze senza differenze, specificità, senza storie.
Non so se anche l'apologo che Menenio Agrippa pronunciò davanti ai plebei in rivolta nel 494 a.C. vada annoverato fra le furbizie retoriche di un console. Tuttavia, l'immagine di un corpo che langue e muore se lascia soffrire uno solo dei suoi arti, conserva una sua efficacia. E soprattutto fa intendere che centro e periferia sono punti di vista, rovesciabili senza grande sforzo. D'altra parte, sentirsi al centro - con una sicurezza che diventa arroganza, con una ottusità che diventa inerzia - è, alla lunga, il presupposto per ritrovarsi in periferia. Quando finisci per esserlo nel pensiero dei tuoi elettori, è tardi anche per organizzare la segreteria Pd a Tor Bella Monaca.