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(ansa)

Lo strabismo etico sui migranti

Salvini ordina ai prefetti di negare asilo ai rifugiati: ma l'esistenza di un diritto non dipende dal governo di turno
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Migrante sì, migrante no. Il primo lo accogliamo (sia pure a denti stretti), perché scappa da una guerra o da un tiranno, perché è dunque titolare del diritto d’asilo, garantito dalla Costituzione. Il secondo lo respingiamo alla frontiera, perché è un migrante economico, perché scappa dalla fame. Su questa gerarchia delle sciagure si regge, da sempre, la nostra politica verso gli immigrati. Il nuovo ministro dell'Interno ha trasformato il sì in un nì, però la distinzione rimane inossidabile, scolpita nelle sentenze e nelle circolari amministrative, reputata ovvia a sinistra come a destra. Diciamolo: è un falso giuridico. Avallato dagli stessi giuristi, sulla scia d'una lettura avara delle garanzie costituzionali. Incoraggiato dall'assenza di una legge che restituisca qualche grammo di chiarezza sui requisiti dell'asilo, benché la nostra Carta - settant'anni fa - ne avesse…
Migrante sì, migrante no. Il primo lo accogliamo (sia pure a denti stretti), perché scappa da una guerra o da un tiranno, perché è dunque titolare del diritto d’asilo, garantito dalla Costituzione. Il secondo lo respingiamo alla frontiera, perché è un migrante economico, perché scappa dalla fame. Su questa gerarchia delle sciagure si regge, da sempre, la nostra politica verso gli immigrati. Il nuovo ministro dell'Interno ha trasformato il sì in un nì, però la distinzione rimane inossidabile, scolpita nelle sentenze e nelle circolari amministrative, reputata ovvia a sinistra come a destra. Diciamolo: è un falso giuridico. Avallato dagli stessi giuristi, sulla scia d'una lettura avara delle garanzie costituzionali. Incoraggiato dall'assenza di una legge che restituisca qualche grammo di chiarezza sui requisiti dell'asilo, benché la nostra Carta - settant'anni fa - ne avesse stabilito l'adozione. E infine vestito con il manto dell'ipocrisia, l'unico comune sentimento in quest'Italia dei risentimenti. 

Non è forse un'impostura, o quantomeno uno strabismo etico, impietosirsi per chi muore di spada chiudendo gli occhi su chi muore di fame? Difficile negarlo, anche se in queste faccende comanda la ragion di Stato. Così, la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (articolo 13) riconosce a chiunque il diritto d'uscire dal proprio Paese e di rientrarvi, ma non il diritto d'accasarsi altrove, non di scegliere il Paese in cui ricominciare un'esistenza dignitosa. Tuttavia l'asilo investe un grumo di situazioni estreme, d'esperienze tragiche, funeste. Ne è prova la stessa etimologia della parola (dal greco sylàn, che indicava l'azione predatoria dei pirati), nonché le sue costanti storiche (chi chiede asilo teme sempre per la propria vita). Ne è prova, soprattutto, l'articolo 10 della Costituzione italiana. In Assemblea costituente i comunisti volevano circoscriverlo ai perseguitati politici; prevalse invece la posizione dei cattolici, con una formula più larga, più indifferenziata. Sicché la norma costituzionale promette asilo nel nostro territorio allo straniero, qualora in patria gli venga impedito "l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana". Senza altri limiti, senza condizioni. Il limite, difatti, non alberga nella norma, bensì nella sua interpretazione. Ma davvero le "libertà democratiche" consistono unicamente nelle libertà politiche? Davvero l'ombrello costituzionale s'apre soltanto per i rifugiati (ossia per quanti subiscano specifici atti di persecuzione, secondo la Convenzione di Ginevra del 1951) e per chi fugga da un teatro di violenze? 

Il buon senso, quel poco che ne rimane in circolo, s'oppone a questa lettura riduttiva. Le libertà elencate nella Costituzione italiana sono ben più ampie delle libertà politiche, giacché comprendono l'arco dei diritti sociali: libertà "nello" Stato, anziché "dallo" Stato. E in ogni caso la prima libertà è quella di togliersi la fame, come disse un ex presidente della Consulta (Francesco Casavola) nel 1994. Infine la democrazia in sé, con i suoi riti, con le sue procedure, è il primo antidoto contro la miseria. Ne sono testimonianza gli studi di Amartya Sen, giacché i Paesi più poveri sono anche i meno democratici. 

Conclusione: se l'asilo spetta a chiunque resti orfano delle "libertà democratiche", allora esso spetta di diritto ai migranti economici, o almeno pure a loro. Si dirà: belle intenzioni (oppure pessime, dipende dai punti di vista); però mica possiamo metterci in casa tutta l'Africa. Risposta: allora ne riceveremo quanti sarà possibile, magari cominciando da donne e bambini, ma senza discriminare fra migranti economici e politici. Si dirà ancora: coi tempi che corrono, con Salvini che ordina ai prefetti di negare asilo ai rifugiati che ne avrebbero diritto, come potremmo accogliere chi non ne ha avuto mai diritto? È l'argomento del realismo, che in realtà sprofonda nel cinismo. E poi un diritto costituzionale c'è o non c'è, la sua esistenza non dipende dal governo di turno. Dipende da noi, dalla nostra capacità di riconoscerlo, e dargli forza, e sorreggerne il legittimo esercizio. Perché i diritti, come i migranti, muoiono, senza un popolo che offra il proprio asilo.