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(ansa)

Sulla lottizzazione della Rai Lega e 5 Stelle non sono credibili

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Matteo Salvini che oggi vuole fare le radiografie ai candidati ha partecipato a tutte le pratiche lottizzatorie della tv di stato e ha votato la legge Gasparri
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Solo chi è affetto da amnesia o nell'ultimo quarto di secolo non ha letto i giornali può apprezzare l'ultima uscita di Matteo Salvini, che adesso vuole fare le radiografie ai candidati per i vertici Rai. Il suo è il partito più vecchio della politica italiana, l'unico nato quando ancora la cosiddetta Prima Repubblica era in auge. E ha partecipato con imperturbabile costanza, quando se n'è presentata occasione, a tutte le pratiche lottizzatorie della tivù di Stato. A viale Mazzini ha piazzato consiglieri di amministrazione, direttori e vicedirettori di rete (fra questi anche un ex direttore del quotidiano di partito, la Padania, attualmente parlamentare del Movimento 5 stelle) con risultati spesso non particolarmente eccellenti: come del resto, va detto, tutte le formazioni politiche presenti in Parlamento. Per non parlare di come i partiti, tutti, hanno sempre condizionato pesantemente palinsesti e investimenti aziendali. Tanto…
Solo chi è affetto da amnesia o nell'ultimo quarto di secolo non ha letto i giornali può apprezzare l'ultima uscita di Matteo Salvini, che adesso vuole fare le radiografie ai candidati per i vertici Rai. Il suo è il partito più vecchio della politica italiana, l'unico nato quando ancora la cosiddetta Prima Repubblica era in auge. E ha partecipato con imperturbabile costanza, quando se n'è presentata occasione, a tutte le pratiche lottizzatorie della tivù di Stato. A viale Mazzini ha piazzato consiglieri di amministrazione, direttori e vicedirettori di rete (fra questi anche un ex direttore del quotidiano di partito, la Padania, attualmente parlamentare del Movimento 5 stelle) con risultati spesso non particolarmente eccellenti: come del resto, va detto, tutte le formazioni politiche presenti in Parlamento. Per non parlare di come i partiti, tutti, hanno sempre condizionato pesantemente palinsesti e investimenti aziendali. Tanto memorabile quanto economicamente infruttuosa fu la surreale partecipazione di Rai fiction-Rai cinema alla produzione di Barbarossa, polpettone ispirato dal Carroccio con la partecipazione straordinaria di Umberto Bossi.

Ma c'è di più. Per coloro ai quali fa difetto la memoria è opportuno rammentare che il partito del cui ceto dirigente l'attuale ministro dell'Interno nonché vicepresidente del Consiglio è esponente dal lontano 1993, ha votato nel 2004 la legge Gasparri: provvedimento che ha consegnato il potere di nomina di sette consiglieri di amministrazione della Rai su un totale di nove (articolo 20, comma 9) alla commissione parlamentare di vigilanza. Stabilendo di fatto, caso unico nel mondo delle società par azioni, il principio della lottizzazione partitica come principio fondamentale della gestione della tivù di Stato. A tale proposito è consigliabile (anche agli stessi grillini ora alleati del Carroccio) la lettura di un post pubblicato l'8 gennaio 2015 sul sito del Movimento 5 Stelle dal titolo "Salvini-Arlecchino: 20 anni di Lega serva di padron Berlusconi". Segue l'elenco puntuale delle norme approvate con il voto leghista che avrebbero favorito il Cavaliere, e nella lista fa bella mostra di sé proprio la legge Gasparri che avrebbe consentito a Mediaset, scrive il post, "una enorme crescita potenziale dei ricavi".

E quel sistema della lottizzazione per legge fa talmente comodo a tutti che nessuno si è mai sognato di metterlo in discussione seriamente. Capita così che il Movimento 5 Stelle, nella sua qualità di partito di maggioranza relativa, rivendichi il diritto a indicare il direttore generale, ossia la figura di maggior potere nell'azienda radiotelevisiva pubblica, nella persona dell'ex direttore de La7 Fabrizio Salini. Mentre la Lega di quel Salvini suo alleato di governo, che ora si propone di esaminare i candidati consiglieri, sostiene che la poltrona di presidente è roba sua. Avendo già una candidata pronta a occuparla, che non ha bisogno di fare l'analisi del sangue. Si chiama Giovanna Bianchi Clerici, è stata assessora alla Provincia di Varese e deputata della Lega Nord, nonché per sette anni consigliere di amministrazione della Rai in quota Carroccio: incarico a causa del quale è incappata in una disavventura piuttosto seria. Nel 2012 la Corte dei conti ha condannato a pagare 11 milioni di danno erariale i consiglieri Rai che votarono a favore della nomina a direttore generale dell'ex deputato Ccd Alfredo Meocci, che si trovava in una situazione di incompatibilità perché ex componente dell'Agcom. Fra cui, appunto, l'attuale presidente in pectore Giovanna Bianchi Clerici. Il successivo giudizio per abuso d'ufficio si è interrotto causa prescrizione.

Con queste premesse, ogni richiamo alla meritocrazia nella scelta dei candidati non può che far sorridere. Fa sorridere l'uscita di Salvini, ma non fa meno sorridere il metodo assolutamente stravagante scelto per la designazione dei candidati del Movimento 5 Stelle, che ha fatto emergere nella cinquina sottoposta al voto degli iscritti alla piattaforma Rousseau figure quantomeno discutibili per il profilo del conflitto d'interessi.
E dire che se si volessero fare, per una volta almeno, le cose seriamente, il sistema ci sarebbe. Un gruppo di associazioni espressioni della cosiddetta società civile, fra cui Riparte il futuro, ha ripetutamente chiesto ai partiti di impegnarsi a farla finita con la lottizzazione, e non soltanto a parole.

La proposta, avanzata in occasione delle ultime tornate elettorali, è quella di far precedere le nomine non soltanto dalla verifica dei curricula da parte di soggetti politicamente indipendenti, ma anche da pubblici dibattiti, nella più assoluta trasparenza. Molti politici hanno aderito all'idea, ma pochissimi l'hanno poi tradotta in pratica preferendo rifugiarsi nel vecchio collaudato meccanismo del manuale Cencelli. Il suggerimento di farne una legge vera e propria è invece caduto letteralmente nel vuoto. Tutti hanno fatto orecchie da mercante. Tutti, compresi leghisti e grillini. Indovinare perché non è difficile: basta vedere quello che sta accadendo con le nomine Rai. Dovevano essere un banco di prova decisivo per il cambiamento, sembrano la prova generale della restaurazione.