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Se il passato è una zavorra

La tabula rasa come programma politico, ma una Repubblica non può nascere con un'intervista estiva
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Torna con insistenza in queste settimane l'interrogativo sulle radici profonde della crisi del Paese. È saltata ogni connessione razionale, ogni giudizio di merito: la fine di un mondo, l'incompetenza che diventa un valore, l'ignoranza una virtù preziosa, la scienza un'opinione come tante. Per non parlare dei pericolosi fantasmi che popolano il nostro tempo: linguaggi xenofobi, insulti che massacrano il tessuto costituzionale, chiusure, prevaricazioni discriminatorie o razziste. Un elenco che tende a dilatarsi distribuendosi in modo caotico in un presente sospeso, invasivo e senza misura. 
Gli anniversari sono occasioni per riavvolgere il nastro degli eventi e delle memorie. Così facendo riaffiora la cesura del 1992, la frattura di un percorso politico e istituzionale costellata di arresti, tragici suicidi, inchieste e rivelazioni che travolgono un'intera classe politica e imprenditoriale. Come si scriveva allora con una certa enfasi: l&#…
Torna con insistenza in queste settimane l'interrogativo sulle radici profonde della crisi del Paese. È saltata ogni connessione razionale, ogni giudizio di merito: la fine di un mondo, l'incompetenza che diventa un valore, l'ignoranza una virtù preziosa, la scienza un'opinione come tante. Per non parlare dei pericolosi fantasmi che popolano il nostro tempo: linguaggi xenofobi, insulti che massacrano il tessuto costituzionale, chiusure, prevaricazioni discriminatorie o razziste. Un elenco che tende a dilatarsi distribuendosi in modo caotico in un presente sospeso, invasivo e senza misura. 
Gli anniversari sono occasioni per riavvolgere il nastro degli eventi e delle memorie. Così facendo riaffiora la cesura del 1992, la frattura di un percorso politico e istituzionale costellata di arresti, tragici suicidi, inchieste e rivelazioni che travolgono un'intera classe politica e imprenditoriale. Come si scriveva allora con una certa enfasi: l'architettura complessiva del sistema Paese. A ben guardare le diagnosi non sempre coincidono. Guido Crainz ha puntato il dito sull'involuzione della sinistra che appare come un deserto incolto e arido, Emanuele Felice - sempre su queste pagine - ha messo al centro lo squilibrio pericoloso tra la forza della maggioranza e le tante debolezze dell'opposizione. E in parallelo, mentre si fa strada l'incultura istituzionale che mette sotto accusa il Parlamento, si rafforza il rampante costume delle spartizioni lottizzate di poltrone, nomine, funzioni. 
Da dove cominciare? Quali gli indicatori più solidi e robusti di difficoltà che appaiono insormontabili? Tra questi merita un posto di rilievo la superficiale dimestichezza che ha contraddistinto il rapporto con il passato: segmenti selezionati e proposti a uso e consumo del primo interlocutore, un supermercato disponibile senza regole o metodologie con richiami insufficienti e confusi a stagioni lontane. Spesso e volentieri l'idea che bisognasse sfruttare il vento favorevole liberandosi dal peso di una zavorra ingombrante. Un effetto catartico, una salvezza palingenetica che diventa una sorta di programma politico: buttare tutto, azzerare culture, storie, collocazioni internazionali per poter finalmente raggiungere traguardi ambiziosi. E invece, come spesso accade, la storia presenta il suo conto. Come si può pensare di far nascere e morire le repubbliche a partire da un'intervista estiva, da un progetto di legge elettorale, da un'inchiesta dai risvolti scandalistici o da una nuova formazione politica che siede in Parlamento? Una confusione voluta e strumentale che ha fatto perdere di vista la direzione di marcia di una comunità nazionale. 
Le responsabilità sono di tanti negli oltre 25 anni che abbiamo alle spalle. Se si smarrisce il senso della rotta possibile, di uno sforzo collettivo verso traguardi condivisi tutto diventa più oscuro e incerto. Il campo diventa fertile per vecchie e nuove inquietudini, terreno ideale per gli agenti delle paure convinti di poter proporre e organizzare nuove strategie di inclusione nella cittadinanza: reazioni scomposte e irrazionali che segnano le forme della democrazia contemporanea fidandosi magari di numeri inventati, fenomeni sovrastimati, propaganda (parola dal suono antico) costruita intenzionalmente. Una tendenza globale, al momento inarrestabile, che ha avuto significative torsioni e accelerazioni dalle nostre parti. 
Non si può mettere tutto sullo stesso piano in un passato indistinto e inafferrabile: meriti ed errori, passi avanti e battute d'arresto, limiti e conquiste, vittime e carnefici, soprusi e diritti. Prima, seconda, terza Repubblica, una successione estemporanea e improvvisata come se il cuore del problema fosse proprio quello di prendere le distanze, marcare un territorio, presentarsi all'appuntamento con il futuro senza vincoli, memorie persino culture di riferimento. Una finta scorciatoia, un pericoloso stratagemma che non promette nulla di buono.