Se Londra rischia la fine di Weimar
Timothy Garton Ash , di TIMOTHY GARTON ASHPotremmo trovarci di fronte una Gran Bretagna acida e rabbiosa. Un pericolo per se stessa e per i Paesi limitrofi
Tra un anno o due potremmo ritrovarci di fronte a una Gran Bretagna acida e rabbiosa: una società lacerata da conflitti interni e difficoltà economiche, tradita dalle classi dirigenti, concentrato malsano di umiliazione e rancore. Una nazione simile rappresenta un pericolo, per se stessa e per i Paesi limitrofi.
È una prospettiva che si realizzerà in tempi ravvicinati, più rapidamente, se, in assenza di un accordo sulla Brexit, la Gran Bretagna uscirà dall'Unione Europea con "orribili conseguenze", per citare la massima carica dell'amministrazione statale. Tra queste si prospettano code chilometriche di tir a Dover, paralisi dei voli, intervento dell'esercito per distribuire cibo e medicinali. In un caos del genere gli idrofobi tabloid britannici incolperebbero senz'altro i maledetti europei - soprattutto i francesi - chiedendo il blocco immediato della contribuzione all'Ue. Dominic Raab, nuovo ministro per …
È una prospettiva che si realizzerà in tempi ravvicinati, più rapidamente, se, in assenza di un accordo sulla Brexit, la Gran Bretagna uscirà dall'Unione Europea con "orribili conseguenze", per citare la massima carica dell'amministrazione statale. Tra queste si prospettano code chilometriche di tir a Dover, paralisi dei voli, intervento dell'esercito per distribuire cibo e medicinali. In un caos del genere gli idrofobi tabloid britannici incolperebbero senz'altro i maledetti europei - soprattutto i francesi - chiedendo il blocco immediato della contribuzione all'Ue. Dominic Raab, nuovo ministro per …
Tra un anno o due potremmo ritrovarci di fronte a una Gran Bretagna acida e rabbiosa: una società lacerata da conflitti interni e difficoltà economiche, tradita dalle classi dirigenti, concentrato malsano di umiliazione e rancore. Una nazione simile rappresenta un pericolo, per se stessa e per i Paesi limitrofi.
È una prospettiva che si realizzerà in tempi ravvicinati, più rapidamente, se, in assenza di un accordo sulla Brexit, la Gran Bretagna uscirà dall'Unione Europea con "orribili conseguenze", per citare la massima carica dell'amministrazione statale. Tra queste si prospettano code chilometriche di tir a Dover, paralisi dei voli, intervento dell'esercito per distribuire cibo e medicinali. In un caos del genere gli idrofobi tabloid britannici incolperebbero senz'altro i maledetti europei - soprattutto i francesi - chiedendo il blocco immediato della contribuzione all'Ue. Dominic Raab, nuovo ministro per la Brexit, ha già detto che Londra non pagherà i 39 milioni di sterline concordati per il divorzio se non si arriverà a un accordo soddisfacente. I britannici indignati continueranno a chiedersi per quale motivo le loro forze armate debbano proteggere gli europei che li fregano, e se non sia il caso di riprendere la tradizionale politica britannica del divide et impera sul continente.
Si potrebbe arrivare in tempi più lunghi a una situazione del genere anche nel caso in cui gli altri 27 Stati membri dell'Ue imponessero alla Gran Bretagna un divorzio umiliante - una versione moderata e burocratica in tempo di pace del trattato di Versailles, l'accordo punitivo imposto alla Germania dopo la prima Guerra mondiale, che pose il germe del revisionismo nazionalista tedesco. I fautori britannici della Brexit vociferano già di una Brexit 2.0, a seguito e modifica di qualsiasi accordo raffazzonato per consentire l'uscita formale dall'Ue il 29 marzo 2019.
Sarebbe esagerato un parallelo con la Germania di Weimar? In realtà sì. Non ho certo in mente 6 milioni di disoccupati o l'ascesa di un nuovo Hitler, né che Boris Johnson scateni una guerra mondiale, ma senza dubbio è meglio enfatizzare il rischio, in modo che tutti aprano gli occhi, piuttosto che fare come tanti nostri partner sul continente che negli ultimi due anni hanno sottovalutato i pericoli che la Brexit, e soprattutto una Brexit mal gestita, comporta per l'Europa.
Diciamocelo, sono già successe cose ritenute impensabili anche solo qualche anno fa. Un partito nazionalista di estrema destra che in Germania eguaglia nei sondaggi il consenso dei socialdemocratici? Impossibile! Un narcisista bugiardo e xenofobo alla presidenza Usa che minaccia la guerra nucleare su Twitter? Impossibile!
Per scongiurare il pericolo di una "Weimar britannica" servirà buon senso su entrambe le sponde della Manica. Sul versante britannico abbiamo bisogno di tre elementi tradizionalmente associati al nostro Paese, che però ultimamente scarseggiano: un realismo pragmatico, un processo democratico credibile, e un forte senso civico. Con tutte le sue pecche, il Libro Bianco di May sulla Brexit va in direzione del realismo pragmatico. Le persone serie all'interno del governo sanno benissimo che la Gran Bretagna dovrà scendere ad altri compromessi per arrivare a un accordo con gli altri 27 Stati membri dell'Ue.
Dando per scontato che i 27 siano a loro volta pronti, il passo successivo di un processo democratico credibile è il "voto decisivo" del Parlamento britannico sull'accordo, in termini realistici ipotizzabile alla fine di quest'anno o l'inizio del prossimo. A quel punto si apriranno varie possibilità, tra cui la conclusione di un accordo che garantisca una minima maggioranza parlamentare, la bocciatura dell'accordo seguita da nuovi negoziati, nuove elezioni, oppure un secondo referendum.
Al momento la palla è in mano all'Ue. Stranamente i leader dell'Ue a 27 non si confrontano seriamente sulla Brexit in termini strategici dalla primavera del 2017. Da allora il negoziato è affidato al gruppo della Commissione europea guidato da Michel Barnier, funzionari statali, giuristi e teologi di Bruxelles che hanno avuto validi motivi per essere intransigenti, tutelare gli interessi dell'Irlanda e l'integrità del mercato unico, ed evitare che l'accordo con la Gran Bretagna fosse così allettante da indurre altri Paesi a seguirne l'esempio, pretendendo la botte piena e la moglie ubriaca. Ma mi colpisce che alcuni dei più validi esperti britannici filoeuropei come Charles Grant del Centre for European Reform, inizino a sostenere che l'approccio dell'Europa a 27 sia troppo rigido, esigente e punitivo. L'esclusione della Gran Bretagna dal progetto Galileo (l'alternativa europea al Gps) è stato uno schiaffo gratuito.
Tuttavia i nostri partner europei potevano pretendere a buona ragione che May spiegasse in dettaglio le sue intenzioni, per risponderle a tono. Bene, ora May lo ha fatto. La prima risposta di Bruxelles è stata cauta e cortese, tesa in particolare a chiarire il cosiddetto backstop, l'accordo di garanzia per mantenere aperto il confine interno in Irlanda. Ma in un ragguardevole articolo un gruppo di autori, tra cui Norbert Röttgen, presidente della Commissione affari esteri del Bundestag, e l'esperto francese Jean Pisani-Ferry, hanno sostenuto che l'Ue dovrebbe ragionare in termini politici, non solo burocratici. Va proprio escluso, ad esempio, un qualche compromesso sul tema della mobilità della manodopera se la Gran Bretagna intende restare nel mercato unico per le merci? Al di là di questi dettagli, il gruppo indica la necessità di una riflessione strategica da parte dei leader europei sul possibile futuro dei rapporti tra le due sponde della Manica nell'arco di 5-10 anni - il che impone necessariamente una riflessione anche sul futuro dell'Ue.
Se si vuole evitare il rischio di una "Weimar britannica", con tutte le conseguenze negative per il resto d'Europa, i leader europei devono impegnarsi da subito in questo dibattito di ordine strategico, che Paesi come l'Irlanda (per la quale il rapporto tra Regno Unito e Ue ha valore esistenziale), la Germania e l'Olanda (importanti partner economici spesso allineati con la posizione del Regno Unito) e la Polonia (che dipende per la sua sicurezza dall'impegno in tal senso di Paesi come la Gran Bretagna) dovrebbero sollecitare. E il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk farebbe bene a inserirlo nell'agenda del meeting dei leader Ue che si terrà a Salisburgo il 20 settembre.
In preparazione, i leader europei non farebbero male a fare un ripasso di storia nelle ferie d'agosto, compresa quella europea del Novecento, in cui risuonano i campanelli d'allarme "Versailles" e "Weimar", ma suggerirei anche Il Sacro Romano Impero, opera magistrale di Peter Wilson. Il saggio dimostra che quella primitiva Unione Europea durò tanto a lungo perché seppe adattarsi al mutare delle circostanze, convivendo con le diversità e le complessità ineliminabili in Europa, senza porre deroghe alle sue finalità e alla sua fede. Credo possa essere di valido insegnamento nella realtà di oggi.
Traduzione di Emilia Benghi
È una prospettiva che si realizzerà in tempi ravvicinati, più rapidamente, se, in assenza di un accordo sulla Brexit, la Gran Bretagna uscirà dall'Unione Europea con "orribili conseguenze", per citare la massima carica dell'amministrazione statale. Tra queste si prospettano code chilometriche di tir a Dover, paralisi dei voli, intervento dell'esercito per distribuire cibo e medicinali. In un caos del genere gli idrofobi tabloid britannici incolperebbero senz'altro i maledetti europei - soprattutto i francesi - chiedendo il blocco immediato della contribuzione all'Ue. Dominic Raab, nuovo ministro per la Brexit, ha già detto che Londra non pagherà i 39 milioni di sterline concordati per il divorzio se non si arriverà a un accordo soddisfacente. I britannici indignati continueranno a chiedersi per quale motivo le loro forze armate debbano proteggere gli europei che li fregano, e se non sia il caso di riprendere la tradizionale politica britannica del divide et impera sul continente.
Si potrebbe arrivare in tempi più lunghi a una situazione del genere anche nel caso in cui gli altri 27 Stati membri dell'Ue imponessero alla Gran Bretagna un divorzio umiliante - una versione moderata e burocratica in tempo di pace del trattato di Versailles, l'accordo punitivo imposto alla Germania dopo la prima Guerra mondiale, che pose il germe del revisionismo nazionalista tedesco. I fautori britannici della Brexit vociferano già di una Brexit 2.0, a seguito e modifica di qualsiasi accordo raffazzonato per consentire l'uscita formale dall'Ue il 29 marzo 2019.
Sarebbe esagerato un parallelo con la Germania di Weimar? In realtà sì. Non ho certo in mente 6 milioni di disoccupati o l'ascesa di un nuovo Hitler, né che Boris Johnson scateni una guerra mondiale, ma senza dubbio è meglio enfatizzare il rischio, in modo che tutti aprano gli occhi, piuttosto che fare come tanti nostri partner sul continente che negli ultimi due anni hanno sottovalutato i pericoli che la Brexit, e soprattutto una Brexit mal gestita, comporta per l'Europa.
Diciamocelo, sono già successe cose ritenute impensabili anche solo qualche anno fa. Un partito nazionalista di estrema destra che in Germania eguaglia nei sondaggi il consenso dei socialdemocratici? Impossibile! Un narcisista bugiardo e xenofobo alla presidenza Usa che minaccia la guerra nucleare su Twitter? Impossibile!
Per scongiurare il pericolo di una "Weimar britannica" servirà buon senso su entrambe le sponde della Manica. Sul versante britannico abbiamo bisogno di tre elementi tradizionalmente associati al nostro Paese, che però ultimamente scarseggiano: un realismo pragmatico, un processo democratico credibile, e un forte senso civico. Con tutte le sue pecche, il Libro Bianco di May sulla Brexit va in direzione del realismo pragmatico. Le persone serie all'interno del governo sanno benissimo che la Gran Bretagna dovrà scendere ad altri compromessi per arrivare a un accordo con gli altri 27 Stati membri dell'Ue.
Dando per scontato che i 27 siano a loro volta pronti, il passo successivo di un processo democratico credibile è il "voto decisivo" del Parlamento britannico sull'accordo, in termini realistici ipotizzabile alla fine di quest'anno o l'inizio del prossimo. A quel punto si apriranno varie possibilità, tra cui la conclusione di un accordo che garantisca una minima maggioranza parlamentare, la bocciatura dell'accordo seguita da nuovi negoziati, nuove elezioni, oppure un secondo referendum.
Al momento la palla è in mano all'Ue. Stranamente i leader dell'Ue a 27 non si confrontano seriamente sulla Brexit in termini strategici dalla primavera del 2017. Da allora il negoziato è affidato al gruppo della Commissione europea guidato da Michel Barnier, funzionari statali, giuristi e teologi di Bruxelles che hanno avuto validi motivi per essere intransigenti, tutelare gli interessi dell'Irlanda e l'integrità del mercato unico, ed evitare che l'accordo con la Gran Bretagna fosse così allettante da indurre altri Paesi a seguirne l'esempio, pretendendo la botte piena e la moglie ubriaca. Ma mi colpisce che alcuni dei più validi esperti britannici filoeuropei come Charles Grant del Centre for European Reform, inizino a sostenere che l'approccio dell'Europa a 27 sia troppo rigido, esigente e punitivo. L'esclusione della Gran Bretagna dal progetto Galileo (l'alternativa europea al Gps) è stato uno schiaffo gratuito.
Tuttavia i nostri partner europei potevano pretendere a buona ragione che May spiegasse in dettaglio le sue intenzioni, per risponderle a tono. Bene, ora May lo ha fatto. La prima risposta di Bruxelles è stata cauta e cortese, tesa in particolare a chiarire il cosiddetto backstop, l'accordo di garanzia per mantenere aperto il confine interno in Irlanda. Ma in un ragguardevole articolo un gruppo di autori, tra cui Norbert Röttgen, presidente della Commissione affari esteri del Bundestag, e l'esperto francese Jean Pisani-Ferry, hanno sostenuto che l'Ue dovrebbe ragionare in termini politici, non solo burocratici. Va proprio escluso, ad esempio, un qualche compromesso sul tema della mobilità della manodopera se la Gran Bretagna intende restare nel mercato unico per le merci? Al di là di questi dettagli, il gruppo indica la necessità di una riflessione strategica da parte dei leader europei sul possibile futuro dei rapporti tra le due sponde della Manica nell'arco di 5-10 anni - il che impone necessariamente una riflessione anche sul futuro dell'Ue.
Se si vuole evitare il rischio di una "Weimar britannica", con tutte le conseguenze negative per il resto d'Europa, i leader europei devono impegnarsi da subito in questo dibattito di ordine strategico, che Paesi come l'Irlanda (per la quale il rapporto tra Regno Unito e Ue ha valore esistenziale), la Germania e l'Olanda (importanti partner economici spesso allineati con la posizione del Regno Unito) e la Polonia (che dipende per la sua sicurezza dall'impegno in tal senso di Paesi come la Gran Bretagna) dovrebbero sollecitare. E il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk farebbe bene a inserirlo nell'agenda del meeting dei leader Ue che si terrà a Salisburgo il 20 settembre.
In preparazione, i leader europei non farebbero male a fare un ripasso di storia nelle ferie d'agosto, compresa quella europea del Novecento, in cui risuonano i campanelli d'allarme "Versailles" e "Weimar", ma suggerirei anche Il Sacro Romano Impero, opera magistrale di Peter Wilson. Il saggio dimostra che quella primitiva Unione Europea durò tanto a lungo perché seppe adattarsi al mutare delle circostanze, convivendo con le diversità e le complessità ineliminabili in Europa, senza porre deroghe alle sue finalità e alla sua fede. Credo possa essere di valido insegnamento nella realtà di oggi.
Traduzione di Emilia Benghi