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(ansa)

Le trappole del fortino tv

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Sulla Rai, proprio su Mamma Rai, rischia di cascare l'asinello sovranista a cinque stelle. Altro che rivoluzione, altro che culturale
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Il vicepresidente Di Maio non ha paura dell'enfasi. La sera dei risultati elettorali proclamò "la Terza Repubblica"; durante le consultazioni disse che si stava "scrivendo la Storia"; l'altro giorno, rottamando l'aeroplanone di Renzi, ha stabilito che si trattava della "fine dell'ancien régime", l'altroieri, individuati i possibili governanti della Rai, ha solennizzato l'accordo di potere come una "rivoluzione culturale".

Può essere che dipenda dall'uso dei social, dietro la cui perentoria e necessitata brevità sembra riaffacciarsi la più bolsa retorica, ma sulla Rai, proprio su Mamma Rai, la più potente sfuggente e spietata delle madri del potere, rischia di cascare l'asinello sovranista a cinque stelle, patapunfete! - altro che rivoluzione, altro che culturale.

E non solo perché queste nomine devono ancora essere approvate da un tipetto, Berlusconi, che qualcosi…
Il vicepresidente Di Maio non ha paura dell'enfasi. La sera dei risultati elettorali proclamò "la Terza Repubblica"; durante le consultazioni disse che si stava "scrivendo la Storia"; l'altro giorno, rottamando l'aeroplanone di Renzi, ha stabilito che si trattava della "fine dell'ancien régime", l'altroieri, individuati i possibili governanti della Rai, ha solennizzato l'accordo di potere come una "rivoluzione culturale".

Può essere che dipenda dall'uso dei social, dietro la cui perentoria e necessitata brevità sembra riaffacciarsi la più bolsa retorica, ma sulla Rai, proprio su Mamma Rai, la più potente sfuggente e spietata delle madri del potere, rischia di cascare l'asinello sovranista a cinque stelle, patapunfete! - altro che rivoluzione, altro che culturale.

E non solo perché queste nomine devono ancora essere approvate da un tipetto, Berlusconi, che qualcosina in fatto di tv conterà pure. E nemmeno perché nello stesso mondo di Di Maio la faccenda pareva destinata ad altra procedura: esattamente un mese fa, da una finestra dell'hotel Forum, senza mostrare il volto ma con un megafono in mano, Grillo aveva reso l'annuncio della privatizzazione di due reti: "Questo dice l'Elevato e di questo accontentatevi".

Al netto della perentorietà, non era chiaro se si dovesse accogliere come una speranza o come una minaccia. Ma l'ala concretista dei cinque stelle, evidentemente, aveva altri progetti. Con golosa ingenuità sempre Di Maio ha promesso che la Rai dovrà diventare Netflix. Di solito chi detiene il comando pensa che l'azienda debba trasformarsi a sua immagine, più o meno. Qualche anno fa Veltroni disse che il modello della Rai doveva essere la Banca d'Italia. Non molto tempo dopo, era il giugno del 2012, un'alta dirigente di Via Nazionale, Anna Maria Tarantola, divenne in effetti presidente dell'azienda. E fu il segno che i tecnici - perfino i tecnici! (c'era il governo Monti) - avevano messo la zampa su Viale Mazzini. Tarantola stette lì per anni tre, insieme a Gubitosi, di cui nell'ambiente più pettegolo d'Europa si disse che era manovrato da un lobby di ex allievi dell'Istituto Pontano di Napoli con diramazioni nell'Opus Dei - vatti a fidare.

La storia e la memoria sono nemiche della polemica spicciola, dell'inevitabile dietrologia e un po' alleviano anche la paura di questi nuovi e misteriosi designati renzoidi e specialmente filo putiniani che si sono manifestati anzitempo a colpi di incauti tweet che oggi si rimangerebbero volentieri.

Il punto di partenza è che la Rai è bottino di guerra. Per cui, dopo che gli astuti democristiani se la divisero per un quarto di secolo con i socialisti e poi anche con i comunisti, fu dei professori, poi parzialmente dei progressisti, poi drammaticamente dei berlusconiani (l'Editto di Sofia, la struttura Delta, il proliferare dei produttori, dalla signora Bocchino a Barbareschi, fino ai Balducci e i Tullianos), poi fu dei tecnici tarantolati, appunto, quindi dei renzisti assatanati delle Leopolde e dell'uomo solo al comando, il povero Campo Dall'Orto, che però - guarda i casi della vita! - fecero tilt praticamente da soli, per quanto male accompagnati.

Ma il punto d'arrivo di tale processo è che proprio per il fatto di essere così docilmente passata di mano in mano, la Rai si è rafforzata nei suoi pregi e nei suoi difetti divenendo un'entità sempre più inespugnabile. Cioè oggi non solo è l'unica sopravvissuta ad altre ragguardevoli mamme italiane (la Dc, la Lira, la Fiat, la legge proporzionale); ma ogni volta ha illuso, mortificato e mandato in bianco i suoi ardenti conquistatori che al grido di sempre, "libertà e sacco!", si agitavano, s'inorgoglivano e s'ingaglioffivano nel farla loro con nomine, affari, stipendioni, marchette, ritardi tecnologici, scemenze, martiri, lenocini e zoccolume.

Il racconto meriterebbe una strepitosa antologia di debolezze e sacrifici umani, e una triste storia di assoggettamento e dissipazione professionale. Ma fra i due cavalli che segnano, anche dal punto di vista simbolico, i suoi estremi confini - quello morente e tragico sotto Viale Mazzini e quell'altro allegro e dorato cioccolatone da scartare a Saxa Rubra - la Rai rimane fermamente la Rai. Per cui, più che far paura, fanno tenerezza i designati della rivoluzione culturale. Li vedi sorridere in foto, e quasi li piangi, prima ancora che si siano seduti sulle vane poltrone del più ridondante e irrealistico cambiamento.