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Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (ansa)

Marcello Foa presidente Rai: il battesimo dello stato d'eccezione

Se è diversa la forma, la sostanza è la stessa: sulla Rai il "governo del cambiamento" sta facendo esattamente quello che facevano i "governi della conservazione". Con una variante, adesso, che rende tutto più scivoloso e pericoloso. Lo schiaffo alle Camere su Foa è uno strappo politico-istituzionale che non avevamo conosciuto nemmeno nella stagione buia del "berlusconismo da combattimento"
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Ora sappiamo cos'è la "rivoluzione culturale" annunciata da Di Maio e perfezionata da Salvini con le nomine Rai. La presa del potere, a qualunque costo politico e istituzionale. Il governo che si fa Stato, storpiandone le funzioni. Il pugno della maggioranza che si abbatte sul Parlamento, forzandone le regole. Con la scelta di andare avanti comunque con la nomina di Marcello Foa alla presidenza del servizio pubblico radiotelevisivo, nonostante il voto contrario della Commissione di Vigilanza, il piccolo Mao Zedong di Pomigliano e il piccolo Orbán di Milano fanno un altro passo verso quello "Stato d'eccezione" di cui abbiamo già visto i prodromi nel respingimento forzato dei migranti e nella "querela di Stato" contro Saviano.

Non siamo anime belle. Non ci scandalizza la lottizzazione in sé. È una costante del potere, di tutti i colori e in tutte le Repubbliche conosciute dal 1948. Non c'è stata maggior…
Ora sappiamo cos'è la "rivoluzione culturale" annunciata da Di Maio e perfezionata da Salvini con le nomine Rai. La presa del potere, a qualunque costo politico e istituzionale. Il governo che si fa Stato, storpiandone le funzioni. Il pugno della maggioranza che si abbatte sul Parlamento, forzandone le regole. Con la scelta di andare avanti comunque con la nomina di Marcello Foa alla presidenza del servizio pubblico radiotelevisivo, nonostante il voto contrario della Commissione di Vigilanza, il piccolo Mao Zedong di Pomigliano e il piccolo Orbán di Milano fanno un altro passo verso quello "Stato d'eccezione" di cui abbiamo già visto i prodromi nel respingimento forzato dei migranti e nella "querela di Stato" contro Saviano.

Non siamo anime belle. Non ci scandalizza la lottizzazione in sé. È una costante del potere, di tutti i colori e in tutte le Repubbliche conosciute dal 1948. Non c'è stata maggioranza uscita dalle urne che non abbia promesso "via le mani dei partiti dalla Rai", salvo poi entrarci dentro anche con i piedi. Le norme sulla governance di Viale Mazzini sono sempre state ispirate a questo codice binario: occupazione, spartizione. La pessima Legge Gasparri dell'era berlusconiana (che l'allora presidente della Repubblica Ciampi rinviò alle Camere) e la brutta riforma dell'era renziana (che oggi, per la solita eterogenesi dei fini, consegna proprio ai nemici lega-stellati il controllo totale del Cda).

Ma qui siamo oltre. Ci saremmo aspettati altro, dal sedicente "governo del cambiamento" che ha trionfato alle elezioni del 4 marzo con la promessa di fare piazza pulita di un intero "sistema", con le sue logiche efferate e le sue pratiche deviate. In realtà finora è cambiato poco e niente. Dalle purghe staliniane alle Ferrovie fino alle scelte confuse sulle Olimpiadi invernali del 2026, tutte le sterzate della rancorosa macchina da guerra gialloverde sembrano guidate da due soli moventi, che precedono e prescindono dall'interesse del Paese. Da un lato, un malcelato ossessivo e quasi sempre fine a se stesso "spirito di vendetta" contro il vecchio "regime".

Dall'altro lato, un richiamo vuoto e retorico a una continua ma inesistente palingenesi "nuovista". Tutto è pateticamente "storico", nella narrazione avventizia dei legastellati: dal decreto dignità (la "Waterloo del precariato") ai nuovi vertici Rai (la "Rivoluzione culturale", appunto).

Se è diversa la forma, la sostanza è la stessa. Il "governo del cambiamento" sta facendo esattamente quello che facevano i "governi della conservazione". Con una variante, adesso, che rende tutto più scivoloso e pericoloso. Lo schiaffo alle Camere su Foa è uno strappo politico-istituzionale che non avevamo conosciuto nemmeno nella stagione buia del "berlusconismo da combattimento". Ma è purtroppo coerente con lo spirito dei tempi, sempre più permeato dal "leghismo di guerra". In questa chiave, la candidatura di Foa va difesa proprio per le ragioni che in una democrazia liberale e occidentale lo renderebbero inadeguato a guidare la prima azienda culturale del Paese. Perché è un sovranista dichiarato, un ammiratore della democratura russa putiniana, un no-euro e un no-vax, un propalatore seriale di fake news funzionali alla propaganda nazional-populista (dai 150mila riservisti Usa pronti a sferrare l'attacco a Mosca allo staff di Hillary Clinton dedito alle orge sataniche, dai tweet "disgustati" contro Mattarella a quelli disgustosi sulle unghie laccate della povera Josefa).

Insomma, Foa va portato alla presidenza Rai proprio perché NON è un "presidente di garanzia", nel quale si dovrebbe poter riconoscere la maggior parte dei cittadini-utenti che pagano il canone (in passato ce ne sono stati pochi, ma ce ne sono stati). Ma perché È un "presidente di parte", un ideal-tipo di questa nuova destra dominante, che dice di voler trasformare il servizio pubblico radiotelevisivo nella cassa di risonanza della sua nuova egemonia culturale. Un azzardo che non riuscì compiutamente neanche a Berlusconi, oggi per paradosso in prima linea nella "resistenza" insieme al Pd. Ma non facciamoci illusioni: per tornare ad essere "alternativa", e non solo "opposizione", la sinistra deve ripartire da se stessa. Senza inseguire "l'altra destra" che esiste solo nella mente del vecchio e ammaccato leader forzista, ormai ridotto a Cavalier Servente di Salvini.