✕
(ansa)

La diaspora dei giovani nati al Sud

Ascolta l'audio

Il rapporto Svimez spiega che dal Mezzogiorno scappano i giovani e chi cerca lavoro, ma stavolta se ne vanno i laureati: il capitale umano
3 minuti di lettura
Dal Sud ormai si scappa. Scappano i giovani, scappa chi cerca lavoro. Scappano, soprattutto, i laureati: negli ultimi sedici anni se ne sono andati via in cerca di fortuna, verso il Nord o all'estero, 218.771. I numeri dell'ultimo rapporto Svimez riportano l'orologio del Mezzogiorno indietro agli esodi biblici del dopoguerra. Con una differenza: che non fuggono più i disperati con la valigia di cartone. Stavolta se ne va il capitale umano. In tutte le regioni del Sud i laureati che si trasferiscono nel Centro Nord superano il 27%. In Abruzzo sono il 33,6. In Basilicata, quasi il 34.

"Una perdita inesorabile", sentenziano gli studiosi della Svimez, che "ha provocato un grave depauperamento della struttura demografica e del tessuto sociale". Dal 2002 al 2016 hanno lasciato il Sud un milione 883.872 residenti, e di questi 783.511 non sono più tornati. Come se una città poco più piccola di Napoli fosse stata cancellata dalle map…
Dal Sud ormai si scappa. Scappano i giovani, scappa chi cerca lavoro. Scappano, soprattutto, i laureati: negli ultimi sedici anni se ne sono andati via in cerca di fortuna, verso il Nord o all'estero, 218.771. I numeri dell'ultimo rapporto Svimez riportano l'orologio del Mezzogiorno indietro agli esodi biblici del dopoguerra. Con una differenza: che non fuggono più i disperati con la valigia di cartone. Stavolta se ne va il capitale umano. In tutte le regioni del Sud i laureati che si trasferiscono nel Centro Nord superano il 27%. In Abruzzo sono il 33,6. In Basilicata, quasi il 34.

"Una perdita inesorabile", sentenziano gli studiosi della Svimez, che "ha provocato un grave depauperamento della struttura demografica e del tessuto sociale". Dal 2002 al 2016 hanno lasciato il Sud un milione 883.872 residenti, e di questi 783.511 non sono più tornati. Come se una città poco più piccola di Napoli fosse stata cancellata dalle mappe. Il bello è che i tre quarti degli emigrati sono giovani di età compresa fra i 15 e i 34 anni: 564.796, numero pari agli abitanti dell'intera Basilicata. E siccome il fenomeno non accenna a diminuire, le previsioni sono terrificanti. Anche perché se nel dopoguerra l'emigrazione era più che compensata dalle nascite, adesso nemmeno più quello. Con il risultato che il "peso demografico del Sud" è in caduta libera: siamo ormai al 34,2% della popolazione italiana, due punti meno d'inizio secolo.

Ormai dal 2012 il numero dei morti, anno dopo anno, supera quello dei nati vivi: nel 2017 la differenza è stata di 51.483 unità. Prima d'ora, nella storia dell'Unità d'Italia si era verificato solo due volte dopo le epidemie di colera del 1866 e di influenza spagnola del 1918. Anche il contributo dell'immigrazione è sempre più flebile, tanto da far stimare che nel 2065 le Regioni meridionali avranno perso quasi un quarto degli abitanti. Da 20,7 a 15,7 milioni: 5 milioni 22.083 persone volatilizzate. Di conseguenza, ammonisce la Svimez, il Mezzogiorno diventerà l'area più vecchia d'Italia e sarà fra le ripartizioni più anziane d'Europa, con un'età media che crescerà dagli attuali 43,3 anni a 51,6 anni. Con le ripercussioni economiche e sociali del caso.

Il Sud sta dunque morendo. Il dramma è che ciò accade nell'indifferenza più totale della politica, della burocrazia, della finanza, degli apparati produttivi e di potere: dell'intera classe dirigente. "Il Sud sprofonda", titolava la Repubblica il 25 novembre 1980, dopo il devastante terremoto dell'Irpinia. Il fatto è che dopo essere sprofondato non si è mai risollevato. Il prodotto interno lordo cresce meno che nel resto del Paese, ed è una costante quasi da sempre. A dispetto della retorica. Così oggi la ricchezza media di un meridionale rispetto a quella di un suo concittadino del Centro-Nord è più o meno la stessa di settant'anni fa: intorno al 60%, se va bene. Come se nulla fosse accaduto.

Invece in mezzo c'è stata la Cassa del Mezzogiorno, poi i soldi dell'Intervento straordinario, i mostruosi finanziamenti per il sisma irpino e il diluvio di denari alle Regioni. Che insieme hanno finito spesso per alimentare sprechi e ruberie: vero. Senza però dimenticare il decennio di governi a trazione leghista con il Sud eliminato del tutto dall'agenda se non per rastrellare voti e consenso. La Svimez dice ora che "la riunificazione" fra il Mezzogiorno e il resto d'Italia "reclama azioni non convenzionali". Ha ragione da vendere. Peccato che non siano state avvistate neppure quelle convenzionali. Diversamente lo stato dei servizi pubblici non sarebbe così avvilente.

Ancora la Svimez denuncia che in Campania l'efficienza della pubblica amministrazione tocca appena il 61% della regione più virtuosa, il Trentino-Alto Adige. Ed è il valore più alto. Poi si scende al 60 in Sardegna, al 53 in Abruzzo, al 43 in Puglia, al 42 in Basilicata, al 40 in Sicilia e al 39 in Calabria. Dice tutto lo stato di cose della sanità, con 33.922 cittadini calabresi e 32.098 campani costretti a trasferirsi al Nord nel 2016 per ricoveri acuti e una percentuale di famiglie impoverite a causa della spesa sanitaria privata tripla in Campania rispetto alla media italiana.

Negli anni ne abbiamo sentite di tutti i colori. Per esempio, non c'è governo che non abbia propagandato il rilancio dei fondi europei che languono nei cassetti regionali (l'ha detto ieri anche la nuova ministra del Sud Barbara Lezzi). Ma quello che è sempre mancato non sono certo le parole. È la volontà di affrontare con determinazione il problema: tanto da far sorgere il sospetto che tutto sommato vada bene così. E questo fa ancora più rabbia.