Il decreto della decrescita
Massimo Giannini , di MASSIMO GIANNINIDi Maio esulta per il via libera al suo testo. La "Waterloo del precariato", la "rivoluzione culturale" del lavoro, l'ha definito. Ma questa nuova legge non sarà nessuna delle due cose
Dopo sessantotto giorni di parole al vento, il Parlamento approva la prima legge della nuova era pentaleghista. E naturalmente, manco a dirlo, è "una giornata storica". Come sentiamo enfaticamente e stancamente ripetere dal giorno del giuramento del "normal man" Giuseppe Conte. E come accade sempre nel tempo mitico dei populismi, che celebrano ogni atto annunciato o compiuto come un'epifania rivoluzionaria. Stavolta lo slogan è "dignità": nel vocabolario escatologico del grillismo "di governo" integra e completa il grido "onestà", che ha scandito la campagna elettorale del Movimento "di lotta".
Di Maio esulta per il via libera definitivo del "suo" decreto. La "Waterloo del precariato", la "rivoluzione culturale" del lavoro. Non sarà nessuna delle due cose, ovviamente. Ma il vicepremier, dal suo punto di vista, ha buone ragioni per festeggiare. Nei suoi prim…
Di Maio esulta per il via libera definitivo del "suo" decreto. La "Waterloo del precariato", la "rivoluzione culturale" del lavoro. Non sarà nessuna delle due cose, ovviamente. Ma il vicepremier, dal suo punto di vista, ha buone ragioni per festeggiare. Nei suoi prim…
Dopo sessantotto giorni di parole al vento, il Parlamento approva la prima legge della nuova era pentaleghista. E naturalmente, manco a dirlo, è "una giornata storica". Come sentiamo enfaticamente e stancamente ripetere dal giorno del giuramento del "normal man" Giuseppe Conte. E come accade sempre nel tempo mitico dei populismi, che celebrano ogni atto annunciato o compiuto come un'epifania rivoluzionaria. Stavolta lo slogan è "dignità": nel vocabolario escatologico del grillismo "di governo" integra e completa il grido "onestà", che ha scandito la campagna elettorale del Movimento "di lotta".
Di Maio esulta per il via libera definitivo del "suo" decreto. La "Waterloo del precariato", la "rivoluzione culturale" del lavoro. Non sarà nessuna delle due cose, ovviamente. Ma il vicepremier, dal suo punto di vista, ha buone ragioni per festeggiare. Nei suoi primi due mesi di vita, il "governo del cambiamento" è stato preso in ostaggio da Salvini, che ha trasformato il Viminale in un'Agenzia del rancore e da quell'avamposto ha dettato l'agenda con i suoi deliri securitari, imprimendo il marchio della destra sovranista e orbanista all'intera coalizione gialloverde.
Con il "decreto dignità" i Cinque Stelle rimettono provvisoriamente in asse l'alleanza e la riequilibrano "a sinistra", sui temi almeno sulla carta più congeniali al proprio elettorato: la lotta alle disuguaglianze, la giustizia sociale. Verranno i tempi del conflitto, dalla legge di stabilità alle grandi opere, in una maggioranza che resta cementata più sul potere che sui valori. Ma per ora l'orgoglio grillino è risarcito, dopo settimane di imbarazzante subalternità alla feroce propaganda della Lega.
Ma se dalla politica si passa all'economia, il quadro è ben diverso. Il leader pentastellato può esultare quanto vuole, suonando la solita grancassa contro le élite e i poteri forti, che aveva poco senso quando stava all'opposizione, figurarsi adesso che governa. "Cittadini 1 - Sistema 0", dice Di Maio. Come se la battaglia per la difesa dei diritti, la lotta per la buona occupazione, le strategie per la crescita si giocassero in un derby insensato tra il popolo e la Spectre, e non fossero invece una gigantesca sfida collettiva, che interroga insieme tutti i fattori della produzione, il capitale e il lavoro, e tutti gli attori sociali e istituzionali, la politica e l'impresa, il sindacato che tutela i garantiti e il vasto mondo dei "fantasmi" che in questi anni nessuno ha protetto.
Il "decreto dignità" è animato da intenzioni nobili, ma infarcito di soluzioni sterili. Era ed è giusto rimettere mano al grande tema della flessibilità, e hanno sbagliato partiti e aziende a declinarlo troppo spesso come precarietà. Era ed è giusto correggere il "Jobs Act", e ha sbagliato il Pd a non farlo quando governava. Di per sé, non c'è niente di male a ridurre da 36 a 24 mesi la durata dei contratti a termine, a reintrodurre la causale dopo i 12 mesi, a limitare a quattro i rinnovi consecutivi.
Il contratto a tempo indeterminato "a tutele crescenti" doveva essere la soluzione di tutti i mali, così come l'abolizione dell'articolo 18 avrebbe dovuto finalmente indurre le imprese ad assumere, e le grandi multinazionali a investire massicciamente in Italia.
Purtroppo le cose non sono andate così. Dopo il boom del 2016, con 29 miliardi di dollari, gli investimenti diretti esteri sono tornati a calare, mentre i contratti a tempo determinato hanno raggiunto il record storico dei 3,1 milioni. Dunque, un argine ai "lavoretti", un freno a quei 2 milioni di "fast jobs" che durano tra i tre e i trenta giorni, andrà pur messo, senza che questo venga vissuto come uno "stimolo alla disoccupazione". È certo deprecabile che con le nuove norme 8 mila precari l'anno rischino di diventare disoccupati (come ha calcolato Tito Boeri). Ma è altrettanto deprecabile che le aziende che hanno preso "a tempo" questi 8 mila ragazzi li mollino per strada solo perché hanno raggiunto i 24 mesi, invece di stabilizzarli con un'assunzione definitiva.
Detto questo, il vero problema è l'impianto "culturale" di questo provvedimento, così come dell'intera Grillonomics che gli fa da sfondo. Tutto risponde alla logica non solo e non tanto del disincentivo, ma addirittura della rivalsa nei confronti degli industriali. Di Maio, con un eufemismo napoletano, li chiama "i potentati economici e le lobby". Grillo, col suo "sfascismo" venezuelano, li bolla come "i pizzicagnoli del lavoro", i "piranha", la "foresta di gufi assiepata a invocare il dio del turbocapitalismo". E proprio nel giorno in cui il "decreto dignità" diventa legge, il capocomico brinda perché Foodora annuncia la sua uscita dal mercato italiano, un addio che "meriterebbe un giorno di festa nazionale".
Il capitalismo tricolore ha le sue responsabilità, nel declino di questi decenni: ha investito poco e accumulato molto. E Foodora ha responsabilità anche maggiori, per il modo in cui ha gestito i "riders" a una manciata di euro a consegna. Ma un governo serio e responsabile ha il dovere di concertare con il mondo delle imprese un nuovo patto sociale, non il diritto di considerarlo un sotto-mondo di cowboy. Ha il dovere di studiare il mercato, le filiere, i distretti. Di elaborare una politica industriale inclusiva e non punitiva. Di sostenere le grandi opere, non di sabotarle. Senza impresa non c'è crescita né lavoro. E ogni impresa che se ne va dall'Italia è un funerale, altro che festa.
Purtroppo tutto questo sfugge al Movimento, che sembra ancora perduto nel giardino d'infanzia della decrescita felice, anticapitalista e antiestablishment. Di Maio già prepara la prossima sfida sul reddito di cittadinanza. "I soldi ci sono", assicura. Dove siano, nessuno lo sa. Adesso più che mai vale lo schema di inizio legislatura: se non fanno quello che hanno promesso, saltano i loro elettorati. Se lo fanno, salta l'Italia, che quest'anno - per inciso - crescerà dell'1,1 per cento. Esattamente come Cuba.
Di Maio esulta per il via libera definitivo del "suo" decreto. La "Waterloo del precariato", la "rivoluzione culturale" del lavoro. Non sarà nessuna delle due cose, ovviamente. Ma il vicepremier, dal suo punto di vista, ha buone ragioni per festeggiare. Nei suoi primi due mesi di vita, il "governo del cambiamento" è stato preso in ostaggio da Salvini, che ha trasformato il Viminale in un'Agenzia del rancore e da quell'avamposto ha dettato l'agenda con i suoi deliri securitari, imprimendo il marchio della destra sovranista e orbanista all'intera coalizione gialloverde.
Con il "decreto dignità" i Cinque Stelle rimettono provvisoriamente in asse l'alleanza e la riequilibrano "a sinistra", sui temi almeno sulla carta più congeniali al proprio elettorato: la lotta alle disuguaglianze, la giustizia sociale. Verranno i tempi del conflitto, dalla legge di stabilità alle grandi opere, in una maggioranza che resta cementata più sul potere che sui valori. Ma per ora l'orgoglio grillino è risarcito, dopo settimane di imbarazzante subalternità alla feroce propaganda della Lega.
Ma se dalla politica si passa all'economia, il quadro è ben diverso. Il leader pentastellato può esultare quanto vuole, suonando la solita grancassa contro le élite e i poteri forti, che aveva poco senso quando stava all'opposizione, figurarsi adesso che governa. "Cittadini 1 - Sistema 0", dice Di Maio. Come se la battaglia per la difesa dei diritti, la lotta per la buona occupazione, le strategie per la crescita si giocassero in un derby insensato tra il popolo e la Spectre, e non fossero invece una gigantesca sfida collettiva, che interroga insieme tutti i fattori della produzione, il capitale e il lavoro, e tutti gli attori sociali e istituzionali, la politica e l'impresa, il sindacato che tutela i garantiti e il vasto mondo dei "fantasmi" che in questi anni nessuno ha protetto.
Il "decreto dignità" è animato da intenzioni nobili, ma infarcito di soluzioni sterili. Era ed è giusto rimettere mano al grande tema della flessibilità, e hanno sbagliato partiti e aziende a declinarlo troppo spesso come precarietà. Era ed è giusto correggere il "Jobs Act", e ha sbagliato il Pd a non farlo quando governava. Di per sé, non c'è niente di male a ridurre da 36 a 24 mesi la durata dei contratti a termine, a reintrodurre la causale dopo i 12 mesi, a limitare a quattro i rinnovi consecutivi.
Il contratto a tempo indeterminato "a tutele crescenti" doveva essere la soluzione di tutti i mali, così come l'abolizione dell'articolo 18 avrebbe dovuto finalmente indurre le imprese ad assumere, e le grandi multinazionali a investire massicciamente in Italia.
Purtroppo le cose non sono andate così. Dopo il boom del 2016, con 29 miliardi di dollari, gli investimenti diretti esteri sono tornati a calare, mentre i contratti a tempo determinato hanno raggiunto il record storico dei 3,1 milioni. Dunque, un argine ai "lavoretti", un freno a quei 2 milioni di "fast jobs" che durano tra i tre e i trenta giorni, andrà pur messo, senza che questo venga vissuto come uno "stimolo alla disoccupazione". È certo deprecabile che con le nuove norme 8 mila precari l'anno rischino di diventare disoccupati (come ha calcolato Tito Boeri). Ma è altrettanto deprecabile che le aziende che hanno preso "a tempo" questi 8 mila ragazzi li mollino per strada solo perché hanno raggiunto i 24 mesi, invece di stabilizzarli con un'assunzione definitiva.
Detto questo, il vero problema è l'impianto "culturale" di questo provvedimento, così come dell'intera Grillonomics che gli fa da sfondo. Tutto risponde alla logica non solo e non tanto del disincentivo, ma addirittura della rivalsa nei confronti degli industriali. Di Maio, con un eufemismo napoletano, li chiama "i potentati economici e le lobby". Grillo, col suo "sfascismo" venezuelano, li bolla come "i pizzicagnoli del lavoro", i "piranha", la "foresta di gufi assiepata a invocare il dio del turbocapitalismo". E proprio nel giorno in cui il "decreto dignità" diventa legge, il capocomico brinda perché Foodora annuncia la sua uscita dal mercato italiano, un addio che "meriterebbe un giorno di festa nazionale".
Il capitalismo tricolore ha le sue responsabilità, nel declino di questi decenni: ha investito poco e accumulato molto. E Foodora ha responsabilità anche maggiori, per il modo in cui ha gestito i "riders" a una manciata di euro a consegna. Ma un governo serio e responsabile ha il dovere di concertare con il mondo delle imprese un nuovo patto sociale, non il diritto di considerarlo un sotto-mondo di cowboy. Ha il dovere di studiare il mercato, le filiere, i distretti. Di elaborare una politica industriale inclusiva e non punitiva. Di sostenere le grandi opere, non di sabotarle. Senza impresa non c'è crescita né lavoro. E ogni impresa che se ne va dall'Italia è un funerale, altro che festa.
Purtroppo tutto questo sfugge al Movimento, che sembra ancora perduto nel giardino d'infanzia della decrescita felice, anticapitalista e antiestablishment. Di Maio già prepara la prossima sfida sul reddito di cittadinanza. "I soldi ci sono", assicura. Dove siano, nessuno lo sa. Adesso più che mai vale lo schema di inizio legislatura: se non fanno quello che hanno promesso, saltano i loro elettorati. Se lo fanno, salta l'Italia, che quest'anno - per inciso - crescerà dell'1,1 per cento. Esattamente come Cuba.