L’appello di Cacciari, commenti e lettere
Nadia Urbinati , di NADIA URBINATI e MARCO TULLIO GIORDANAIl documento del filosofo e di altri intellettuali e politici per un fronte anti-sovranista in Europa continua a registrare adesioni e contribuiti
Per l'Europa dei diritti
di NADIA URBINATINominare i diritti non basta a rendere una politica coerente con i diritti. Ce lo dobbiamo ricordare quando il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, propone di distribuire i diritti secondo la sua concezione di persona e di relazioni interpersonali. Quando vuole, nel nome dei diritti, promuovere la sua visione di "italiani", di "cittadini" e di "famiglia". Come se non avessimo una Costituzione. Come se non avessimo sottoscritto convenzioni internazionali ed europee sui diritti, i quali, dalla fine dei totalitarismi, non sono più SOLO dei connazionali o di una parte della popolazione. I diritti non sono proprietà di nessuno, nemmeno (o soprattutto) della maggioranza. Il rovesciamento proposto dal ministro dell'Interno stravolge i diritti facendone strumenti di discriminazione e di esclusione. Non è questa la loro natura. E soprattutto, non è questa l'Italia (e l'Eu…
Per l'Europa dei diritti
di NADIA URBINATINominare i diritti non basta a rendere una politica coerente con i diritti. Ce lo dobbiamo ricordare quando il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, propone di distribuire i diritti secondo la sua concezione di persona e di relazioni interpersonali. Quando vuole, nel nome dei diritti, promuovere la sua visione di "italiani", di "cittadini" e di "famiglia". Come se non avessimo una Costituzione. Come se non avessimo sottoscritto convenzioni internazionali ed europee sui diritti, i quali, dalla fine dei totalitarismi, non sono più SOLO dei connazionali o di una parte della popolazione. I diritti non sono proprietà di nessuno, nemmeno (o soprattutto) della maggioranza. Il rovesciamento proposto dal ministro dell'Interno stravolge i diritti facendone strumenti di discriminazione e di esclusione. Non è questa la loro natura. E soprattutto, non è questa l'Italia (e l'Europa) nella quale la nostra cultura etico-politica è radicata, come Massimo Cacciari e altri intellettuali hanno scritto nell'appello-manifesto che hanno lanciato dalle pagine di questo giornale.
L'Italia repubblicana non nacque né autarchica né nazionalista. Con la firma del Trattato di Pace di Parigi (10 febbraio 1947), il governo italiano si impegnava a sostenere alcuni dei diritti alla cui formulazione l'Assemblea costituente stava lavorando da diversi mesi. La Costituzione ha dato all'Italia un legittimo passaporto a partecipare a pieno titolo alla comunità internazionale, che nel Dopoguerra, con l'istituzione delle Nazioni unite e poi con l'inizio dei trattati che avrebbero dato il via all'Unione europea, si apprestava a trasformare radicalmente sia il vecchio ordine internazionale (fondato su Stati sovrani assoluti) sia quello più recente (nazionalista e totalitario) che aveva affossato la "Società delle nazioni" e attuato politiche imperiali, in Europa e fuori.
Ricordiamo a chi lo ha dimenticato o non l'ha mai saputo che la nostra Costituzione - quella di "noi italiani" - ha radici in un contesto internazionale che non è nazional-sovranista. Ha le sue fonti normative in un ordine internazionale di diritti umani. A queste condizioni, l'Italia repubblicana ha potuto essere fra gli Stati fondatori del Consiglio d'Europa, fra i firmatari della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, e fra i destinatari originari dell'attività giurisdizionale della Corte europea per i diritti dell'uomo, nonché fra gli Stati membri fondatori di quella che poi diventò l'Unione europea.
Il sistema europeo di protezione dei diritti fondamentali non è un privilegio degli europei certificati. La Seconda guerra mondiale ha chiuso il capitolo tristissimo dei "diritti di qualcuno" e ha aperto la strada a una visione universalista, che ha radici sia illuministe sia cristiane. Non relativista, come lo è invece il sovranismo, che assegna i diritti in base a una predefinita appartenenza comunitaria. Questo è il progetto che chi governa a Varsavia, a Budapest, a Vienna e a Roma vorrebbe rilanciare. Un progetto che si appella alla cultura cristiana, ma recintata dentro i confini degli Stati, per cristiani selezionati.
L'Europa dei nazionalismi è stata purtroppo un capitolo della storia politica del vecchio continente, come l'altra Europa, quella che ha dato vita a una rete sovrannazionale di diritti. Anche oggi, due Europe si contendono la vita pubblica e civile del continente. L'una ha in passato prodotto campi di battaglia e di sterminio; oggi, rinasce servendosi dell'arma dei confini europei, per respingere chi viene da "fuori" o per discriminare chi vive tra noi come extra-comunitario. L'altra ha avuto la lungimiranza di creare le condizioni di un mondo libero e aperto; oggi, è accusata di essere relativista, come se universalisti fossero i fanatici del "noi prima e soprattutto". Ci troviamo come in un mondo rovesciato. Contro il quale si impone una scelta di campo netta.
Il bullismo ci fa muti
di MARCO TULLIO GIORDANA
Due cose da ragazzino mi hanno molto colpito. Una: i 12 professori che nel 1931 rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo (sono pochi, vale la pena ricordarli: Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vida, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Francesco Ruffini, Edoardo Ruffini Avondo, Lionello Venturi, Vito Volterra). L'altra: le leggi per la difesa della razza promulgate nel 1938 nell'acquiescenza totale, nel sonno generatore di mostri.
Mi sorprendeva nel primo caso che solo in 12 si fossero impuntati, nel secondo che nessuno avesse ardito protestare. Certo, sotto dittatura, senza partiti e con gli oppositori in galera o al confino, era forse impossibile qualsiasi reazione. Chi ebbe il coraggio di pronunciarsi non è stato solo un eroe, ma anche vestale che ha salvato la dignità del Paese. Sono sempre minoranze all'inizio, élite, figure solitarie, ci vuole tempo perché la loro testimonianza diventi communis opinio, pensiero condiviso.
Oggi stiamo assistendo a qualcosa di analogo. Anche se capisco l'allergia in automatico ogni volta che si evoca il Ventennio, l'analogia è proprio nel silenzio degli innocenti, il mutismo di fronte al bullismo e alle spacconate, la timidezza da struzzi, l'attesa che passi la nuttata sperando che ci pensi qualcun altro. Lo spread, i mercati (buoni quelli!), l'Europa o il ritorno vendicatore dei magistrati. Intanto il web, con la sua fama di randellatore implacabile, sembra una polizia capace d'intercettare perfino i nostri pensieri, fa più paura della Stasi o della tropa de elite brasiliana, gli squadroni della morte che vengono a cercarti a casa.
In realtà, niente è più facilmente manipolabile della Rete. Non ci sono masse rivoluzionarie in fermento, manipoli organizzati, armi nel sottoscala, ma piccoli centri, uffici, postazioni, persone singole. Anche molti interessi economici in ballo, parliamoci chiaro, dentro e fuori i confini della penisola. A cercare in quella direzione verranno fuori sorprese interessanti. Una formazione politica moderna, visto che non lo fanno le autorità, dovrebbe attrezzarsi anche con una sua intelligence a contrastare attacchi e provocazioni (anziché accontentarsi del cinguettio quotidiano del capo di turno, pago del consenso entrobordo).
Massimo Cacciari, e prima di lui Roberto Saviano, hanno gettato il sasso nello stagno. Impossibile non rispondere, impossibile non essere solidali.
L'opinione dei lettori
La proposta di creare un fronte antisovranista deve trovare realizzazione avendo presente che la tradizionale forma di partecipazione politica, il partito, si dimostra oggi inadeguata. Dire “fronte antisovranista” significa innanzitutto affermare con forza e coerenza di comportamenti che la via della costruzione europea non ha alternative. Ma bisogna dare a questo obiettivo contenuti immediati che affrontino i problemi vitali che stanno travolgendo milioni di italiani. Per far questo occorre costruire una nuova sinistra di governo aperta ad alleanze con forze che convergano sull’obiettivo di ricostruire un’indispensabile coesione sociale che si è spappolata. Quindi lavoro di intellettuali e lavoro di persone che vogliano spendersi nella politica per sfuggire ai pericoli che abbiamo di fronte a causa dell’alleanza di una forza dominata dal pauperismo e di una forza chiaramente animata da obiettivi che richiamano il fascismo.
Franco Tegoni — Parma
Sono una vostra lettrice. Tra i vari appelli che sottolineano l’urgenza di intervenire contro l’ondata populista, sovranista nel nostro Paese, quello di Massimo Cacciari mi è parso il più efficace. Tra le varie personalità a cui chiedere un contributo suggerisco Fabrizio Barca. Dove è finito Barca? Fate presto, vi prego. Ho paura che sia già tardi.
Grazia P.
Ringrazio Massimo Cacciari per il suo appello e lo prego di rinnovarlo mensilmente per tutta la campagna elettorale già in corso. Voteremo tra meno di dieci mesi: le previsioni fanno capire che saranno già chiari i danni economici e finanziari destinati a ricadere sulle spalle (e nelle tasche) di tutti, compresi i troppi che hanno seguito “le voci” reclamanti “onestà, onestà”. Non è difficile immaginare che i governanti diranno che la colpa è tutta dell’Europa. La dichiarata (da anni) avversione per la libertà di informazione non illuda: dovremo difenderla noi cittadini. Ancora una volta con la schiena dritta.
— Giancarla Codrignani
Purtroppo temo che il benemerito appello di Massimo Cacciari sia insufficiente perché manca oggi in Italia un’aggregazione di opinioni e di forze strutturata che possa assumersi la leadership di un forte movimento di contrasto e di azioni: ovvero quello che fino a qualche decennio fa si chiamava “partito”. Sotto questo aspetto, l’Italia è diventato un deserto, e non vedo nessuna fortezza Bastiani a presidiarla e nessun tenente Drogo pronto a combattere i “tartari”. Gli anni del renzismo, con la pressoché unanime e acritica adesione di tutto il gruppo dirigente del Pd, hanno lasciato l’Italia in un vuoto ideologico e di democrazia di cui non si vede, per ora, una via uscita. Dunque ben venga l’appello, al quale aderisco molto volentieri e auguro il successo che merita, magari risvegliando le coscienze di tanti intellettuali per indurli a far sentire la loro voce forse, oggi, troppo timorosa.
— Giorgio Castriota