Il vento di protesta nelle periferie
Piero Colaprico , di PIERO COLAPRICOC'è il rischio di veder congelati molti progetti di rinnovamento. Ancora una volta i non-luoghi sembrano servire per riempire le urne, poi tornano nel dimenticatoio
Le città, si dice, non finiscono in periferia, ma le città cominciano dalla periferia. Questo concetto fa fatica a passare. Anzi da qualunque prospettiva le si guardi, resta il fatto che le periferie d'Italia erano e sono "eterne incompiute". Le figlie sfortunate del dio minore delle metropoli. E ora, almeno ad ascoltare il vento di protesta che s'è alzato all'improvviso e soffia forte da Nord a Sud, dall'Anci a Forza Italia, dal sindaco Sala di Milano al sindaco Pizzarotti di Parma, a Reggio Calabria come a Udine, le nostre periferie si risvegliano nervose, e dentro un collettivo "abbandono percepito".
L'allarme è cominciato l'altra sera. Appena è stato votato in Senato il decreto Milleproroghe del governo Lega M5S, ci si è accorti - letteralmente strada per strada, Comune per Comune - che si concretizzava il gigantesco rischio di veder congelati d'improvviso, e senza un minimo di condivisione …
L'allarme è cominciato l'altra sera. Appena è stato votato in Senato il decreto Milleproroghe del governo Lega M5S, ci si è accorti - letteralmente strada per strada, Comune per Comune - che si concretizzava il gigantesco rischio di veder congelati d'improvviso, e senza un minimo di condivisione …
Le città, si dice, non finiscono in periferia, ma le città cominciano dalla periferia. Questo concetto fa fatica a passare. Anzi da qualunque prospettiva le si guardi, resta il fatto che le periferie d'Italia erano e sono "eterne incompiute". Le figlie sfortunate del dio minore delle metropoli. E ora, almeno ad ascoltare il vento di protesta che s'è alzato all'improvviso e soffia forte da Nord a Sud, dall'Anci a Forza Italia, dal sindaco Sala di Milano al sindaco Pizzarotti di Parma, a Reggio Calabria come a Udine, le nostre periferie si risvegliano nervose, e dentro un collettivo "abbandono percepito".
L'allarme è cominciato l'altra sera. Appena è stato votato in Senato il decreto Milleproroghe del governo Lega M5S, ci si è accorti - letteralmente strada per strada, Comune per Comune - che si concretizzava il gigantesco rischio di veder congelati d'improvviso, e senza un minimo di condivisione tra amministratori pubblici, moltissimi progetti di rinnovamento, ricostruzione, risanamento. Quelli che erano passati grazie al precedente governo di centrosinistra attraverso il Bando delle periferie di Matteo Renzi.
Siccome il Senato ha votato all'unanimità, Renzi stesso ha mandato in fretta un messaggio ai sindaci pd, per dire che "l'emendamento è stato letto male dai nostri (...) la cazzata è del governo (...) combatteremo, ma non facciamo polemiche". A leggere centinaia di dichiarazioni, non è che gli abbiano dato retta. Il coro delle proteste è cresciuto di ora in ora, parlando di "schiaffo" e "furto con destrezza". E liquidare tutto questo come "sinistra all'attacco" è fuori luogo.
Anzi, a dimostrare il livello di aggrovigliata confusione del governo, ci sono volute mattina e pomeriggio prima che dalla stanza dei bottoni gialloverde si levasse una voce, per tentare di far rientrare l'allarme generale. La frittata è stata girata in positivo: passano - così sostengono - ventiquattro progetti, per 501 milioni (e cioè, siamo a meno di un quarto dei 2 miliardi e 100 milioni previsti dallo Stato).
In cambio dell'uso delle cesoie, è previsto un "contentino": se i Comuni hanno soldi in cassa, possono spenderli. Il che equivale a sottolineare un tema, in verità molto preoccupante in questo periodo di crescenti differenze: chi è ricco ed è forte di un gettito fiscale rassicurante, spenda pure, chi è povero e ha debiti, beh, in qualche modo si potrebbe dire che per quel Comune senza risorse e per le sue periferie "è finita la pacchia".
Anche se la pacchia, nelle periferie, non c'è mai stata, anzi. Nelle nostre periferie, da quelle più "pensate", come il QT8 di Milano, quartiere triennale 8, firmato da architetti prestigiosi, alle più disastrate, come l'iper-citata Scampia, ormai assurta dopo la fiction Gomorra a metafora dello Stato assente, manca sempre qualcosa per dire "adesso ci siamo". E al momento, salvo una marcia indietro, sempre possibile quando il voto passerà alla Camera, e al di là delle rassicurazioni campate per aria del governo, il "non ci siamo" è devastante e collettivo. Restano fuori dal circuito dei soldi pubblici ben novantasei città. E, siccome alcune sono città metropolitane, quasi trecento comuni sono out.
Cioè, il "rammendo" delle periferie, di cui parla nei convegni l'architetto Renzo Piano, o "l'ossessione per la periferia" del sindaco milanese Beppe Sala (a Milano non arrivano 18 milioni), finiscono nel freezer della nuova politica: quella che ha i conti da far quadrare per che cosa? Per trovare i soldi per l'avventura della Flat tax e del reddito di cittadinanza.
C'è poi da dire che i comizi del ministro dell'Interno Matteo Salvini nei luoghi più sperduti hanno spesso promesso il riscatto delle periferie e sfruttato le tragedie nel solco della "politica della paura": ma ancora una volta, alla prova dei fatti, i non-luoghi sembrano servire per riempire le urne, poi tornano nel dimenticatoio. Tanto "l'insicurezza percepita" dipende sempre da rom, migranti, profughi. Mai da chi, da Roma, taglia i fondi per risanare.
L'allarme è cominciato l'altra sera. Appena è stato votato in Senato il decreto Milleproroghe del governo Lega M5S, ci si è accorti - letteralmente strada per strada, Comune per Comune - che si concretizzava il gigantesco rischio di veder congelati d'improvviso, e senza un minimo di condivisione tra amministratori pubblici, moltissimi progetti di rinnovamento, ricostruzione, risanamento. Quelli che erano passati grazie al precedente governo di centrosinistra attraverso il Bando delle periferie di Matteo Renzi.
Siccome il Senato ha votato all'unanimità, Renzi stesso ha mandato in fretta un messaggio ai sindaci pd, per dire che "l'emendamento è stato letto male dai nostri (...) la cazzata è del governo (...) combatteremo, ma non facciamo polemiche". A leggere centinaia di dichiarazioni, non è che gli abbiano dato retta. Il coro delle proteste è cresciuto di ora in ora, parlando di "schiaffo" e "furto con destrezza". E liquidare tutto questo come "sinistra all'attacco" è fuori luogo.
Anzi, a dimostrare il livello di aggrovigliata confusione del governo, ci sono volute mattina e pomeriggio prima che dalla stanza dei bottoni gialloverde si levasse una voce, per tentare di far rientrare l'allarme generale. La frittata è stata girata in positivo: passano - così sostengono - ventiquattro progetti, per 501 milioni (e cioè, siamo a meno di un quarto dei 2 miliardi e 100 milioni previsti dallo Stato).
In cambio dell'uso delle cesoie, è previsto un "contentino": se i Comuni hanno soldi in cassa, possono spenderli. Il che equivale a sottolineare un tema, in verità molto preoccupante in questo periodo di crescenti differenze: chi è ricco ed è forte di un gettito fiscale rassicurante, spenda pure, chi è povero e ha debiti, beh, in qualche modo si potrebbe dire che per quel Comune senza risorse e per le sue periferie "è finita la pacchia".
Anche se la pacchia, nelle periferie, non c'è mai stata, anzi. Nelle nostre periferie, da quelle più "pensate", come il QT8 di Milano, quartiere triennale 8, firmato da architetti prestigiosi, alle più disastrate, come l'iper-citata Scampia, ormai assurta dopo la fiction Gomorra a metafora dello Stato assente, manca sempre qualcosa per dire "adesso ci siamo". E al momento, salvo una marcia indietro, sempre possibile quando il voto passerà alla Camera, e al di là delle rassicurazioni campate per aria del governo, il "non ci siamo" è devastante e collettivo. Restano fuori dal circuito dei soldi pubblici ben novantasei città. E, siccome alcune sono città metropolitane, quasi trecento comuni sono out.
Cioè, il "rammendo" delle periferie, di cui parla nei convegni l'architetto Renzo Piano, o "l'ossessione per la periferia" del sindaco milanese Beppe Sala (a Milano non arrivano 18 milioni), finiscono nel freezer della nuova politica: quella che ha i conti da far quadrare per che cosa? Per trovare i soldi per l'avventura della Flat tax e del reddito di cittadinanza.
C'è poi da dire che i comizi del ministro dell'Interno Matteo Salvini nei luoghi più sperduti hanno spesso promesso il riscatto delle periferie e sfruttato le tragedie nel solco della "politica della paura": ma ancora una volta, alla prova dei fatti, i non-luoghi sembrano servire per riempire le urne, poi tornano nel dimenticatoio. Tanto "l'insicurezza percepita" dipende sempre da rom, migranti, profughi. Mai da chi, da Roma, taglia i fondi per risanare.