La Nato e l'ultimatum turco
Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINILa posta in gioco è alta. Il ruolo strategico di Ankara è evidente dalla fine della seconda guerra mondiale
"Le azioni unilaterali degli Stati Uniti contro la Turchia ci obbligheranno a cercare altri alleati”. Erdogan pubblica sul New York Times questo ultimatum: se Trump non rinuncia ai dazi e altre sanzioni, il suo paese potrebbe uscire dalla Nato. La minaccia è gravissima. Erdogan sottolinea il danno che infliggerebbe all’Occidente. Ha cura di sottolineare che “negli ultimi sessant’anni siamo stati partner strategici e alleati nella Nato, siamo rimasti sempre uniti nell’affrontare le sfide comuni durante la guerra fredda e dopo”.
Per trovare nella storia della Nato uno strappo così grave bisogna risalire al 1966 quando il generale Charles de Gaulle decise di ritirare la Francia: che però uscì solo dal comando integrato, rimanendo dentro l’alleanza politica e quindi continuando a condividere il patto di difesa comune.
La posta in gioco è alta. Il ruolo strategico della Turchia, nazione di 80 milioni di abi…
Per trovare nella storia della Nato uno strappo così grave bisogna risalire al 1966 quando il generale Charles de Gaulle decise di ritirare la Francia: che però uscì solo dal comando integrato, rimanendo dentro l’alleanza politica e quindi continuando a condividere il patto di difesa comune.
La posta in gioco è alta. Il ruolo strategico della Turchia, nazione di 80 milioni di abi…
"Le azioni unilaterali degli Stati Uniti contro la Turchia ci obbligheranno a cercare altri alleati”. Erdogan pubblica sul New York Times questo ultimatum: se Trump non rinuncia ai dazi e altre sanzioni, il suo paese potrebbe uscire dalla Nato. La minaccia è gravissima. Erdogan sottolinea il danno che infliggerebbe all’Occidente. Ha cura di sottolineare che “negli ultimi sessant’anni siamo stati partner strategici e alleati nella Nato, siamo rimasti sempre uniti nell’affrontare le sfide comuni durante la guerra fredda e dopo”.
Per trovare nella storia della Nato uno strappo così grave bisogna risalire al 1966 quando il generale Charles de Gaulle decise di ritirare la Francia: che però uscì solo dal comando integrato, rimanendo dentro l’alleanza politica e quindi continuando a condividere il patto di difesa comune.
La posta in gioco è alta. Il ruolo strategico della Turchia, nazione di 80 milioni di abitanti e unico paese islamico nella Nato, è evidente dalla fine della seconda guerra mondiale. Nella base aerea di Incirlik ospita squadroni di cacciabombardieri americani e inglesi. Lì sono custodite cinquanta testate nucleari Usa. Incirlik è una testa di ponte dell’Occidente nella zona più turbolenta del pianeta, a poca distanza dalla Russia, dalla guerra civile siriana, dall’Iraq sempre instabile, dall’Iran ai ferri corti con Washington. La Turchia è anche firmataria di un accordo con l’Unione europea in virtù del quale — dietro remunerazione (tre miliardi di euro all’anno) — trattiene flussi di profughi che fino al 2015 si dirigevano verso la Germania, traversando Grecia e Balcani. Per adesso lo scontro rimane bilaterale fra Turchia e Stati Uniti, ma non si può escludere che Erdogan un giorno allarghi il ricatto agli europei. Peraltro l’Europa già sente l’impatto economico di questa crisi, con tre grandi banche sotto osservazione da parte della Bce per la loro esposizione verso l’economia turca. Che è la 17esima nel mondo, e la maggiore economia emergente affacciata sul Mediterraneo.
La Nato attraversa già una crisi esistenziale, che le intemperanze di Trump contro gli alleati europei hanno reso evidente. Finora le tensioni sembravano concentrarsi lungo l’asse Washington-Berlino. Adesso è al suo confine sud-est che l’alleanza rischia di vedersi aprire una falla tremenda. La crisi attuale è esplosiva ma non del tutto imprevista. Dopo essere stata additata come un modello politico ed economico (democrazia in una nazione islamica; capacità di modernizzazione e di sviluppo), sotto la leadership di Erdogan l’involuzione procede da anni. Nei rapporti con gli Stati Uniti un primo segnale fu il rifiuto di lasciar passare truppe americane nel 2003 per l’invasione in Iraq: da quel conflitto però si dissociarono anche la Germania di Schröder e la Francia di Chirac, sicché il gesto turco non parve anomalo. Però Ankara fece scelte sempre più conflittuali sulla questione dei curdi, protetti dagli americani e invisi a Erdogan per le aspirazioni indipendentiste. Mentre Erdogan imboccava una deriva islamista e autoritaria, rendendo impraticabile il negoziato per l’adesione della Turchia all’Unione europea, in parallelo procedeva il suo avvicinamento a Putin. Quando oggi l’autocrate di Ankara minaccia di cercarsi altri alleati, è chiaro a chi si riferisca: un anno fa ha siglato un accordo per comprare sistemi missilistici russi S-400.
Decisivo è stato il fallito golpe dell’estate 2016. Molti misteri circondano quel tentativo e non è escluso che sia stato Erdogan ad assecondarlo. La repressione scatenata dopo ha rafforzato la presa del leader turco. Inoltre Erdogan ha usato quel golpe per accelerare l’allontanamento dagli Stati Uniti, accusando Barack Obama di aver appoggiato l’insubordinazione di un pezzo dell’esercito. Tra gli episodi collaterali del deterioramento nella relazione Turchia-Usa, c’è la visita di Erdogan a Washington, quando un gruppo di manifestanti turchi che lo contestavano fu aggredito dalla scorta presidenziale.
Erdogan esige che gli venga consegnato il suo nemico ideologico numero uno, Fethullah Gülen, che vive in esilio in Pennsylvania. Per ottenerlo, tiene in ostaggio una ventina di cittadini americani tra cui un pastore evangelico. La presa di ostaggi evoca inevitabilmente la vicenda iraniana del 1979, un precedente infausto per qualsiasi presidente americano. Trump non può cedere, tanto più che i cristiani evangelici sono una sua constituency fedele. Di qui l’ultimo giro di sanzioni e dazi con cui ha colpito Ankara. È un gioco pericoloso. Una Turchia sfiduciata dai mercati potrebbe necessitare del salvataggio da parte del Fondo monetario internazionale, di cui gli Usa sono l’azionista principale.
Per trovare nella storia della Nato uno strappo così grave bisogna risalire al 1966 quando il generale Charles de Gaulle decise di ritirare la Francia: che però uscì solo dal comando integrato, rimanendo dentro l’alleanza politica e quindi continuando a condividere il patto di difesa comune.
La posta in gioco è alta. Il ruolo strategico della Turchia, nazione di 80 milioni di abitanti e unico paese islamico nella Nato, è evidente dalla fine della seconda guerra mondiale. Nella base aerea di Incirlik ospita squadroni di cacciabombardieri americani e inglesi. Lì sono custodite cinquanta testate nucleari Usa. Incirlik è una testa di ponte dell’Occidente nella zona più turbolenta del pianeta, a poca distanza dalla Russia, dalla guerra civile siriana, dall’Iraq sempre instabile, dall’Iran ai ferri corti con Washington. La Turchia è anche firmataria di un accordo con l’Unione europea in virtù del quale — dietro remunerazione (tre miliardi di euro all’anno) — trattiene flussi di profughi che fino al 2015 si dirigevano verso la Germania, traversando Grecia e Balcani. Per adesso lo scontro rimane bilaterale fra Turchia e Stati Uniti, ma non si può escludere che Erdogan un giorno allarghi il ricatto agli europei. Peraltro l’Europa già sente l’impatto economico di questa crisi, con tre grandi banche sotto osservazione da parte della Bce per la loro esposizione verso l’economia turca. Che è la 17esima nel mondo, e la maggiore economia emergente affacciata sul Mediterraneo.
La Nato attraversa già una crisi esistenziale, che le intemperanze di Trump contro gli alleati europei hanno reso evidente. Finora le tensioni sembravano concentrarsi lungo l’asse Washington-Berlino. Adesso è al suo confine sud-est che l’alleanza rischia di vedersi aprire una falla tremenda. La crisi attuale è esplosiva ma non del tutto imprevista. Dopo essere stata additata come un modello politico ed economico (democrazia in una nazione islamica; capacità di modernizzazione e di sviluppo), sotto la leadership di Erdogan l’involuzione procede da anni. Nei rapporti con gli Stati Uniti un primo segnale fu il rifiuto di lasciar passare truppe americane nel 2003 per l’invasione in Iraq: da quel conflitto però si dissociarono anche la Germania di Schröder e la Francia di Chirac, sicché il gesto turco non parve anomalo. Però Ankara fece scelte sempre più conflittuali sulla questione dei curdi, protetti dagli americani e invisi a Erdogan per le aspirazioni indipendentiste. Mentre Erdogan imboccava una deriva islamista e autoritaria, rendendo impraticabile il negoziato per l’adesione della Turchia all’Unione europea, in parallelo procedeva il suo avvicinamento a Putin. Quando oggi l’autocrate di Ankara minaccia di cercarsi altri alleati, è chiaro a chi si riferisca: un anno fa ha siglato un accordo per comprare sistemi missilistici russi S-400.
Decisivo è stato il fallito golpe dell’estate 2016. Molti misteri circondano quel tentativo e non è escluso che sia stato Erdogan ad assecondarlo. La repressione scatenata dopo ha rafforzato la presa del leader turco. Inoltre Erdogan ha usato quel golpe per accelerare l’allontanamento dagli Stati Uniti, accusando Barack Obama di aver appoggiato l’insubordinazione di un pezzo dell’esercito. Tra gli episodi collaterali del deterioramento nella relazione Turchia-Usa, c’è la visita di Erdogan a Washington, quando un gruppo di manifestanti turchi che lo contestavano fu aggredito dalla scorta presidenziale.
Erdogan esige che gli venga consegnato il suo nemico ideologico numero uno, Fethullah Gülen, che vive in esilio in Pennsylvania. Per ottenerlo, tiene in ostaggio una ventina di cittadini americani tra cui un pastore evangelico. La presa di ostaggi evoca inevitabilmente la vicenda iraniana del 1979, un precedente infausto per qualsiasi presidente americano. Trump non può cedere, tanto più che i cristiani evangelici sono una sua constituency fedele. Di qui l’ultimo giro di sanzioni e dazi con cui ha colpito Ankara. È un gioco pericoloso. Una Turchia sfiduciata dai mercati potrebbe necessitare del salvataggio da parte del Fondo monetario internazionale, di cui gli Usa sono l’azionista principale.