Il braccio di ferro tra Stati Uniti e Turchia farà altre vittime collaterali, fino a scatenare un effetto-domino nella finanza internazionale? Mentre continua ad avvitarsi la lira turca, due temi balzano in primo piano: le possibilità di contagio, e le cause strutturali che trasformerebbero il default turco nel primo shock di una catena. Quanto questa febbre di sfiducia può coinvolgere altri paesi considerati fragili dagli investitori internazionali? Già soffrono fughe di capitali l'Indonesia e il Sudafrica. La Cina è un peso massimo di ben altra forza, però sta registrando delle crisi finanziarie interne con milioni di piccoli risparmiatori defraudati dal "sistema bancario ombra". Infine c'è il fianco Sud dell'Unione europea che i mercati tengono sotto osservazione: tanto più che una banca spagnola e una italiana figurano tra le più esposte verso la Turchia.
Tutto questo riporta alla luce una c…
Tutto questo riporta alla luce una c…
Il braccio di ferro tra Stati Uniti e Turchia farà altre vittime collaterali, fino a scatenare un effetto-domino nella finanza internazionale? Mentre continua ad avvitarsi la lira turca, due temi balzano in primo piano: le possibilità di contagio, e le cause strutturali che trasformerebbero il default turco nel primo shock di una catena. Quanto questa febbre di sfiducia può coinvolgere altri paesi considerati fragili dagli investitori internazionali? Già soffrono fughe di capitali l'Indonesia e il Sudafrica. La Cina è un peso massimo di ben altra forza, però sta registrando delle crisi finanziarie interne con milioni di piccoli risparmiatori defraudati dal "sistema bancario ombra". Infine c'è il fianco Sud dell'Unione europea che i mercati tengono sotto osservazione: tanto più che una banca spagnola e una italiana figurano tra le più esposte verso la Turchia.
Tutto questo riporta alla luce una causa profonda dell'attuale fragilità sistemica. Erdogan è colpevole di una disastrosa gestione economica, ha sprecato un boom che dieci anni fa gli valeva l'ammirazione internazionale; tuttavia, se Indonesia o Sudafrica o altri possono subire le stesse fughe di capitali, la causa strutturale va oltre gli errori fatali del leader turco. All'origine dell'estrema vulnerabilità di Ankara, ci sono le politiche monetarie che salvarono l'America dalla crisi del 2008-2009. Il quantitative easing della Federal Reserve, attraverso l'acquisto di bond e altri meccanismi, creò liquidità sovrabbondante e rese facile indebitarsi in dollari. Come insegna il precedente della crisi asiatica del 1997, un meccanismo classico che scatena il panico finanziario e l'effetto contagio, è quando i tassi Usa salgono, il dollaro si rafforza, e molti paesi esteri non riescono più a ripagare i debiti contratti nella valuta americana. È quanto sta già succedendo oggi in Turchia.
La terapia d'urto applicata dalla banca centrale americana sotto la guida di Ben Bernanke durante la presidenza Obama, fu decisiva e operò una miracolosa guarigione dell'economia globale. In passato l'attenzione si è concentrata soprattutto sugli effetti benefici per l'economia americana. Gli studi recenti, raccolti dallo storico dell'economia Adam Tooze e da lui sintetizzati su Foreign Affairs ("La storia dimenticata della crisi finanziaria"), attirano l'attenzione sulla dimensione internazionale di quella terapia. La Fed operò come la banca centrale del mondo intero, la sua creazione di liquidità esportò credito e crescita ai quattro angoli del pianeta. La Fed fornì 4.500 miliardi di liquidità a Europa, Asia, America latina. I suoi meccanismi di swap agirono come ciambelle di salvataggio per banche centrali di molti paesi emergenti, dal Brasile al Messico, da Singapore alla Corea del Sud.
A dieci anni dalla crisi, uno dei risultati è che il dollaro ha rafforzato la sua centralità: oggi è la valuta-àncora per un numero di paesi che rappresenta il 70% del Pil mondiale, mentre nel 2008 si limitava al 60%. Un altro risultato è che gran parte della crescita nei paesi emergenti nell'ultimo decennio è stata finanziata da uno tsunami di crediti in dollari a buon mercato. Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che solo negli ultimi otto anni 260 miliardi di dollari di investimenti nelle Borse dei paesi emergenti si spiegano con gli effetti della politica monetaria espansiva praticata a Washington. Ma dopo lo tsunami sta arrivando la bassa marea. Sia pure gradualmente, la Fed dapprima ha terminato il quantitative easing, poi ha iniziato ad alzare i tassi. L'aumento dei rendimenti rafforza il dollaro. Chi ha tanti debiti in dollari, evoca la suggestiva immagine coniata da Warren Buffett: "Se arriva la bassa marea si scopre chi stava nuotando senza costume".
I debiti esteri della Turchia, per lo più in dollari, superano il 50% del suo Pil. Con una moneta nazionale che perde valore ogni giorno, rimborsare quei debiti sta diventando un fardello insostenibile. Già si vedono le ricadute interne con un'iperinflazione al 16%. Coincidenze storiche: nel 2002 proprio mentre il partito di Erdogan andava al potere, la Turchia fu salvata dalla bancarotta grazie ai prestiti del Fondo monetario internazionale.
Tutto questo riporta alla luce una causa profonda dell'attuale fragilità sistemica. Erdogan è colpevole di una disastrosa gestione economica, ha sprecato un boom che dieci anni fa gli valeva l'ammirazione internazionale; tuttavia, se Indonesia o Sudafrica o altri possono subire le stesse fughe di capitali, la causa strutturale va oltre gli errori fatali del leader turco. All'origine dell'estrema vulnerabilità di Ankara, ci sono le politiche monetarie che salvarono l'America dalla crisi del 2008-2009. Il quantitative easing della Federal Reserve, attraverso l'acquisto di bond e altri meccanismi, creò liquidità sovrabbondante e rese facile indebitarsi in dollari. Come insegna il precedente della crisi asiatica del 1997, un meccanismo classico che scatena il panico finanziario e l'effetto contagio, è quando i tassi Usa salgono, il dollaro si rafforza, e molti paesi esteri non riescono più a ripagare i debiti contratti nella valuta americana. È quanto sta già succedendo oggi in Turchia.
La terapia d'urto applicata dalla banca centrale americana sotto la guida di Ben Bernanke durante la presidenza Obama, fu decisiva e operò una miracolosa guarigione dell'economia globale. In passato l'attenzione si è concentrata soprattutto sugli effetti benefici per l'economia americana. Gli studi recenti, raccolti dallo storico dell'economia Adam Tooze e da lui sintetizzati su Foreign Affairs ("La storia dimenticata della crisi finanziaria"), attirano l'attenzione sulla dimensione internazionale di quella terapia. La Fed operò come la banca centrale del mondo intero, la sua creazione di liquidità esportò credito e crescita ai quattro angoli del pianeta. La Fed fornì 4.500 miliardi di liquidità a Europa, Asia, America latina. I suoi meccanismi di swap agirono come ciambelle di salvataggio per banche centrali di molti paesi emergenti, dal Brasile al Messico, da Singapore alla Corea del Sud.
A dieci anni dalla crisi, uno dei risultati è che il dollaro ha rafforzato la sua centralità: oggi è la valuta-àncora per un numero di paesi che rappresenta il 70% del Pil mondiale, mentre nel 2008 si limitava al 60%. Un altro risultato è che gran parte della crescita nei paesi emergenti nell'ultimo decennio è stata finanziata da uno tsunami di crediti in dollari a buon mercato. Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che solo negli ultimi otto anni 260 miliardi di dollari di investimenti nelle Borse dei paesi emergenti si spiegano con gli effetti della politica monetaria espansiva praticata a Washington. Ma dopo lo tsunami sta arrivando la bassa marea. Sia pure gradualmente, la Fed dapprima ha terminato il quantitative easing, poi ha iniziato ad alzare i tassi. L'aumento dei rendimenti rafforza il dollaro. Chi ha tanti debiti in dollari, evoca la suggestiva immagine coniata da Warren Buffett: "Se arriva la bassa marea si scopre chi stava nuotando senza costume".
I debiti esteri della Turchia, per lo più in dollari, superano il 50% del suo Pil. Con una moneta nazionale che perde valore ogni giorno, rimborsare quei debiti sta diventando un fardello insostenibile. Già si vedono le ricadute interne con un'iperinflazione al 16%. Coincidenze storiche: nel 2002 proprio mentre il partito di Erdogan andava al potere, la Turchia fu salvata dalla bancarotta grazie ai prestiti del Fondo monetario internazionale.