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Il segretario del Pd Maurizio Martina (lapresse)

Il Pd scelga tra la sinistra e Macron

I denocratici sono a un bivio: decidano se rimanere una formazione progressista o se essere un partito liberal-radicale con influssi cristiani di cui En Marche è il prototipo
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Un partito che perde 5 milioni di elettori in quattro anni, come è successo al Pd, dovrebbe interrogarsi giorno e notte sul perché. Invece, dopo i 10 punti di Renzi accennati quasi en passant all'Assemblea nazionale, il silenzio è assordante. Eppure i segni della tempesta erano già evidenti all'indomani del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Il problema era nella leadership. Come è stato dimostrato da tutte le ricerche condotte sul tema, la motivazione del voto contrario non riguardava tanto il contenuto della proposta quanto chi la proponeva. Del resto lo stesso Renzi ammise che forse "aveva personalizzato troppo" la sfida. E gli elettori gli avevano voltato le spalle. Solo che allora ci fu chi pensava che il 40% di consensi alla riforma fossero tutti del Pd.

Sulla base di quella interpretazione Renzi è rimasto alla guida del partito ma il 4 febbraio ha infranto l'illusione che i voti del referendum si trasf…
Un partito che perde 5 milioni di elettori in quattro anni, come è successo al Pd, dovrebbe interrogarsi giorno e notte sul perché. Invece, dopo i 10 punti di Renzi accennati quasi en passant all'Assemblea nazionale, il silenzio è assordante. Eppure i segni della tempesta erano già evidenti all'indomani del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Il problema era nella leadership. Come è stato dimostrato da tutte le ricerche condotte sul tema, la motivazione del voto contrario non riguardava tanto il contenuto della proposta quanto chi la proponeva. Del resto lo stesso Renzi ammise che forse "aveva personalizzato troppo" la sfida. E gli elettori gli avevano voltato le spalle. Solo che allora ci fu chi pensava che il 40% di consensi alla riforma fossero tutti del Pd.

Sulla base di quella interpretazione Renzi è rimasto alla guida del partito ma il 4 febbraio ha infranto l'illusione che i voti del referendum si trasferissero in blocco sul Pd. Dopo mesi di tira e molla, alla fine c'è stato un cambio di leadership. Tutto risolto? Basta sostituire il cattivo Renzi con il buon fra Martina? Per nulla. I problemi del Pd rimangono ancora sul tappetto e, sia chiaro, molti vengono da lontano, ben prima di Renzi: riguardano il ruolo e le politiche di una forza di sinistra nella società del post-lavoro e nella globalizzazione sregolata.

Per affrontare queste sfide il Pd deve capire bene chi lo vota e perché. Il primo punto - chi lo vota - investe la "demografia interna" e il suo profilo sociale. Da molti anni l'età media degli elettori del Pd si innalza: il partito democratico diventa sempre più vecchio. Litigare con la Cgil, che ha al suo interno il più grande sindacato di categoria italiano, quello dei pensionati dello Spi, non è stata un buona idea. Al di là di queste schermaglie, il problema è che questa fascia di elettori è destinata a restringersi se non viene alimentata da nuove, che però non si vedono. Inoltre, il profilo sociale del Pd si è modificato negli ultimi anni, attraendo fasce medio-alte e perdendone di medio-basse. La geografia elettorale delle elezioni - voto nei centri storici e bei quartieri in aumento, crollo nelle periferie - parla da sola.

L'altra questione riguarda le motivazioni del voto al Pd, o dell'abbandono: non solo uno stile di leadership tra il solipsista, l'autoritario e l'arrogante, mai conciliante e dialogico (o così o niente, o con me o contro di me), quanto piuttosto la preferenza per riferimenti sociali e culturali in sintonia con constituency moderate (meglio Marchionne del sindacato) e per politiche pro-market (Jobs Act, voucher) quasi nascondendo quelle pro-labour (reddito di inclusione), hanno spiazzato un elettorato tradizionalmente orientato a sinistra. Costoro non hanno più capito che partito avevano di fronte. Molti, come indicano inequivocabilmente tutti gli studi post-elettorali, sono andati verso i 5 Stelle perché hanno messo al centro della loro agenda il reddito di cittadinanza. Misura demagogica? Certo, ma da quando in qua in campagna elettorale non si scaldano i cuori con progetti altisonanti?

Bisogna ricordare vecchi slogan comunisti come "la terra a chi la lavora". Un conto sono le analisi da uffici studi, un conto la mobilitazione del consenso. Al Pd, non da ora per la verità, manca questo elemento proiettivo, orientato al futuro, che indichi obiettivi mobilitanti per il suo elettorato. Renzi parlava spesso dei "nostri figli e nipoti" ma non era convincente. Solo verso una componente istruita e metropolitana il Pd ha inviato messaggi in sintonia con le sue coordinate valoriali introducendo, coraggiosamente e meritoriamente, una serie di riforme su temi etici e civili.

In conclusione, il travaso di voti dal Pd ai 5 Stelle può essere interpretato in due modi diversi: se si pensa che questo passaggio sia avvenuto perché molti si sono sentiti abbandonati e persino traditi dal Pd nelle loro speranze di riscatto da condizioni di disagio, allora il Pd deve ripensare le sue politiche economico-sociali, perché troppo influenzate dal pensiero unico neoliberale. E rinnovare radicalmente la sua classe dirigente. Se invece si ritiene che l'emorragia di consensi sia solo frutto di "errori di comunicazione" ma che tutto andava bene, allora il Pd deve riconfermare quanto prima alla sua guida Matteo Renzi, il migliore interprete di quella politica.

Dal che ne deriva una scelta di campo: essere un partito di sinistra o di centro/centro-sinistra. E cioè un partito dell'area progressista di ispirazione socialista, come le socialdemocrazie europee, o un partito "liberal-radicale con influssi cristiani" - forse meglio definibile "umanista" - di cui la République En Marche di Emmanuel Macron è il prototipo. È ora che il Pd decida.