Ponte Morandi crollato: per noi di Genova era da sempre l’inizio di un viaggio
Ernesto Franco , di ERNESTO FRANCO*Un collegamento tra le due parti del cuore cittadino, una breve avventura quotidiana tra il buio di una galleria e l’altra: quel ponte è sempre stato non solo percorso, ma tempo sospeso
Era l'avvio. L'inizio del viaggio, con la sensazione di rischio che sempre accompagna l'idea di viaggio. Ponte Morandi, ma per tutti il Ponte dell'Autostrada, come se in Liguria ci fosse solo quello. Quasi un già pronti al decollo. E non solo perché collega Genova immediatamente all'aeroporto, ma perché è la premessa della Liguria di confine, di Ponente, di quella che sconfina in Francia e di quella che sull'imprecisione del confine vive.
A Levante ci sono le luci di Portofino e le falesie delle Cinque Terre, ma si è già a casa. Dal porto di Genova e dal Ponte ci si apre al mondo perché è da lì che iniziano il mondo e l'avventura. Ma chi vive a Genova e in Liguria lo sente da sempre come una parte di casa perché collega anche due parti del cuore della città fra cui si muovono quotidianamente, come in una breve avventura, migliaia di genovesi. Quella del centro e quella del&n…
A Levante ci sono le luci di Portofino e le falesie delle Cinque Terre, ma si è già a casa. Dal porto di Genova e dal Ponte ci si apre al mondo perché è da lì che iniziano il mondo e l'avventura. Ma chi vive a Genova e in Liguria lo sente da sempre come una parte di casa perché collega anche due parti del cuore della città fra cui si muovono quotidianamente, come in una breve avventura, migliaia di genovesi. Quella del centro e quella del&n…
Era l'avvio. L'inizio del viaggio, con la sensazione di rischio che sempre accompagna l'idea di viaggio. Ponte Morandi, ma per tutti il Ponte dell'Autostrada, come se in Liguria ci fosse solo quello. Quasi un già pronti al decollo. E non solo perché collega Genova immediatamente all'aeroporto, ma perché è la premessa della Liguria di confine, di Ponente, di quella che sconfina in Francia e di quella che sull'imprecisione del confine vive.
A Levante ci sono le luci di Portofino e le falesie delle Cinque Terre, ma si è già a casa. Dal porto di Genova e dal Ponte ci si apre al mondo perché è da lì che iniziano il mondo e l'avventura. Ma chi vive a Genova e in Liguria lo sente da sempre come una parte di casa perché collega anche due parti del cuore della città fra cui si muovono quotidianamente, come in una breve avventura, migliaia di genovesi. Quella del centro e quella del "lavoro", di Sampierdarena e di Cornigliano, quella storica e quella storicamente operaia e ora anche multicolore.
Anche qui, la città ricurva è fatta, a mare, dal porto e a monte, dal ponte. Il fatto poi che sia stato uno dei primi ponti "strallati" d'Italia, strallati come lo sono gli alberi delle navi o delle barche a vela, è risvolto tecnico di come sia stato vissuto fin da subito come un tratto del carattere oltre che di strada di Genova e della Liguria. Collega due monti e da un'altezza che pare infinita scavalca case, magazzini silos, come se fosse una strada per cui non ci sia stato spazio sulla terra, un po'come accade, dopo un altro monte per la sua sorella minore quasi coeva, o la sua coda se si vuole, la strada Aldo Moro, ma per tutti la Sopraelevata, la strada che sorvola, a quota "da piano nobile", e a curve, il centro storico della città.
Il Ponte, sia in un senso che nell'altro, inizia dal buio di una galleria e finisce nelle tenebre di un'altra. In mezzo la luce improvvisa e il vento, dalla bocca del mare o dalla crepa dei monti. Di giorno, il buio delle gallerie è anche riparo; di notte, le loro luci sono terraferma dopo una breve navigazione in alta notte.
Sotto, la città che non può raggiungerlo mai e che in fondo - è un sentimento sotterraneo che naturalmente oggi affiora con forza - il ponte ha sempre un po' minacciato. Ma come figura, pensavo, perché non è possibile che i continui aggiustamenti non siano per la sicurezza, non è possibile che siano soltanto "tapulli", qui ne va della vita delle persone, che magari ci stanno in coda per ore, come in un vicolo, in una crosa...
Certo, all'idea di rischio il Ponte è sempre stato collegato, non solo perché inizio del viaggio, ma anche più concretamente perché a quell'altezza e dopo e prima, nelle gallerie, non c'è mai stato un millimetro per qualsiasi tipo di emergenza per tutto quel traffico. Si iniziava il Ponte sentendone la bellezza e contandone la lunghezza: il primo o l'ultimo brivido, poi casa o vacanza o lavoro.
Pochi secondi o lunghe mezz'ore, il Ponte era sempre non solo percorso, ma tempo sospeso, vacante, prima o dopo il tempo degli orologi. Fermi, in coda, ci si sentiva "esposti", ma troppo vicini a casa perché il miracolo non si compisse e comunque si era all'improvviso troppo allegri, troppo loquaci.
Genova difficile, stretta, ferita. Chi costruisce ponti, costruisce mondi. Non sono opere qualsiasi, non sono solo funzione. Sono come le fortezze, i castelli, le sculture: modificano il pianeta e l'anima degli uomini e i costruttori di ponti non possono non esserne e sentirsene responsabili. Ne hanno la ventura.
*Ernesto Franco, genovese, è scrittore e direttore generale dell’Einaudi
A Levante ci sono le luci di Portofino e le falesie delle Cinque Terre, ma si è già a casa. Dal porto di Genova e dal Ponte ci si apre al mondo perché è da lì che iniziano il mondo e l'avventura. Ma chi vive a Genova e in Liguria lo sente da sempre come una parte di casa perché collega anche due parti del cuore della città fra cui si muovono quotidianamente, come in una breve avventura, migliaia di genovesi. Quella del centro e quella del "lavoro", di Sampierdarena e di Cornigliano, quella storica e quella storicamente operaia e ora anche multicolore.
Anche qui, la città ricurva è fatta, a mare, dal porto e a monte, dal ponte. Il fatto poi che sia stato uno dei primi ponti "strallati" d'Italia, strallati come lo sono gli alberi delle navi o delle barche a vela, è risvolto tecnico di come sia stato vissuto fin da subito come un tratto del carattere oltre che di strada di Genova e della Liguria. Collega due monti e da un'altezza che pare infinita scavalca case, magazzini silos, come se fosse una strada per cui non ci sia stato spazio sulla terra, un po'come accade, dopo un altro monte per la sua sorella minore quasi coeva, o la sua coda se si vuole, la strada Aldo Moro, ma per tutti la Sopraelevata, la strada che sorvola, a quota "da piano nobile", e a curve, il centro storico della città.
Il Ponte, sia in un senso che nell'altro, inizia dal buio di una galleria e finisce nelle tenebre di un'altra. In mezzo la luce improvvisa e il vento, dalla bocca del mare o dalla crepa dei monti. Di giorno, il buio delle gallerie è anche riparo; di notte, le loro luci sono terraferma dopo una breve navigazione in alta notte.
Sotto, la città che non può raggiungerlo mai e che in fondo - è un sentimento sotterraneo che naturalmente oggi affiora con forza - il ponte ha sempre un po' minacciato. Ma come figura, pensavo, perché non è possibile che i continui aggiustamenti non siano per la sicurezza, non è possibile che siano soltanto "tapulli", qui ne va della vita delle persone, che magari ci stanno in coda per ore, come in un vicolo, in una crosa...
Certo, all'idea di rischio il Ponte è sempre stato collegato, non solo perché inizio del viaggio, ma anche più concretamente perché a quell'altezza e dopo e prima, nelle gallerie, non c'è mai stato un millimetro per qualsiasi tipo di emergenza per tutto quel traffico. Si iniziava il Ponte sentendone la bellezza e contandone la lunghezza: il primo o l'ultimo brivido, poi casa o vacanza o lavoro.
Pochi secondi o lunghe mezz'ore, il Ponte era sempre non solo percorso, ma tempo sospeso, vacante, prima o dopo il tempo degli orologi. Fermi, in coda, ci si sentiva "esposti", ma troppo vicini a casa perché il miracolo non si compisse e comunque si era all'improvviso troppo allegri, troppo loquaci.
Genova difficile, stretta, ferita. Chi costruisce ponti, costruisce mondi. Non sono opere qualsiasi, non sono solo funzione. Sono come le fortezze, i castelli, le sculture: modificano il pianeta e l'anima degli uomini e i costruttori di ponti non possono non esserne e sentirsene responsabili. Ne hanno la ventura.
*Ernesto Franco, genovese, è scrittore e direttore generale dell’Einaudi