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(afp)

Indignati, esperti, complottisti: perché non sappiamo più tacere

Neanche il lutto riesce a silenziare la folla urlante sui social. Eppure c'è ancora un'Italia da preservare, preziosa perché inaudibile
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“La Società Autostrade deve pagare! Ergastolo per tutti!”. “Benetton dovete morire! Adesso vi metterete una maglietta rossa per le vittime di Genova?”. “Galera per i ministri di sinistra. Galeraaaa”. “Se il Signore vede i colpevoli deve succedere a loro la maledizione per ciò che hanno fatto”. “Giornalisti vergognatevi! Si vede chiaramente il bagliore di un’esplosione proprio all’inizio... Guarda caso è successo a neanche due settimane dal disastro sull’A14 a Bologna”. “È un attentato! Ci scommetto”. “Ecco dov’era finito il tritolo rubato, merde!”. “Operai complici dei criminali, hanno costruito e sono stati zitti!”. “Salvini ha portato sfiga!”. “Prodi e Renzi la colpa è vostra”.

Non c’è più da stupirsi - e forse nemmeno più da commentare. E tuttavia, mi dico, parlare dei social no…
“La Società Autostrade deve pagare! Ergastolo per tutti!”. “Benetton dovete morire! Adesso vi metterete una maglietta rossa per le vittime di Genova?”. “Galera per i ministri di sinistra. Galeraaaa”. “Se il Signore vede i colpevoli deve succedere a loro la maledizione per ciò che hanno fatto”. “Giornalisti vergognatevi! Si vede chiaramente il bagliore di un’esplosione proprio all’inizio... Guarda caso è successo a neanche due settimane dal disastro sull’A14 a Bologna”. “È un attentato! Ci scommetto”. “Ecco dov’era finito il tritolo rubato, merde!”. “Operai complici dei criminali, hanno costruito e sono stati zitti!”. “Salvini ha portato sfiga!”. “Prodi e Renzi la colpa è vostra”.

Non c’è più da stupirsi - e forse nemmeno più da commentare. E tuttavia, mi dico, parlare dei social non è parlare dei social, è parlare di noi. Dentro il tempo dello sgomento e del lutto, con una velocità spaventosa, si è scavato il corridoio cieco della rabbia. Ma è una rabbia confusa, e pretestuosa - lontana anni luce da quella di chi davvero, in queste ore, sta soffrendo. Il dolore del sopravvissuto, dello sfollato, il dolore di chi è realmente prossimo e coinvolto non c’entra. C’entra invece la facoltà di avventarsi verbalmente nello spazio della notizia, di accanirsi, di sparare a parole pur di sparare. E così eccoci, popolo della rete, ormai incapace di stare dignitosamente zitto, di chiudere la bocca, di tacere - anche quando tacere sarebbe l’unica scelta opportuna, l’unica dovuta.

E no, stavolta non c’è nemmeno da dare un nome - uno dei soliti: hater, complottista -, c’è solo da avere vergogna della nostra ormai palese e ributtante incapacità di tenere la bocca chiusa. Non c’è da avventurarsi nella sociologia ormai spicciola che ragiona sulle dinamiche dello scontro politico sul web, o sulla pretesa di competenza degli incompetenti. Resta solo da constatare la sconfinata miseria di questo discorso che si avvita in modo paranoico su sé stesso, che non contribuisce a nulla, che non è utile e nemmeno inutile, è solo vacuo e intossicante e disperante. Non vale più neanche il “come siamo diventati”: non vale questa o quella spiegazione che addossa alla piattaforma tecnologica le responsabilità, che la usa come alibi.

Non è ancora stabile la conta delle vittime, degli sfollati, non è ancora finito lo sforzo eroico dei soccorritori, non sono ancora esclusi rischi ulteriori, e noi però parliamo. Parliamo. Non siamo lì a soccorrere, e parliamo. Non siamo lì a piangere qualcuno, ma parliamo. Non siamo lì a guardare la casa da cui siamo stati buttati fuori, e però parliamo. Parliamo. Per manifestare il cordoglio, quando va bene - la foto, l’immagine, la poesia. Ma soprattutto per inveire: da ingegneri dell’ultim’ora, attrezzatissimi conoscitori della complessa struttura di un ponte o della viabilità; da storici all’acceleratore, già convinti di cause e concause. Da visionari imbecilli che non si limitano a cogliere responsabilità umane che pure ci sono nel concreto, e che certo vanno chiarite, accertate, ma le rintracciano in una contro-realtà allucinata in cui possono entrare, dal niente e per niente, fulmini, presunte esplosioni, attentati, tritolo rubato, e perfino “i migranti”, la categoria d’ordine buona a ogni più becero e irrazionale uso.

Non c’è più da sconfortarsi per le bolle social in cui ci siamo rinchiusi, non di per sé, ma per il fatto tremendo che somigliano alla nostra testa, ne sono l’estensione, la proiezione. E se svelano una tale oscena incapacità di empatia - di quell’empatia che ti spinge, di fronte a un lutto, prima di tutto a stare zitto, a piangere, e semmai a confortare -, se svelano questo, il solito Zuckerberg non ha colpe. Possibile che non riusciamo più a fare silenzio? Nemmeno ora? Nemmeno oggi. Ma d’altra parte, uno scrittore italiano dell’Ottocento, raccontando una storia di due secoli prima, invitava i suoi compagni di specie umana a evitare il “corso così lungo e così storto” del discorrere a vanvera, “tanto nelle cose piccole, come nelle grandi”, e suggeriva di ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. “Ma parlare - concludeva poi Manzoni - questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell'altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po' da compatire”. (Ma forse un’Italia in silenzio, e davvero in lutto, c’è - e tanto più preziosa e necessaria proprio perché inudibile).