“Respect”, rispetto. Era il 1967 quando una ragazza ventenne, sbarcata da Memphis a Detroit per seguire il padre Pastore Battista nel suo percorso per i diritti civili, produsse una canzone che divenne il filo musicale che avrebbe tessute insieme musica, storia, speranze e tragedie di una nazione. Aretha Franklin conquistò, per sè, per l’America nera, per l’America delle donne, per l’America tutta, quello che non aveva mai avuto. Rispetto. Un anno dopo l’urlo di quella voce straripante che penetrò la “soul”, l’anima di una nazione sconvolta tra guerra, assassini, rivolte di strada, proprio nella sua Memphis un proiettile avrebbe zittito per sempre Martin Luther King e Aretha sarbbe tornata a lanciare il suo grido al funerale dell’uomo che lei aveva conosciuto e adorato nella propria casa. E in questa fulminea, crudele parabola del successo trafitto dalla tragedia c’è la storia dei settantasei…
“Respect”, rispetto. Era il 1967 quando una ragazza ventenne, sbarcata da Memphis a Detroit per seguire il padre Pastore Battista nel suo percorso per i diritti civili, produsse una canzone che divenne il filo musicale che avrebbe tessute insieme musica, storia, speranze e tragedie di una nazione. Aretha Franklin conquistò, per sè, per l’America nera, per l’America delle donne, per l’America tutta, quello che non aveva mai avuto. Rispetto. Un anno dopo l’urlo di quella voce straripante che penetrò la “soul”, l’anima di una nazione sconvolta tra guerra, assassini, rivolte di strada, proprio nella sua Memphis un proiettile avrebbe zittito per sempre Martin Luther King e Aretha sarbbe tornata a lanciare il suo grido al funerale dell’uomo che lei aveva conosciuto e adorato nella propria casa. E in questa fulminea, crudele parabola del successo trafitto dalla tragedia c’è la storia dei settantasei di vita di una donna che al tramonto della propria vita disse: “Io non ho fatto niente di importante, oltre che essere stata una buona madre per i miei figli”.
La sua, di formidabile artista autodidatta che aveva imparato a suonare il pianoforte a orecchio in casa, che portava sempre la borsetta come la Regina Elisabetta pretendendo di poggiarla su uno sgabello o una sedia perché sul pavimento portava male, di “Regina del Soul” che aveva cantato tutto, dal Gospel nelle chiese a Puccini per sostituire un Pavarotti malato, non era la falsa modestia della Diva, quale lei era, nelle sue acconciature, cappelli, costumi. Era la malinconica, lucida constatazione che il “sogno” annunciato da King (e scritto anche dal padre che aveva preparato gli appunti per quel discorso e lo aveva provato in chiesa) era ancora lontano dall’avverarsi.
Avrebbe conosciuto un successo diseguale, nei moti andanti delle mode musicali, ma cresciuto fino a diventare leggenda. Fu più venduta e popolare dei Beatles, per due anni. Ricevette le massime decorazioni civili da Presidenti di entrambi i partiti, anche da George Bush. Cantò per Carter, Clinton e Obama, che fu ripreso mentre si asciugava una lacrima, ai loro insediamenti. Neppure il mediocre saluto twittato da Trump ore dopo la notizia della morte, che ha definito “la sua voce un meraviglioso dono divino”, come se Aretha fosse stata soltanto un prodigioso strumento musicale, una specie di Stradivario costruito dal divino artigiano, ha potuto ridimensionare quello che lei è stata, per due generazioni di afroamericani e di giovani di ogni colore cresciuti ripetendo i versi e i ritmi dei suoi pezzi. E magari guardando e riguardando la sequenza del sempre giovane The Blues Brothers dove lei canta e urla “Freedom”, libertà.
Ma il “messaggio” della “Natural Woman” che chiedeva a “Little Prayer”, una piccola preghiera per sé, come avrebbe detto la retorica politica, in lei non era mai stato ingombrante. La sua forza era nella prepotente sincerità che esplodeva dal suo essere, nell’eco della sofferenza che dalle stive delle navi negriere dilagava nelle sonorità delle nuove piantagioni industrialo della Detroit moribonda e nel suo essere donna, quindi incarnazione di un doppio cammino verso una nazione che finalmente realizzasse la promessa incompiuta della Costituzione. Quel cammino che la riemersione prepotente della parte di America che sogna di fermare la storia ha per ora arrestato, mentre la voce di Aretha si spegne.
La sua, di formidabile artista autodidatta che aveva imparato a suonare il pianoforte a orecchio in casa, che portava sempre la borsetta come la Regina Elisabetta pretendendo di poggiarla su uno sgabello o una sedia perché sul pavimento portava male, di “Regina del Soul” che aveva cantato tutto, dal Gospel nelle chiese a Puccini per sostituire un Pavarotti malato, non era la falsa modestia della Diva, quale lei era, nelle sue acconciature, cappelli, costumi. Era la malinconica, lucida constatazione che il “sogno” annunciato da King (e scritto anche dal padre che aveva preparato gli appunti per quel discorso e lo aveva provato in chiesa) era ancora lontano dall’avverarsi.
Avrebbe conosciuto un successo diseguale, nei moti andanti delle mode musicali, ma cresciuto fino a diventare leggenda. Fu più venduta e popolare dei Beatles, per due anni. Ricevette le massime decorazioni civili da Presidenti di entrambi i partiti, anche da George Bush. Cantò per Carter, Clinton e Obama, che fu ripreso mentre si asciugava una lacrima, ai loro insediamenti. Neppure il mediocre saluto twittato da Trump ore dopo la notizia della morte, che ha definito “la sua voce un meraviglioso dono divino”, come se Aretha fosse stata soltanto un prodigioso strumento musicale, una specie di Stradivario costruito dal divino artigiano, ha potuto ridimensionare quello che lei è stata, per due generazioni di afroamericani e di giovani di ogni colore cresciuti ripetendo i versi e i ritmi dei suoi pezzi. E magari guardando e riguardando la sequenza del sempre giovane The Blues Brothers dove lei canta e urla “Freedom”, libertà.
Ma il “messaggio” della “Natural Woman” che chiedeva a “Little Prayer”, una piccola preghiera per sé, come avrebbe detto la retorica politica, in lei non era mai stato ingombrante. La sua forza era nella prepotente sincerità che esplodeva dal suo essere, nell’eco della sofferenza che dalle stive delle navi negriere dilagava nelle sonorità delle nuove piantagioni industrialo della Detroit moribonda e nel suo essere donna, quindi incarnazione di un doppio cammino verso una nazione che finalmente realizzasse la promessa incompiuta della Costituzione. Quel cammino che la riemersione prepotente della parte di America che sogna di fermare la storia ha per ora arrestato, mentre la voce di Aretha si spegne.