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(agf)

Il coraggio della Liguria, la terra dello spazio verticale

La tragedia di Genova negli occhi di un camionista che era sul viadotto crollato. E che per un caso si è salvato. 
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Quando il ponte Morandi è crollato, l'abbiamo pensato tutti: basta un attimo per trovarsi da una parte o dall'altra del destino. Un attimo prima, un attimo dopo. Il camionista dei supermercati Basko che inchioda di colpo e d'istinto mette la retromarcia, o uno degli ultimi veicoli che attraversa il ponte ancora intero.
Alessandro è di Imperia, la città in cui sono cresciuta, come me emigrato dal Sud, e si è trovato dall'altra parte per pochi secondi: salvo. Guidava il furgone della sua agenzia di pompe funebri, portava una bara all'ospedale San Martino; fra gli imperiesi è comune ricoverarsi a Genova, così gli capita spesso di fare quel tragitto per lavoro. Appena fuori dal tunnel che sfocia sul viadotto, c'era il diluvio. Prima, un sole che spaccava le pietre, adesso una pioggia così fitta che non si vedeva nulla. Dall'abitacolo ha scattato una foto e l'ha postata su Facebook; un istante dopo, la strada …
Quando il ponte Morandi è crollato, l'abbiamo pensato tutti: basta un attimo per trovarsi da una parte o dall'altra del destino. Un attimo prima, un attimo dopo. Il camionista dei supermercati Basko che inchioda di colpo e d'istinto mette la retromarcia, o uno degli ultimi veicoli che attraversa il ponte ancora intero.
Alessandro è di Imperia, la città in cui sono cresciuta, come me emigrato dal Sud, e si è trovato dall'altra parte per pochi secondi: salvo. Guidava il furgone della sua agenzia di pompe funebri, portava una bara all'ospedale San Martino; fra gli imperiesi è comune ricoverarsi a Genova, così gli capita spesso di fare quel tragitto per lavoro. Appena fuori dal tunnel che sfocia sul viadotto, c'era il diluvio. Prima, un sole che spaccava le pietre, adesso una pioggia così fitta che non si vedeva nulla. Dall'abitacolo ha scattato una foto e l'ha postata su Facebook; un istante dopo, la strada ha sussultato e il furgone è balzato in avanti come per una spinta. Spaventato, Alessandro ha premuto il freno, pensando al terremoto, lui che viene da Messina e alla terra che trema è abituato: dal furgone non aveva la visuale posteriore, non capiva cosa fosse accaduto. Ha visto gli autisti sulla corsia opposta frenare, scendere per fermare le altre macchine, ma ha continuato a guidare, ha chiamato la moglie, le ha detto è successo qualcosa di grave, forse un traliccio, non so. Non sapeva che 30 metri dietro di lui c'era il vuoto di una campata che era franata sul torrente Polcevera, sulla ferrovia, sull'isola ecologica di Sampierdarena. Lo avrebbe scoperto un quarto d'ora dopo, al San Martino, da un collega, dai commenti che già inondavano la sua pagina Facebook proprio sotto la foto. Accendi un cero, lo esortavano in molti. Alessandro fa parte della confraternita di San Leonardo, è tra quelli che camallano la statua durante la processione, ma il cero non l'ha acceso. "È solo il caso", dice, come a intendere che Dio non c'entra. Casus in latino viene da cadere: il caso è ciò che ci accade, che ci cade davanti. O dietro. Alessandro ha 47 anni e da 20 fa i conti con la morte quotidianamente, trattarla con rispetto per il dolore altrui ma con distacco è l'unico modo per non soccombere. O forse è che, al contrario di Fra Ginepro, protagonista di Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder, non vuole domandarsi perché altri siano morti mentre lui è rimasto vivo. La salvezza come privilegio gli infliggerebbe il senso di colpa del superstite.
Alessandro non è più andato a Genova da allora. Io ci sono passata il giorno successivo alla catastrofe per rientrare a Roma, dove abito: sono uscita a Voltri e ho preso la A26 per aggirare il tratto di autostrada chiuso e tornare verso Genova sulla A7, un'ora abbondante dopo. In quella via alternativa, ampia, quasi senza tunnel, ho pensato che i genovesi si erano fidati, ed erano stati traditi. Tutti noi ci eravamo fidati, nonostante le avvisaglie, del Ponte di Brooklyn - così lo chiamavamo, perché quell'imponente struttura ci era sempre parsa audace e smisurata come solo le cose oltreoceano. Era l'ennesimo segno di orgoglio di una città appesa alle montagne e affacciata sul mare, di una regione che potresti definire ingrata, per quanto è faticosa, invece la ami e basta. La terra è troppo stretta e in pendenza per darti da mangiare? E tu costruisci i muri a secco e le fasce, le cattedrali di ulivi come una forma di fede. La strada è una sola e a strapiombo e il traffico la intasa? E tu costruisci un avveniristico viadotto per collegare Levante a Ponente. Chi è nato o cresciuto in Liguria concepisce lo spazio in verticale, un balcone sul vuoto. Quel ponte subito dopo le gallerie mi fiondava dal buio dell'ubagu all'abrigu, all'aperto. Per noi liguri, scriveva Calvino, l'aprico coincide con l'esistenza stessa del mondo, anzi con la lotta per l'esistenza. Non voglio dimenticarlo.