Autostrade, la nazionalizzazione e quegli sceriffi senza pistola
Massimo Giannini , di MASSIMO GIANNINIChi nella maggioranza vuole il ritorno dello Stato Imprenditore non sa di cosa parla. Studi un po' di Prima Repubblica. Scoprirà che il pubblico non è buono in sé. Basterebbe solo un efficiente Stato Regolatore. Quello che è scandalosamente mancato finora
Tra le macerie del ponte Morandi si aggira dunque il fantasma dello Stato Padrone. Dopo i fallimenti del privato, è legittima una riflessione sul ruolo del pubblico. Purché sia chiaro il senso di marcia, e al momento non lo è. Che vuole fare il governo con la concessione di Autostrade nessuno lo sa. Il ministro Toninelli è come sempre pieno di certezze: "Nazionalizzazione immediata". Il sottosegretario Giorgetti è come sempre pieno di incertezze: "Ragioniamo, ma lo Stato non deve fare i panettoni". Il premier Conte è come sempre pieno di vaghezze: "Avanti con la revoca, valuteremo la modalità migliore per soddisfare l'interesse pubblico".
Nella confusione generale spunta il solito jolly, buono per tutte le stagioni e per tutte le occasioni: Cdp, la cassaforte del risparmio postale da 420 miliardi, ora in pista per rilevare la quota di maggioranza di Atlantia (non si capisce se in guerra o in pac…
Tra le macerie del ponte Morandi si aggira dunque il fantasma dello Stato Padrone. Dopo i fallimenti del privato, è legittima una riflessione sul ruolo del pubblico. Purché sia chiaro il senso di marcia, e al momento non lo è. Che vuole fare il governo con la concessione di Autostrade nessuno lo sa. Il ministro Toninelli è come sempre pieno di certezze: "Nazionalizzazione immediata". Il sottosegretario Giorgetti è come sempre pieno di incertezze: "Ragioniamo, ma lo Stato non deve fare i panettoni". Il premier Conte è come sempre pieno di vaghezze: "Avanti con la revoca, valuteremo la modalità migliore per soddisfare l'interesse pubblico".
Nella confusione generale spunta il solito jolly, buono per tutte le stagioni e per tutte le occasioni: Cdp, la cassaforte del risparmio postale da 420 miliardi, ora in pista per rilevare la quota di maggioranza di Atlantia (non si capisce se in guerra o in pace con i Benetton). Vedremo nei prossimi giorni se è un'ipotesi seria, o una bufala d'agosto. Due cose, nel frattempo, sono evidenti. La prima è che la convenzione con Autostrade, al di là delle intemerate demagogiche dei pentastellati, è un groviglio giuridico e persino costituzionale complicatissimo da sciogliere. La seconda è che la ridefinizione di tutte le concessioni pubbliche in essere, dai telefonini alle televisioni, è una sfida ambiziosissima da raccogliere.
Questo governo non pare all'altezza del compito. Non lo sono stati neanche i governi precedenti, di sinistra e di destra, che hanno aperto ai privati le porte dei settori strategici senza vigilare su investimenti, pedaggi, efficienza dei mercati. Oggi, quindi, l'idea di ridare un ruolo allo Stato non è di per sé un "atto eversivo". È invece un'esigenza della fase, perché anche così si ricostruisce un terreno di coesione sociale per i cittadini. E se il Pd non capisce questo, se non realizza che il partito nato dalle ceneri di Moro e Berlinguer, di fronte a 43 morti, non può preoccuparsi del crollo dei titoli in Borsa, allora "si merita i fischi di Genova", come ha detto De Rita su queste pagine.
Ma chi, al contrario, immagina il ritorno dello Stato Padrone che schiaccia le "mosche del capitale" e risolve tutti i problemi, non sa di cosa parla. La stagione delle privatizzazioni italiane è stata un lavacro necessario per un Paese fallito. Non solo per ragioni economiche: in 25 anni le vendite di Stato hanno fruttato 168,5 miliardi di euro. Ma anche per ragioni etiche: le grandi PpSs del Dopoguerra, l'Iri e l'Intersind degli accordi sindacali avanzati, la Grande Eni di Mattei, il piano siderurgico di Sinigaglia, negli anni '80 sono diventate solo una grande mangiatoia per i partiti.
Di Maio che indica le buone pratiche autostradali di Germania e Austria o Di Battista che continua a postare sognanti proclami castristi da Oltreoceano sanno qualcosa di come funzionavano i Comitati di presidenza degli enti pubblici ai tempi del Caf? Hanno contezza di cos'erano le "notti delle nomine" nei banchi pubblici (Banco Napoli e Bnl) o nelle tre "bin" (Credit, Comit, Bancoroma)? Qualcuno ha raccontato loro di Enimont, la "madre di tutte le mazzette" che sancì la fine della grande chimica tricolore? E adesso che ipotizzano di trasferire ad Anas le autostrade, sanno qualcosa di un tal ministro Prandini, per gli amici "Attila", che per conto della Dc trasformò quell'ente in una gioiosa macchina da tangenti? E ora che vogliono statalizzare Alitalia, hanno mai sentito parlare di un tal ministro Scajola, che per suo diletto impose alla compagnia di bandiera il volo di linea Roma-Albenga?
Studino un po' di Prima Repubblica. Scopriranno che il pubblico non è buono in sé. Soprattutto oggi, che la fu "quinta potenza economica del mondo" ha dilapidato tanta parte dei suoi tesori industriali. Colpa di una politica senza morale e di un capitalismo senza capitale. Nel 1993 raccontammo su Repubblica l'epica battaglia sulle privatizzazioni delle banche tra Prodi, presidente dell'Iri, ed Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca. In uno scambio di lettere segrete, quello scontro marchiò le vendite di Stato dei decenni successivi. Cuccia che propose una svendita, cioè "un noyau dur di azionisti stabili...di Credit e Comit" e un doppio aumento di capitale "perché solo un folle o un ente pubblico le comprerebbe così come sono!" Prodi che difese il modello public company, perché "una diminuzione del prezzo può essere giustificata solo se la vendita viene fatta a un numero grandissimo di piccoli azionisti".
Alla fine vinse Cuccia, che pilotò i collocamenti facendo finire le due banche in mano ai "nuclei duri" del famoso Salotto Buono per pochi miliardi di lire. Un modello che più tardi fu ripetuto per la Stet (che gli Agnelli si portarono a casa con lo 0,6% del capitale) e per le stesse Autostrade (che i Benetton si presero con 7 miliardi di euro di leva finanziaria). Convenzioni senza gara e poi "controllori" trasformati in propaggini politiche al servizio delle lobby dei "controllati" hanno fatto il resto. Agcom, Autorità per l'energia. Authority per i Trasporti: controlli virtuali, sanzioni inconsistenti, tariffe più alte d'Europa (800 mila euro a chilometro nel caso delle autostrade, oltre al paradosso delle "concessioni in essere" blindate). Sceriffi senza pistola.
Dal 1992 questo hanno fatto privati e pubblici, insieme. Dunque ora riflettiamo pure senza tabù sullo Stato Imprenditore. Ma chiediamoci se non basterebbe anche solo un buono Stato Regolatore. Quello che è scandalosamente mancato da allora. Con una differenza non trascurabile. Allora i Poteri Forti c'erano sul serio. Oggi in giro si vedono solo Poteri Morti.