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(agf)

Il miraggio del monopolio di Stato

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Nel cielo dei valori costituzionali brilla la concorrenza, non lo statalismo
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No, non è così che potremo risparmiarci altri lutti, altre disgrazie. Non trasferendo ad Anas tutte le autostrade. Non sostituendo a un monopolio privato il monopolio dello Stato. La medicina da cui dipende la nostra sicurezza si chiama efficienza, nella gestione così come nei controlli. E l'efficienza è figlia della concorrenza, virtù mai troppo praticata alle nostre latitudini. Sarà che la competizione ci spaventa, in nome d'un malinteso sentimento di protezione nei riguardi dei più deboli; e intanto ci alleviamo in corpo diseguaglianze e mobilità sociale prossima allo zero. O forse sarà che abbiamo in gran dispetto il pluralismo, a causa di una cultura organicistica testimoniata perfino dal vocabolario. Sicché gli inglesi dicono people, al plurale, per definirsi come una comunità di singoli individui; noi diciamo "popolo", al singolare, e in tale sostantivo ciascuno annega in una totalit&…
No, non è così che potremo risparmiarci altri lutti, altre disgrazie. Non trasferendo ad Anas tutte le autostrade. Non sostituendo a un monopolio privato il monopolio dello Stato. La medicina da cui dipende la nostra sicurezza si chiama efficienza, nella gestione così come nei controlli. E l'efficienza è figlia della concorrenza, virtù mai troppo praticata alle nostre latitudini. Sarà che la competizione ci spaventa, in nome d'un malinteso sentimento di protezione nei riguardi dei più deboli; e intanto ci alleviamo in corpo diseguaglianze e mobilità sociale prossima allo zero. O forse sarà che abbiamo in gran dispetto il pluralismo, a causa di una cultura organicistica testimoniata perfino dal vocabolario. Sicché gli inglesi dicono people, al plurale, per definirsi come una comunità di singoli individui; noi diciamo "popolo", al singolare, e in tale sostantivo ciascuno annega in una totalità indifferenziata, in un unico organismo.

Da qui l'idea di nazionalizzare 3 mila chilometri di rete autostradale, consegnandola alle amorevoli cure dello Stato. Dopo di che nessun ponte cadrà giù come un birillo, dopo di che risparmieremo sul pedaggio nei caselli. Magari fosse vero. E magari le nazionalizzazioni fossero sempre un affare. Nel 1962, quando per legge venne istituito l'Enel, l'indennizzo incassato dalle società elettriche fu di gran lunga superiore al loro valore di mercato; e alla fine della giostra finì per finanziare la nascita d'un gruppo di potere petrolchimico (Montecatini -Edison) ancora più potente. Nel frattempo i deficit di Stato diventavano voragini, all'Iri non meno che all'Eni; l'Alfa Romeo, azienda automobilistica di Stato, a Pomigliano d'Arco fabbricava l'Alfasud, spendendo per ogni autovettura un milione di lire in più del suo prezzo di vendita; e s'ingrassava la "razza padrona", i manager pubblici come Eugenio Cefis, sotto l'ombrello dei partiti di governo.

Il fatto è che lo Stato italiano è sempre stato fragile, poroso rispetto alle incursioni delle lobby, gravato da una burocrazia ipertrofica quanto inefficiente. Non a caso già Silvio Spaventa, nel 1879, ne denunciò l'arretratezza. E non a caso i giuristi cominciarono a discutere di "crisi dello Stato" nel primo Novecento: basta rileggere i saggi di Romano, Orlando, Jemolo, per molti versi ancora attuali. Ma ormai nessuno ha più voglia di leggere, figurarsi di rileggere. E nell'ignoranza del passato ripetiamo come in sogno lo stesso copione, magari rovesciandone il finale.

Ora è la volta dello statalismo, un déjà-vu degli anni Sessanta. Negli anni Novanta, viceversa, aprimmo la stagione delle privatizzazioni. Sempre a quel tempo fummo giustizialisti, sulla scia di Tangentopoli; mentre dieci anni dopo diventammo garantisti, tanto da correggere la Costituzione per introdurvi le garanzie del giusto processo. Abbiamo amoreggiato con leggi elettorali proporzionali e maggioritarie, cambiando l'una per l'altra come fossero cravatte. Eravamo regionalisti nel 1947, centralisti ai tempi di mamma Dc, di nuovo regionalisti nel 2001 (con la riforma del Titolo quinto), di nuovo centralisti nel 2016 (con la riforma Renzi), e adesso chissà mai che siamo. Ah sì, siamo le belle statuine dello Stato, imbambolati dinanzi alla divinità che ci soccorre, che libera le nostre vite dal maligno.

Ma è un miraggio, anzi un errore. Nel cielo dei valori costituzionali brilla la concorrenza, non lo statalismo. Implicitamente nell'articolo 41, nero su bianco nell'articolo 117. E a sua volta la Consulta, a partire dalla sentenza n. 14 del 2004, ne ha disegnato una nozione ampia, pluricomprensiva, affidando allo Stato sia la tutela che la promozione della concorrenza. Significa che i poteri pubblici devono opporsi ai monopoli, non ricostituirli dentro il proprio seno. Significa che le concessioni ai privati vanno segmentate, sottoposte a vincoli stringenti, circoscritte in un lasso di tempo ragionevole, anziché irragionevolmente prorogate (fino al 2042, nel caso di Atlantia, la società che gestiva il ponte Morandi). Significa, in conclusione, costringere i forti alla concorrenza dei più forti, affinché se ne avvantaggino i più deboli.