Tra i primi sintomi, molti anni fa, ci fu il fenomeno delle statue neoclassiche decapitate di notte a villa Borghese. Erano (ancora sono, nonostante tutto) decoroso ornamento alla cancellata del Giardino del Lago. Poi ci fu l'abbattimento dei busti degli eroi risorgimentali, al Pincio e sui vialoni del Gianicolo che piacevano a Leopardi. Una delle poche cose che gli piacesse a Roma, detto tra parentesi. Due gesti a una prima lettura simili. Le testine delle statue potevano avere un certo valore commerciale; anche se di fattura non eccezionale, rivendute a qualche rigattiere di pochi scrupoli potevano fruttare un po' di soldi. Dopo la strage sono state sostituite da calchi. L'abbattimento di un busto, lo sfregio a un sarcofago, invece è un gesto vandalico che sfoga una violenza primitiva, fine a se stessa.
Esiste però un secondo livello di lettura dove queste superficiali diversità tornano a coincidere; entrambi i gesti denunciano quali mutamenti abbia…
Esiste però un secondo livello di lettura dove queste superficiali diversità tornano a coincidere; entrambi i gesti denunciano quali mutamenti abbia…
Tra i primi sintomi, molti anni fa, ci fu il fenomeno delle statue neoclassiche decapitate di notte a villa Borghese. Erano (ancora sono, nonostante tutto) decoroso ornamento alla cancellata del Giardino del Lago. Poi ci fu l'abbattimento dei busti degli eroi risorgimentali, al Pincio e sui vialoni del Gianicolo che piacevano a Leopardi. Una delle poche cose che gli piacesse a Roma, detto tra parentesi. Due gesti a una prima lettura simili. Le testine delle statue potevano avere un certo valore commerciale; anche se di fattura non eccezionale, rivendute a qualche rigattiere di pochi scrupoli potevano fruttare un po' di soldi. Dopo la strage sono state sostituite da calchi. L'abbattimento di un busto, lo sfregio a un sarcofago, invece è un gesto vandalico che sfoga una violenza primitiva, fine a se stessa.
Esiste però un secondo livello di lettura dove queste superficiali diversità tornano a coincidere; entrambi i gesti denunciano quali mutamenti abbia patito una città come Roma nella mente di molti che la abitano. Qui è l'aspetto spaventoso di un declino che solo in parte risale ad un'amministrazione inefficiente perché in realtà investe tutto intero l'abitato, la cittadinanza, i turisti, quelli che si bagnano nudi nelle fontane, che incidono il nome sulle venerande pietre del Colosseo. Comportamenti, si sente spesso ripetere, che a casa loro non farebbero, che invece qui fanno perché evidentemente colgono l'atmosfera d'abbandono, l'incuria, il degrado, una sorveglianza assonnata e comunque insufficiente.
Fino a pochi decenni fa Roma è stata una città disseminata di ornamenti unici al mondo, fossero i resti del passato imperiale o opere commissionate di recente. Spesso semplici frammenti oppure manufatti che davano a chi percorreva una strada o un giardino la sensazione di poterlo toccare con mano, il passato. Un esempio: la sistemazione di valle Giulia in vista del primo cinquantenario dell'Unità d'Italia (1911). Tra i vari edifici c'era (c'è) la palazzina "palladiana" che ospita l'Accademia britannica; la fronteggia un piazzale delimitato da un muro qua e là interrotto da graziose colonnette. Per due volte le colonnette sono state abbattute da azzardate manovre notturne con auto potenti in mano a guidatori dissennati. Al posto delle colonnette ci sono da mesi tavole di legno da cantiere avvolte da brandelli di plastica agitati dal vento.
Le grandi città d'arte italiane, Roma in testa ma anche Venezia, Firenze e tante altre, sono strutture fragili cosparse di meraviglie pubbliche, esposte, affidate al rispetto di chi quelle città percorre. Se scompare quel senso di venerazione, non sono molte le speranze di salvarle da un brutale e veloce declino.
Esiste però un secondo livello di lettura dove queste superficiali diversità tornano a coincidere; entrambi i gesti denunciano quali mutamenti abbia patito una città come Roma nella mente di molti che la abitano. Qui è l'aspetto spaventoso di un declino che solo in parte risale ad un'amministrazione inefficiente perché in realtà investe tutto intero l'abitato, la cittadinanza, i turisti, quelli che si bagnano nudi nelle fontane, che incidono il nome sulle venerande pietre del Colosseo. Comportamenti, si sente spesso ripetere, che a casa loro non farebbero, che invece qui fanno perché evidentemente colgono l'atmosfera d'abbandono, l'incuria, il degrado, una sorveglianza assonnata e comunque insufficiente.
Fino a pochi decenni fa Roma è stata una città disseminata di ornamenti unici al mondo, fossero i resti del passato imperiale o opere commissionate di recente. Spesso semplici frammenti oppure manufatti che davano a chi percorreva una strada o un giardino la sensazione di poterlo toccare con mano, il passato. Un esempio: la sistemazione di valle Giulia in vista del primo cinquantenario dell'Unità d'Italia (1911). Tra i vari edifici c'era (c'è) la palazzina "palladiana" che ospita l'Accademia britannica; la fronteggia un piazzale delimitato da un muro qua e là interrotto da graziose colonnette. Per due volte le colonnette sono state abbattute da azzardate manovre notturne con auto potenti in mano a guidatori dissennati. Al posto delle colonnette ci sono da mesi tavole di legno da cantiere avvolte da brandelli di plastica agitati dal vento.
Le grandi città d'arte italiane, Roma in testa ma anche Venezia, Firenze e tante altre, sono strutture fragili cosparse di meraviglie pubbliche, esposte, affidate al rispetto di chi quelle città percorre. Se scompare quel senso di venerazione, non sono molte le speranze di salvarle da un brutale e veloce declino.