Ilva, perché Di Maio tiene nascosto il parere dell’Avvocato dello Stato?
Sebastiano Messina , di SEBASTIANO MESSINAIl ministro dice che “è stato commesso il delitto perfetto” ma tiene secretato il contenuto del documento legale. Ed è lo stesso che a Genova tuonava contro la concessione ad Autostrade secretata dal governo precedente
Con il tono solenne di Hercule Poirot, Luigi Di Maio ha annunciato che per l'aggiudicazione dell'Ilva "è stato commesso il delitto perfetto". Formula efficacissima, non c'è che dire. Purtroppo non ci ha voluto rivelare chi è la vittima, chi è l'assassino e dov'è finita l'arma del delitto. Ed è forse per tenerci tutti sulla corda, come un vero giallista, che ha chiuso a chiave nel suo cassetto il referto del medico legale, che in questo caso è nientemeno che l'Avvocato generale dello Stato, Massimo Massella Ducci Teri.
È a lui - il più alto consigliere giuridico del governo - che il ministro-investigatore aveva infatti chiesto un parere legale sullo strano caso dell'acciaieria di Taranto. Ma quando l'ha ricevuto l'ha letto, ha richiuso la busta e non ha voluto rivelare a nessuno il suo contenuto.
O meglio: ci ha detto solo ciò che a lui è piaciuto. Sappiamo p…
È a lui - il più alto consigliere giuridico del governo - che il ministro-investigatore aveva infatti chiesto un parere legale sullo strano caso dell'acciaieria di Taranto. Ma quando l'ha ricevuto l'ha letto, ha richiuso la busta e non ha voluto rivelare a nessuno il suo contenuto.
O meglio: ci ha detto solo ciò che a lui è piaciuto. Sappiamo p…
Con il tono solenne di Hercule Poirot, Luigi Di Maio ha annunciato che per l'aggiudicazione dell'Ilva "è stato commesso il delitto perfetto". Formula efficacissima, non c'è che dire. Purtroppo non ci ha voluto rivelare chi è la vittima, chi è l'assassino e dov'è finita l'arma del delitto. Ed è forse per tenerci tutti sulla corda, come un vero giallista, che ha chiuso a chiave nel suo cassetto il referto del medico legale, che in questo caso è nientemeno che l'Avvocato generale dello Stato, Massimo Massella Ducci Teri.
È a lui - il più alto consigliere giuridico del governo - che il ministro-investigatore aveva infatti chiesto un parere legale sullo strano caso dell'acciaieria di Taranto. Ma quando l'ha ricevuto l'ha letto, ha richiuso la busta e non ha voluto rivelare a nessuno il suo contenuto.
O meglio: ci ha detto solo ciò che a lui è piaciuto. Sappiamo perciò che l'Avvocatura ha usato la parola "criticità". Che non è un termine giuridico ma burocratico. Ci può essere una criticità, per esempio, nella raccolta dei rifiuti. Ma in quel caso basta mandare dieci autocompattatori per superarla: qui invece non siamo davanti a un cumulo di spazzatura, ma alla più grande acciaieria d'Europa. Eppure quella parola, "criticità", è bastata al ministro per dire che "secondo noi l'atto è illegittimo". È illegittimo ma lui dice di non poterlo annullare, perché "per esserci l'annullamento deve esserci l'illegittimità dell'atto".
La gara dunque è illegittima ma non è illegittima. L'illegittimità forse c'è ("Secondo noi"), ma di sicuro non secondo l'Avvocatura. E comunque "l'annullamento non può essere un atto unilaterale". Ascoltando il giovane ministro avventurarsi con spavalda incoscienza per sentieri a lui sconosciuti sembrava quasi di sentire gli applausi lontani degli studenti fuoricorso di Giurisprudenza bocciati tre volte all'esame di Diritto amministrativo.
Ora, è singolare che il ministro si aspettasse un parere favorevole alla sua tesi, visto che lo stesso Avvocato generale, Massella Ducci Teri, appena qualche mese fa aveva consegnato al predecessore di Di Maio, Carlo Calenda, un documento di sette pagine in cui usava sì la parola "criticità", ma consigliava al governo di non perdere "una concreta occasione di concludere favorevolmente l'iter" della gara per evitare "l'inevitabile apertura di una complessa fase contenziosa, anche di natura risarcitoria", che non sarebbe "del tutto riconducibile all'interesse pubblico".
Questo scriveva l'Avvocato generale dello Stato a Calenda, senza fumosità e senza giri di parole. Ma a Di Maio quel parere non è bastato. Evidentemente non gli è piaciuto. E allora, dopo aver tergiversato con la bizzarra convocazione al ministero di 62 (sessantadue) associazioni ambientaliste, chiamate a esprimere la loro opinione sulla gara, ne ha chiesto un altro. Allo stesso Avvocato generale. Sulla stessa gara. Forse sperava che, cambiato il governo, cambiasse anche il parere di Massella Ducci Teri.
Ma la risposta deve averlo deluso, perché questo nuovo parere lui non vuole rivelarlo. Lo renderà pubblico solo "al termine della procedura" - cioè a cose fatte, quando non interesserà più a nessuno - sostenendo che non lui ma l'Avvocatura lo ha secretato con una singolare "clausola di non ostensibilità".
C'è qualcosa di paradossale - e anche di indecente, diciamolo - nel comportamento di un ministro che a Genova tuonava contro "le concessioni secretate" di Autostrada (senza sapere che da febbraio poteva trovare gli atti integrali su internet) e oggi secreta un delicatissimo parere legale solo perché non c'è scritto quello che voleva lui. Il paladino della trasparenza, il profeta dello streaming, il nemico dei segreti di Stato, prima invoca pubblicamente il giudizio dell'Avvocatura e poi lo chiude a chiave nel suo cassetto, rivelandone solo qualche parola come se fosse il quarto segreto di Fatima.
Non è la prima e non sarà l'ultima volta che i cinquestelle commettono esattamente gli stessi peccati che imputavano alla Casta, ma non è accettabile che un ministro della Repubblica faccia il gioco delle tre carte quando maneggia il destino di una grande impresa, di 14 mila operai, di una bomba ecologica da disinnescare e di una gestione commissariale che costa ai contribuenti italiani un milione al giorno.
(Una precedente versione di questo articolo è stata aggiornata alle 18.50 del 23 agosto 2018)
È a lui - il più alto consigliere giuridico del governo - che il ministro-investigatore aveva infatti chiesto un parere legale sullo strano caso dell'acciaieria di Taranto. Ma quando l'ha ricevuto l'ha letto, ha richiuso la busta e non ha voluto rivelare a nessuno il suo contenuto.
O meglio: ci ha detto solo ciò che a lui è piaciuto. Sappiamo perciò che l'Avvocatura ha usato la parola "criticità". Che non è un termine giuridico ma burocratico. Ci può essere una criticità, per esempio, nella raccolta dei rifiuti. Ma in quel caso basta mandare dieci autocompattatori per superarla: qui invece non siamo davanti a un cumulo di spazzatura, ma alla più grande acciaieria d'Europa. Eppure quella parola, "criticità", è bastata al ministro per dire che "secondo noi l'atto è illegittimo". È illegittimo ma lui dice di non poterlo annullare, perché "per esserci l'annullamento deve esserci l'illegittimità dell'atto".
La gara dunque è illegittima ma non è illegittima. L'illegittimità forse c'è ("Secondo noi"), ma di sicuro non secondo l'Avvocatura. E comunque "l'annullamento non può essere un atto unilaterale". Ascoltando il giovane ministro avventurarsi con spavalda incoscienza per sentieri a lui sconosciuti sembrava quasi di sentire gli applausi lontani degli studenti fuoricorso di Giurisprudenza bocciati tre volte all'esame di Diritto amministrativo.
Ora, è singolare che il ministro si aspettasse un parere favorevole alla sua tesi, visto che lo stesso Avvocato generale, Massella Ducci Teri, appena qualche mese fa aveva consegnato al predecessore di Di Maio, Carlo Calenda, un documento di sette pagine in cui usava sì la parola "criticità", ma consigliava al governo di non perdere "una concreta occasione di concludere favorevolmente l'iter" della gara per evitare "l'inevitabile apertura di una complessa fase contenziosa, anche di natura risarcitoria", che non sarebbe "del tutto riconducibile all'interesse pubblico".
Questo scriveva l'Avvocato generale dello Stato a Calenda, senza fumosità e senza giri di parole. Ma a Di Maio quel parere non è bastato. Evidentemente non gli è piaciuto. E allora, dopo aver tergiversato con la bizzarra convocazione al ministero di 62 (sessantadue) associazioni ambientaliste, chiamate a esprimere la loro opinione sulla gara, ne ha chiesto un altro. Allo stesso Avvocato generale. Sulla stessa gara. Forse sperava che, cambiato il governo, cambiasse anche il parere di Massella Ducci Teri.
Ma la risposta deve averlo deluso, perché questo nuovo parere lui non vuole rivelarlo. Lo renderà pubblico solo "al termine della procedura" - cioè a cose fatte, quando non interesserà più a nessuno - sostenendo che non lui ma l'Avvocatura lo ha secretato con una singolare "clausola di non ostensibilità".
C'è qualcosa di paradossale - e anche di indecente, diciamolo - nel comportamento di un ministro che a Genova tuonava contro "le concessioni secretate" di Autostrada (senza sapere che da febbraio poteva trovare gli atti integrali su internet) e oggi secreta un delicatissimo parere legale solo perché non c'è scritto quello che voleva lui. Il paladino della trasparenza, il profeta dello streaming, il nemico dei segreti di Stato, prima invoca pubblicamente il giudizio dell'Avvocatura e poi lo chiude a chiave nel suo cassetto, rivelandone solo qualche parola come se fosse il quarto segreto di Fatima.
Non è la prima e non sarà l'ultima volta che i cinquestelle commettono esattamente gli stessi peccati che imputavano alla Casta, ma non è accettabile che un ministro della Repubblica faccia il gioco delle tre carte quando maneggia il destino di una grande impresa, di 14 mila operai, di una bomba ecologica da disinnescare e di una gestione commissariale che costa ai contribuenti italiani un milione al giorno.
(Una precedente versione di questo articolo è stata aggiornata alle 18.50 del 23 agosto 2018)