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Nave Diciotti, il ministro senza legge

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Salvini ha usato i migranti in un osceno mercato confondendo la cultura del governo con quella del comando. A fermare il leader leghista la decisione di un procuratore coraggioso
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L'irresponsabile, quanto miserabile e vigliacca sfida agitata tra una luganega, un tweet e un post in quel di Pinzolo dal vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini sulla pelle di 170 innocenti, bambini, donne e uomini eritrei, per dieci giorni ostaggio sui ponti della nave militare italiana "Diciotti" e colpevoli solo di fuggire da una guerra e da indicibili violenze nei lager libici, conosce il solo esito possibile in una democrazia occidentale in cui nessun potere dello Stato è legibus solutus, svincolato dal principio di legalità. Salvini e il suo capo di Gabinetto, il prefetto Matteo Piantedosi, risponderanno di fronte al Tribunale dei ministri di Palermo di sequestro di persona, arresto illegale, abuso di ufficio. Come prevede la legge di fronte a reati commessi da ministri nell'esercizio delle proprie funzioni. E come ha deciso, con coraggio, in solitudine e tempestività un Procuratore della Repubblica, Luigi Patronaggio, che ha giurato s…
L'irresponsabile, quanto miserabile e vigliacca sfida agitata tra una luganega, un tweet e un post in quel di Pinzolo dal vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini sulla pelle di 170 innocenti, bambini, donne e uomini eritrei, per dieci giorni ostaggio sui ponti della nave militare italiana "Diciotti" e colpevoli solo di fuggire da una guerra e da indicibili violenze nei lager libici, conosce il solo esito possibile in una democrazia occidentale in cui nessun potere dello Stato è legibus solutus, svincolato dal principio di legalità. Salvini e il suo capo di Gabinetto, il prefetto Matteo Piantedosi, risponderanno di fronte al Tribunale dei ministri di Palermo di sequestro di persona, arresto illegale, abuso di ufficio. Come prevede la legge di fronte a reati commessi da ministri nell'esercizio delle proprie funzioni. E come ha deciso, con coraggio, in solitudine e tempestività un Procuratore della Repubblica, Luigi Patronaggio, che ha giurato sulla stessa Costituzione che per dieci, interminabili giorni, è stata offesa, violata, irrisa, da un ministro che, per funzione, ne dovrebbe essere tra i più attenti custodi.
La decisione del Procuratore di Agrigento tampona lo squarcio tecnicamente eversivo che è stasto inflitto al Paese, alla sua dignità, alla sua credibilità internazionale e istituzionale un cinico avventuriero da sagra di partito cui sono state consegnate le chiavi del cuore del Potere nel nostro Paese (il ministero dell'Interno) e i suoi compari di strada. I ministri Luigi Di Maio e Danilo Toninelli e il Primo ministro per procura Giuseppe Conte. Della scarsa dimestichezza dei primi due con la Costituzione italiana, le convenzioni internazionali e financo la geografia si sapeva. Sorprende il terzo, avvocato e professore, strappato a una cattedra di diritto per più alti incarichi e mai sfiorato dal dubbio in questi giorni che del diritto si stesse facendo strame.
Hanno confuso i tavoli di negoziazione europea per il bar di Guerre Stellari o per un'osteria, dove chi batte più forte il pugno sul tavolo ha ragione. Hanno usato come ostaggi dei migranti, in un osceno mercato. Confuso una nave militare con una zattera di lebbrosi. E sempre mascella in fuori. Confondendo la cultura del governo con quella del comando. Dilapidando il patrimonio di credibilità sulle politiche migratorie che con fatica il governo Gentiloni e l'ex ministro dell'Interno Minniti avevano costruito. Complice anche l'innata propensione mimetica e trasformista degli apparati, pronti a battere i tacchi di fronte al nuovo padrone. Come dimostra la triste parabola di un prefetto come Matteo Piantedosi, capace di gettare a mare la sua storia professionale per non aver avuto la forza di tracciare un confine alle smanie istituzionalmente analfabete del "suo" ministro.
Naturalmente, la decisione della Procura di Agrigento interrompe un'illegalità. Ma non disinnesca quello che ne è stato e ne è il presupposto. Il gioco a saldo zero di un populismo che - come ha ricordato nei giorni scorsi su queste colonne Ezio Mauro - fa da specchio all'indignazione popolare, alle sue paure, incertezze, tragedie, piuttosto che risolverle. E così facendo impedisce che quell'indignazione, quelle paure - siano un fenomeno epocale come le migrazioni, piuttosto che il rapporto tra cittadino e Stato, tra cittadino e politica - si emancipino. Non c'è insomma bisogno di un indovino per sapere che, da oggi (e lo dimostrano le prime dichiarazioni di ieri sera di esponenti di governo e della maggioranza che lo sostiene), la vicenda della "Diciotti" sarà brandita come una clava da Salvini e dalla compagnia di figuranti che a lui si è indissolubilmente legata. Nel nostro avvilente dibattito politico, per fare del twittarolo di Pinzolo un martire della lesa italianità. E a Bruxelles, per tornare a minacciare. Questa volta il veto al bilancio dell'Unione. 
È una partita in cui Matteo Salvini, Luigi Di Maio, Danilo Toninelli, Giuseppe Conte non hanno nulla da perdere. Ma in cui hanno tutto da perdere i cittadini di questo Paese. Tutti. Nessuno escluso. Perché l'infamia della "Diciotti" parla a ciascuno di noi.