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(reuters)

Stati Uniti, rebus all’italiana per l’opposizione a Trump

Il partito democratico Usa si arrovella sulla questione dell’impeachment in termini che evocano la stagione politica da Mani Pulite in poi
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La scomparsa del patriota galantuomo John McCain è una perdita per tutti, in particolare quando la questione morale incombe sulla vita politica americana. McCain era uno degli ultimi repubblicani a tener testa al presidente, a lottare contro la deriva che trasforma il Grand Old Party nel "partito di Trump". Come avrebbe votato in un'eventuale procedura d'impeachment? Sarebbe stato il leader di una frazione dissidente della destra, disposta a mettere sotto accusa il presidente? Sono interrogativi tutt'altro che teorici. Gli ultimi sviluppi delle inchieste - e non siamo ancora arrivati alla vera conclusione del Russiagate - hanno reso l'impeachment un'opzione reale. Per questo sta tormentando il partito democratico. L'opposizione di sinistra è alle prese con un dilemma che per noi suona terribilmente familiare: è possibile liberarsi di un leader indegno per via giudiziaria? La questione morale si può sanare con i processi?
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La scomparsa del patriota galantuomo John McCain è una perdita per tutti, in particolare quando la questione morale incombe sulla vita politica americana. McCain era uno degli ultimi repubblicani a tener testa al presidente, a lottare contro la deriva che trasforma il Grand Old Party nel "partito di Trump". Come avrebbe votato in un'eventuale procedura d'impeachment? Sarebbe stato il leader di una frazione dissidente della destra, disposta a mettere sotto accusa il presidente? Sono interrogativi tutt'altro che teorici. Gli ultimi sviluppi delle inchieste - e non siamo ancora arrivati alla vera conclusione del Russiagate - hanno reso l'impeachment un'opzione reale. Per questo sta tormentando il partito democratico. L'opposizione di sinistra è alle prese con un dilemma che per noi suona terribilmente familiare: è possibile liberarsi di un leader indegno per via giudiziaria? La questione morale si può sanare con i processi?
 
Ancora una volta - non è la prima, alcuni studiosi americani lo riconoscono - il modello italiano è stato precursore. Il partito democratico Usa oggi si arrovella sulla questione dell'impeachment in termini che evocano una lunga stagione politica italiana da Mani Pulite in poi. Sia pure in un contesto istituzionale molto diverso: bipartitismo; presidenzialismo; più i vincoli costituzionali posti dalla procedura dell'impeachment.
 
Le motivazioni giuridiche per una messa sotto accusa del presidente, in vista della sua destituzione, si stanno materializzando. E la magistratura lavora a costruirne altre. Si allunga la lista di personaggi-chiave dell'entourage di Trump (soprattutto quello affaristico) che patteggiano sconti di pena in cambio di una collaborazione con la giustizia. È il pentitismo usato con determinazione, una tradizione che la magistratura Usa cominciò a praticare per prima contro Cosa Nostra. Almeno uno di questi pentiti - il suo ex avvocato personale - ha già posto le basi per un'incriminazione di Trump, correo nella violazione della legge federale sul finanziamento delle campagne elettorali.
 
L'ala sinistra del partito democratico - dove ci sono nuove leve di giovani radicali che non esitano a definirsi "socialisti" - non vede l'ora di andare alla resa dei conti con un presidente che giudica illegittimo, e un pericolo per la democrazia. Mancano poco più di due mesi alle elezioni legislative di mid-term. Una vittoria democratica, se di proporzioni consistenti, può rendere l'impeachment praticabile almeno alla Camera dove basta una maggioranza semplice per la messa in stato d'accusa. Più problematico è il Senato dove ci vogliono i due terzi per la condanna finale; e l'assenza di McCain rende ancora meno probabile un'ampia defezione in campo repubblicano.
 
Ma in questa campagna elettorale la "parola che comincia con la I" è quasi impronunciabile, per molti candidati democratici. La posizione che per adesso prevale nell'opposizione di sinistra è quella della vecchia guardia moderata - i capigruppo Nancy Pelosi e Chuck Schumer. Può sembrare dettata solo da opportunismo e tatticismo politico. C'è la paura legittima di ricompattare l'elettorato di Trump, fedele al presidente anche perché soddisfatto dei risultati: l'economia va bene, le campagne contro l'immigrazione clandestina o contro la concorrenza cinese sono popolari. C'è il timore che alla fine manchino i numeri al Congresso e l'impeachment non giunga a conclusione (come accadde con Bill Clinton), il che si ritorcerebbe con un effetto-boomerang. Un Congresso paralizzato per due anni, trasformato in un tribunale permanente, verrebbe condannato dagli elettori e magari Trump agguanterebbe la rielezione nel 2020. Non è un caso se a parlare di impeachment nei comizi di questi giorni sono soprattutto i repubblicani: una trappola?
 
Oltre questi calcoli tattici, però, c'è dietro la reticenza dei moderati un tema di fondo. È il timore che la "scorciatoia giudiziaria" non sia la cura più efficace per guarire dalla malattia del trumpismo. Che cioè il successo di questo presidente, la sua presa su (quasi) mezza America, vada affrontato sul terreno politico, vincendo la gara del consenso, non quella dei processi. Il popolo di destra avrebbe la sensazione che gli sconfitti del 2016 vogliono prendersi una rivincita impropria, usando la magistratura perché non hanno saputo conquistare i cittadini. In particolare quella classe operaia bianca che si è sentita tradita dalla sinistra. E tuttavia il contro-argomento è anch'esso forte: se il presidente è al di sopra della legge, che fine fanno i principi dello Stato di diritto su cui è fondato questo Paese?