Incontro Salvini-Orban, perché Milano difende l’accoglienza
Roberto Rho , di ROBERTO RHONella città più internazionale d'Italia è ufficialmente cominciata la campagna elettorale che rischia di cambiare i connotati dell'Europa
Non è ancora cominciato, alle cinque di un pomeriggio milanese di fine agosto, e lo scambio di effusioni tra Salvini e Orbán, i due leader della nuova Internazionale sovranista, è già una contraddizione. Perché va in scena proprio a Milano, la città più europeista e internazionale d'Italia, la città con la più pronunciata vocazione all'accoglienza e all'integrazione, come hanno dimostrato il corteo antirazzista del 20 maggio e il presidio spontaneo di almeno diecimila milanesi in piazza San Babila, a poche centinaia di metri dalla Prefettura, il luogo dell'incontro tra il premier ungherese e il ministro dell'Interno italiano.
E siamo alla seconda contraddizione. Perché delle due l'una: o l'incontro, che si tiene nella sede della massima autorità governativa della città, è istituzionale e allora il fatto che sia Salvini l'interlocutore del primo ministro di Budape…
E siamo alla seconda contraddizione. Perché delle due l'una: o l'incontro, che si tiene nella sede della massima autorità governativa della città, è istituzionale e allora il fatto che sia Salvini l'interlocutore del primo ministro di Budape…
Non è ancora cominciato, alle cinque di un pomeriggio milanese di fine agosto, e lo scambio di effusioni tra Salvini e Orbán, i due leader della nuova Internazionale sovranista, è già una contraddizione. Perché va in scena proprio a Milano, la città più europeista e internazionale d'Italia, la città con la più pronunciata vocazione all'accoglienza e all'integrazione, come hanno dimostrato il corteo antirazzista del 20 maggio e il presidio spontaneo di almeno diecimila milanesi in piazza San Babila, a poche centinaia di metri dalla Prefettura, il luogo dell'incontro tra il premier ungherese e il ministro dell'Interno italiano.
E siamo alla seconda contraddizione. Perché delle due l'una: o l'incontro, che si tiene nella sede della massima autorità governativa della città, è istituzionale e allora il fatto che sia Salvini l'interlocutore del primo ministro di Budapest certifica l'irrilevanza del premier italiano Giuseppe Conte - qualche indizio, per la verità, lo si era già intravisto - e la subalternità del presunto maggiore azionista del governo, l'altro vicepremier e capo dei Cinque Stelle Luigi Di Maio. Oppure l'incontro non è istituzionale ma politico, come i Cinque Stelle non senza imbarazzi hanno inteso far credere nei giorni scorsi, e ancora ieri. In questo caso però il fatto che si sia tenuto nella casa milanese del governo suona perlomeno inopportuno.
Questioni di forma, se non fosse che Salvini lucra anche su queste. Poi c'è la sostanza, e la contraddizione - qui sì, politica - deflagra in tutta la sua potenza. "Salvini è il mio eroe, dal suo successo dipende la sicurezza dell'Europa. Difenda i confini, non arretri". "Con Orbán siamo vicini a una svolta storica per il futuro dell'Europa".
Ora, anche a voler sorvolare su qualche questione non secondaria come il razzismo conclamato del premier ungherese, o le limitazioni delle libertà e dei diritti che Orbán ha imposto nel suo Paese, quello che Salvini non spiega è come si possa cambiare l'Europa con chi l'Europa vuole sfasciare; con chi ha sistematicamente rifiutato - anche nei giorni scorsi, nel pieno del caso Diciotti - il principio della redistribuzione degli immigrati che i governi italiani rivendicano da anni nelle sedi europee; con chi si oppone alla bozza di bilancio Ue che condiziona la concessione di fondi al rispetto dello stato di diritto; con chi di quei fondi vive: l'Ungheria, a fronte dei 900 milioni versati, attinge ai soldi dell'Europa per cinque volte tanto, oltre 4 miliardi e mezzo, con cui finanzia praticamente per intero gli investimenti pubblici. In definitiva, con chi, con una buona dose di parassitismo, usa l'Europa come un bancomat rifiutando anche solo l'idea della solidarietà con gli altri Paesi.
"Prima gli italiani" o "prima gli ungheresi"? Questione alla quale Salvini non si mostra interessato, al momento. Così come non si mostra partecipe delle questioni sollevate dagli europeisti più radicali: il collante del no all'immigrazione - ciò che oggi accomuna Salvini e Orbán - che nel breve termine alimenta i nazionalismi, nel medio-lungo, quando inevitabilmente il nazionalismo si declinerà nella forma di sovranismo e protezionismo economico, finirà per mettere l'uno contro l'altro perfino gli alleati di oggi.
Un orizzonte troppo lontano per chi maneggia l'armamentario della propaganda e della costruzione del consenso in vista di un obiettivo che ormai è a portata di mano: le elezioni della prossima primavera. Perché è questo il senso dell'idillio di corso Monforte: nella Milano internazionale e accogliente è ufficialmente cominciata la campagna elettorale che rischia di cambiare i connotati dell'Europa.
E siamo alla seconda contraddizione. Perché delle due l'una: o l'incontro, che si tiene nella sede della massima autorità governativa della città, è istituzionale e allora il fatto che sia Salvini l'interlocutore del primo ministro di Budapest certifica l'irrilevanza del premier italiano Giuseppe Conte - qualche indizio, per la verità, lo si era già intravisto - e la subalternità del presunto maggiore azionista del governo, l'altro vicepremier e capo dei Cinque Stelle Luigi Di Maio. Oppure l'incontro non è istituzionale ma politico, come i Cinque Stelle non senza imbarazzi hanno inteso far credere nei giorni scorsi, e ancora ieri. In questo caso però il fatto che si sia tenuto nella casa milanese del governo suona perlomeno inopportuno.
Questioni di forma, se non fosse che Salvini lucra anche su queste. Poi c'è la sostanza, e la contraddizione - qui sì, politica - deflagra in tutta la sua potenza. "Salvini è il mio eroe, dal suo successo dipende la sicurezza dell'Europa. Difenda i confini, non arretri". "Con Orbán siamo vicini a una svolta storica per il futuro dell'Europa".
Ora, anche a voler sorvolare su qualche questione non secondaria come il razzismo conclamato del premier ungherese, o le limitazioni delle libertà e dei diritti che Orbán ha imposto nel suo Paese, quello che Salvini non spiega è come si possa cambiare l'Europa con chi l'Europa vuole sfasciare; con chi ha sistematicamente rifiutato - anche nei giorni scorsi, nel pieno del caso Diciotti - il principio della redistribuzione degli immigrati che i governi italiani rivendicano da anni nelle sedi europee; con chi si oppone alla bozza di bilancio Ue che condiziona la concessione di fondi al rispetto dello stato di diritto; con chi di quei fondi vive: l'Ungheria, a fronte dei 900 milioni versati, attinge ai soldi dell'Europa per cinque volte tanto, oltre 4 miliardi e mezzo, con cui finanzia praticamente per intero gli investimenti pubblici. In definitiva, con chi, con una buona dose di parassitismo, usa l'Europa come un bancomat rifiutando anche solo l'idea della solidarietà con gli altri Paesi.
"Prima gli italiani" o "prima gli ungheresi"? Questione alla quale Salvini non si mostra interessato, al momento. Così come non si mostra partecipe delle questioni sollevate dagli europeisti più radicali: il collante del no all'immigrazione - ciò che oggi accomuna Salvini e Orbán - che nel breve termine alimenta i nazionalismi, nel medio-lungo, quando inevitabilmente il nazionalismo si declinerà nella forma di sovranismo e protezionismo economico, finirà per mettere l'uno contro l'altro perfino gli alleati di oggi.
Un orizzonte troppo lontano per chi maneggia l'armamentario della propaganda e della costruzione del consenso in vista di un obiettivo che ormai è a portata di mano: le elezioni della prossima primavera. Perché è questo il senso dell'idillio di corso Monforte: nella Milano internazionale e accogliente è ufficialmente cominciata la campagna elettorale che rischia di cambiare i connotati dell'Europa.