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L'Italia dei crolli, un Paese senza custodi

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San Giuseppe dei Falegnami e il ponte Morandi sono lo specchio della crisi delle competenze
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Il disastro di Genova e il crollo a Roma della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, nel cuore dei Fori imperiali, hanno molto in comune: al di là, ovvio, di cause e conseguenze. Riflettono entrambi l’immagine di un Paese nel quale sono ormai andate in crisi le competenze. Perché un sistema come il nostro, dominato da una logica che prescinde dal risultato finale e perciò dalle capacità e dal merito dei singoli, non può che portare allo scadimento inesorabile anche delle qualità dei professionisti e degli stessi funzionari pubblici. 
La chiesa era stata restaurata appena tre anni fa. Solo per l’importanza del luogo sul quale insiste, il carcere Mamertino dove fu rinchiuso anche San Pietro, il restauro lasciava presumere un intervento particolarmente curato, con l’impiego di tecnici esperti, maestranze adeguate e tutte le attenzioni del caso. Le verifiche diranno se il crollo della copertura è da attribuire a caus…
Il disastro di Genova e il crollo a Roma della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, nel cuore dei Fori imperiali, hanno molto in comune: al di là, ovvio, di cause e conseguenze. Riflettono entrambi l’immagine di un Paese nel quale sono ormai andate in crisi le competenze. Perché un sistema come il nostro, dominato da una logica che prescinde dal risultato finale e perciò dalle capacità e dal merito dei singoli, non può che portare allo scadimento inesorabile anche delle qualità dei professionisti e degli stessi funzionari pubblici. 
La chiesa era stata restaurata appena tre anni fa. Solo per l’importanza del luogo sul quale insiste, il carcere Mamertino dove fu rinchiuso anche San Pietro, il restauro lasciava presumere un intervento particolarmente curato, con l’impiego di tecnici esperti, maestranze adeguate e tutte le attenzioni del caso. Le verifiche diranno se il crollo della copertura è da attribuire a cause non prevedibili piuttosto che a qualche prevedibile negligenza. A soli tre anni da un restauro così approfondito, tuttavia, la fatalità è davvero l’ultima cosa a cui pensare. Più facile immaginare che mentre pitturavano il timpano della facciata nessuno si fosse accorto che lì dietro le travi stavano marcendo. Ma qualcuno gli aveva dato almeno un’occhiata?
Ora andrà in scena il solito scaricabarile, reso possibile dal confusionario impasto di poteri che rappresenta il marchio indelebile di questa città. Chi doveva tutelare la chiesa? La Soprintendenza o il Parco archeologico del Colosseo nato dalla scissione della medesima Soprintendenza? Probabilmente non lo sanno neppure gli stessi burocrati. C’è anche la tesi secondo cui il carcere Mamertino appartiene al Parco mentre quello che c’è sopra appartiene invece alla Soprintendenza. Così saremmo costretti a raccontare ancora una volta l’assurdità di un patrimonio storico, artistico e culturale inestimabile nel quale è perfino difficile capire a chi appartenga una chiesa o un sito archeologico: se allo Stato, al Comune di Roma, al Vicariato o al ministero dell’Interno. Senza che nessuno abbia mai pensato a mettere ordine in questa follia priva di logica apparente, bensì sostenuta dalla forza invincibile e ottusa della burocrazia che difende se stessa. Fino al prossimo crollo.
E torna in mente il ponte Morandi. Sulla tragedia di Genova, in quindici giorni, ne abbiamo sentite di tutti i colori, dal fulmine che si sarebbe abbattuto sui piloni all’ipotesi di un attentato con microcariche esplosive. Le uniche certezze sono invece le carte, a quintali, circolate in mezzo secolo. Rapporti dello stesso progettista che ammonivano circa possibili rischi per la struttura, relazioni di esperti ministeriali e non che descrivevano un possibile degrado insidioso, per arrivare al sorprendente rimpallo rivelato mercoledì da Repubblica. Da tempo si sapeva che le strutture in cemento armato precompresso del ponte Morandi, messe anche a dura prova da anni di traffico infernale e non previsto ai tempi della sua progettazione, necessitassero quanto prima di un rafforzamento. Autostrade preparò l’ennesimo progetto di “retrofitting”, come si definisce in gergo tecnico, e a ottobre 2017 chiese l’autorizzazione al ministero. 
Passavano i mesi e tutto taceva: almeno se è vero che il 28 febbraio 2018 la società concessionaria mandò al ministero una lettera sollecitando quel benedetto sì ai lavori. Il decreto ministeriale sarebbe stato sfornato soltanto l’11 giugno. Due mesi dopo il ponte è venuto giù. 
Di chi o che cosa è la colpa? A caldo il magistrato ha tirato in ballo “l’errore umano”. Senza dubbio è così. Perché in ogni caso la burocrazia ci ha messo lo zampino. Mesi che passano invano, pareri che nessuno s’incarica di stilare, decreti che non arrivano mai. Intanto il ponte scricchiola, gli stralli cedono, il precompresso collassa. 
E la burocrazia è il più classico dei fattori umani, capace di prevaricare pesantemente le competenze, anche quelle professionali. Che di fronte a procedure, cavilli e carte bollate finiscono per scivolare in secondo o terzo piano. 
“Architetti da riporto”: è la straordinaria e amara metafora canina coniata dall’ex presidente dell’ordine degli architetti di Milano, Demetrio Costantino, per spiegare la mutazione genetica di quel mestiere. Il bravo professionista aveva smesso di essere il progettista creativo e geniale, erede di una tradizione millenaria e formidabile di architetti. Ben più apprezzata cominciava a essere l’abilità nel districarsi all’interno del dedalo di una burocrazia sempre più complessa, saper maneggiare le procedure, interpretare i regolamenti e, all’occasione, conoscere le scappatoie. Per tornare dal committente con il permesso di costruire, in bocca. Questo importa, non la qualità del progetto. Ecco spiegata la ragione di tanti orrori edilizi, nel migliore dei casi. Nel peggiore, quella di un Paese che si sta sbriciolando.