Macron e i nemici necessari
Marc Lazar , di MARC LAZARMatteo Salvini e Viktor Orbán hanno bisogno di un antagonista per mobilitare le loro truppe. Ma anche il presidente francese ha interesse a costruire la figura di un avversario
Sono già in corso i preparativi per la grande campagna in vista delle elezioni europee del maggio 2019. Gli avversari scaldano i muscoli. Da un lato Matteo Salvini e Viktor Orbán; dall’altro Emmanuel Macron, costantemente criticato dai primi due.
Lo hanno fatto anche ultimamente, in occasione del loro incontro del 29 agosto a Milano: il ministro dell’interno italiano si è scagliato contro «le élite finanziate da Soros e dirette da Macron», accusato inoltre da Orbán di essere a capo delle forze che sostengono l’immigrazione.
Il 30 agosto il presidente francese, che già nel giugno scorso aveva denunciato la «lebbra populista», ha risposto: «Non cederò di una virgola ai nazionalisti e a chi semina l’odio. Se hanno voluto vedere nella mia persona il loro principale oppositore, hanno ragione».
Lo scontro dunque è duro, e andrà crescendo nei prossimi mesi. Matteo Sal…
Lo hanno fatto anche ultimamente, in occasione del loro incontro del 29 agosto a Milano: il ministro dell’interno italiano si è scagliato contro «le élite finanziate da Soros e dirette da Macron», accusato inoltre da Orbán di essere a capo delle forze che sostengono l’immigrazione.
Il 30 agosto il presidente francese, che già nel giugno scorso aveva denunciato la «lebbra populista», ha risposto: «Non cederò di una virgola ai nazionalisti e a chi semina l’odio. Se hanno voluto vedere nella mia persona il loro principale oppositore, hanno ragione».
Lo scontro dunque è duro, e andrà crescendo nei prossimi mesi. Matteo Sal…
Sono già in corso i preparativi per la grande campagna in vista delle elezioni europee del maggio 2019. Gli avversari scaldano i muscoli. Da un lato Matteo Salvini e Viktor Orbán; dall’altro Emmanuel Macron, costantemente criticato dai primi due.
Lo hanno fatto anche ultimamente, in occasione del loro incontro del 29 agosto a Milano: il ministro dell’interno italiano si è scagliato contro «le élite finanziate da Soros e dirette da Macron», accusato inoltre da Orbán di essere a capo delle forze che sostengono l’immigrazione.
Il 30 agosto il presidente francese, che già nel giugno scorso aveva denunciato la «lebbra populista», ha risposto: «Non cederò di una virgola ai nazionalisti e a chi semina l’odio. Se hanno voluto vedere nella mia persona il loro principale oppositore, hanno ragione».
Lo scontro dunque è duro, e andrà crescendo nei prossimi mesi. Matteo Salvini e Viktor Orbán hanno bisogno di un antagonista per mobilitare le loro truppe; ma anche Emmanuel Macron ha interesse a costruire la figura di un nemico, oramai a due teste. Come insegna il sulfureo teorico tedesco Carl Schmitt, la politica si fonda sulle categorie nemico/amico: e qui ne abbiamo un nuovo esempio.
Ma cosa c’è alla base di quest’antagonismo? Innanzitutto le rispettive, opposte concezioni dell’Europa. Emmanuel Macron sostiene, come ha spiegato in alcuni importanti discorsi, che l’Ue vada rilanciata e approfondita in vista di creare una sovranità europea, senza però occultare la realtà delle nazioni (perché non esiste un «popolo globalizzato», come ha dichiarato recentemente davanti agli ambasciatori di Francia a Parigi ).
Matteo Salvini e Viktor Orbán, dal canto loro, affermano la preminenza delle sovranità nazionali, per andare verso un’Europa delle nazioni e dei popoli; a questo riguardo vogliono cambiare il tradizionale orientamento della costruzione europea, in primis sulle questioni dei migranti e dell’immigrazione, e liberarsi da tutti i vincoli imposti da Bruxelles. Entrambi prendono inoltre di mira la Francia, soprattutto quale intende incarnarla il presidente Macron, accusandola di avere troppo potere, di difendere innanzitutto i propri interessi e di dare continue prove di arroganza; hanno così riesumato vecchi malintesi e contrasti, ormai passati alla storia, tra i loro due Paesi e la Francia.
Di fatto, si tratta però anche di uno scontro fondamentale sui valori, teorizzato non tanto da Salvini quanto dal protestante Orbán, che vuole riattivare i fondamenti cristiani dell’Europa, ma nel senso di un cristianesimo tradizionale. Salvini si allinea, parla del Vangelo e brandisce il rosario, mentre al contrario Macron tenta di conciliare la laicità francese con un cattolicesimo aperto. Orbán si fa paladino di una democrazia illiberale mettendo in discussione la separazione dei poteri, e applica le sue idee imbavagliando la stampa; Salvini rivendica la democrazia diretta per una sovranità popolare illimitata. Macron punta invece a rinnovare la democrazia francese combinando la verticalità di un potere esercitato a tutto tondo con alcune forme di democrazia orizzontale, che però al momento non sono ancora emerse.
Gli avversari si adoperano per alimentare le loro divergenze, peraltro reali e profonde, quasi mostrando i muscoli per polarizzare l’attenzione su di sé. Ma tutto questo non basta a occultare le rispettive debolezze. Pur avendo ostentato una perfetta intesa, Salvini e Orbán divergono su alcuni punti cruciali. L’Ungheria non vuol sentir parlare di una ripartizione dei migranti sul suo territorio, auspicata invece da Roma. Orbán è favorevole a un’Unione europea riequilibrata verso l’Est, e intende agire in seno al Partito Popolare per riattivare sotto la sua autorità una democrazia cristiana tradizionale, che secondo lui è stata tradita da troppe concessioni a favore dei liberali.
Questa nuova destra potrebbe allearsi — alle sue condizioni — sia a formazioni populiste che alla destra estrema. Quanto a Salvini, sempre più ambiguo sull’Ue, progetta di costruire una Lega delle Leghe europee e un’alleanza internazionale dei populisti, di cui si assumerebbe la direzione. Ma di fatto, il suo margine di manovra è limitato, non solo a causa della sua alleanza conflittuale col Movimento 5 Stelle, ma anche delle considerevoli difficoltà in cui versa l’economia italiana.
Dal canto suo, Macron sta attraversando un brutto momento. In Francia la sua popolarità è in calo, in Europa è isolato: il suo progetto ristagna per via dell’opposizione dell’Europa del Nord, e per motivi diversi, di quella dei Paesi dell’Europa centrale, oltre che a causa dell’indebolimento di Angela Merkel. Ma proprio per mascherare questi handicap, sia Macron che Orbán e Salvini hanno bisogno di alzare i toni e inasprire le loro polemiche.
Ma attenzione agli effetti ottici. L’Europa non si riduce al contenzioso tra l’Italia di Salvini, l’Ungheria di Orbán e la Francia di Macron. Se anche il vicepremier italiano e il primo ministro ungherese fossero affiancati dai Paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia) e magari dall’Austria, in totale si tratterebbe solo di una parte dell’Europa dei 28 (anche se prossimamente ridotti a 27).
Resta però l’importanza cruciale di questo scontro, a nove mesi dal voto europeo. È in gioco una parte del destino dell’Europa. Nella sua storia, l’Unione europea ha conosciuto numerose crisi istituzionali, quasi sempre risolte dalle élite dirigenti. Ma stavolta a decidere saranno gli elettori.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
Lo hanno fatto anche ultimamente, in occasione del loro incontro del 29 agosto a Milano: il ministro dell’interno italiano si è scagliato contro «le élite finanziate da Soros e dirette da Macron», accusato inoltre da Orbán di essere a capo delle forze che sostengono l’immigrazione.
Il 30 agosto il presidente francese, che già nel giugno scorso aveva denunciato la «lebbra populista», ha risposto: «Non cederò di una virgola ai nazionalisti e a chi semina l’odio. Se hanno voluto vedere nella mia persona il loro principale oppositore, hanno ragione».
Lo scontro dunque è duro, e andrà crescendo nei prossimi mesi. Matteo Salvini e Viktor Orbán hanno bisogno di un antagonista per mobilitare le loro truppe; ma anche Emmanuel Macron ha interesse a costruire la figura di un nemico, oramai a due teste. Come insegna il sulfureo teorico tedesco Carl Schmitt, la politica si fonda sulle categorie nemico/amico: e qui ne abbiamo un nuovo esempio.
Ma cosa c’è alla base di quest’antagonismo? Innanzitutto le rispettive, opposte concezioni dell’Europa. Emmanuel Macron sostiene, come ha spiegato in alcuni importanti discorsi, che l’Ue vada rilanciata e approfondita in vista di creare una sovranità europea, senza però occultare la realtà delle nazioni (perché non esiste un «popolo globalizzato», come ha dichiarato recentemente davanti agli ambasciatori di Francia a Parigi ).
Matteo Salvini e Viktor Orbán, dal canto loro, affermano la preminenza delle sovranità nazionali, per andare verso un’Europa delle nazioni e dei popoli; a questo riguardo vogliono cambiare il tradizionale orientamento della costruzione europea, in primis sulle questioni dei migranti e dell’immigrazione, e liberarsi da tutti i vincoli imposti da Bruxelles. Entrambi prendono inoltre di mira la Francia, soprattutto quale intende incarnarla il presidente Macron, accusandola di avere troppo potere, di difendere innanzitutto i propri interessi e di dare continue prove di arroganza; hanno così riesumato vecchi malintesi e contrasti, ormai passati alla storia, tra i loro due Paesi e la Francia.
Di fatto, si tratta però anche di uno scontro fondamentale sui valori, teorizzato non tanto da Salvini quanto dal protestante Orbán, che vuole riattivare i fondamenti cristiani dell’Europa, ma nel senso di un cristianesimo tradizionale. Salvini si allinea, parla del Vangelo e brandisce il rosario, mentre al contrario Macron tenta di conciliare la laicità francese con un cattolicesimo aperto. Orbán si fa paladino di una democrazia illiberale mettendo in discussione la separazione dei poteri, e applica le sue idee imbavagliando la stampa; Salvini rivendica la democrazia diretta per una sovranità popolare illimitata. Macron punta invece a rinnovare la democrazia francese combinando la verticalità di un potere esercitato a tutto tondo con alcune forme di democrazia orizzontale, che però al momento non sono ancora emerse.
Gli avversari si adoperano per alimentare le loro divergenze, peraltro reali e profonde, quasi mostrando i muscoli per polarizzare l’attenzione su di sé. Ma tutto questo non basta a occultare le rispettive debolezze. Pur avendo ostentato una perfetta intesa, Salvini e Orbán divergono su alcuni punti cruciali. L’Ungheria non vuol sentir parlare di una ripartizione dei migranti sul suo territorio, auspicata invece da Roma. Orbán è favorevole a un’Unione europea riequilibrata verso l’Est, e intende agire in seno al Partito Popolare per riattivare sotto la sua autorità una democrazia cristiana tradizionale, che secondo lui è stata tradita da troppe concessioni a favore dei liberali.
Questa nuova destra potrebbe allearsi — alle sue condizioni — sia a formazioni populiste che alla destra estrema. Quanto a Salvini, sempre più ambiguo sull’Ue, progetta di costruire una Lega delle Leghe europee e un’alleanza internazionale dei populisti, di cui si assumerebbe la direzione. Ma di fatto, il suo margine di manovra è limitato, non solo a causa della sua alleanza conflittuale col Movimento 5 Stelle, ma anche delle considerevoli difficoltà in cui versa l’economia italiana.
Dal canto suo, Macron sta attraversando un brutto momento. In Francia la sua popolarità è in calo, in Europa è isolato: il suo progetto ristagna per via dell’opposizione dell’Europa del Nord, e per motivi diversi, di quella dei Paesi dell’Europa centrale, oltre che a causa dell’indebolimento di Angela Merkel. Ma proprio per mascherare questi handicap, sia Macron che Orbán e Salvini hanno bisogno di alzare i toni e inasprire le loro polemiche.
Ma attenzione agli effetti ottici. L’Europa non si riduce al contenzioso tra l’Italia di Salvini, l’Ungheria di Orbán e la Francia di Macron. Se anche il vicepremier italiano e il primo ministro ungherese fossero affiancati dai Paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia) e magari dall’Austria, in totale si tratterebbe solo di una parte dell’Europa dei 28 (anche se prossimamente ridotti a 27).
Resta però l’importanza cruciale di questo scontro, a nove mesi dal voto europeo. È in gioco una parte del destino dell’Europa. Nella sua storia, l’Unione europea ha conosciuto numerose crisi istituzionali, quasi sempre risolte dalle élite dirigenti. Ma stavolta a decidere saranno gli elettori.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)