Roma, se cade un simbolo di gloria
Corrado Augias , di CORRADO AUGIASIl pregio della chiesa di san Giuseppe dei Falegnami, più che nelle opere d'arte, sta nel grumo di storia che racchiude facendosi esemplare della città
È forse possibile che, sporgendosi un po’ dal balconcino del suo studio, la sindaca Raggi riesca a scorgere lo squarcio nel tetto della chiesa dedicata a san Giuseppe dei Falegnami. Quali sentimenti potrebbero accompagnare lo spettacolo non saprei: dolore, sgomento, forse rammarico, sicuramente preoccupazione perché anche se non è certo lei la responsabile diretta dell’ennesimo disastro, l’ultima conferma che la città da lei gestita si trova in stato comatoso dovrebbe gettarla, in quanto amministratrice, nella disperazione.
La fatalità ha voluto che il nuovo disastro avvenisse a poche decine di metri dal Campidoglio, ai margini di quel Foro romano che è stato per qualche secolo il centro del mondo, destinato, dopo il crollo dell’impero, a diventare il centro della cristianità in una sovrapposizione di storie, di edifici, di leggende che investono, insieme, la Roma dei Cesari, quella dei Papi e quella dell’…
La fatalità ha voluto che il nuovo disastro avvenisse a poche decine di metri dal Campidoglio, ai margini di quel Foro romano che è stato per qualche secolo il centro del mondo, destinato, dopo il crollo dell’impero, a diventare il centro della cristianità in una sovrapposizione di storie, di edifici, di leggende che investono, insieme, la Roma dei Cesari, quella dei Papi e quella dell’…
È forse possibile che, sporgendosi un po’ dal balconcino del suo studio, la sindaca Raggi riesca a scorgere lo squarcio nel tetto della chiesa dedicata a san Giuseppe dei Falegnami. Quali sentimenti potrebbero accompagnare lo spettacolo non saprei: dolore, sgomento, forse rammarico, sicuramente preoccupazione perché anche se non è certo lei la responsabile diretta dell’ennesimo disastro, l’ultima conferma che la città da lei gestita si trova in stato comatoso dovrebbe gettarla, in quanto amministratrice, nella disperazione.
La fatalità ha voluto che il nuovo disastro avvenisse a poche decine di metri dal Campidoglio, ai margini di quel Foro romano che è stato per qualche secolo il centro del mondo, destinato, dopo il crollo dell’impero, a diventare il centro della cristianità in una sovrapposizione di storie, di edifici, di leggende che investono, insieme, la Roma dei Cesari, quella dei Papi e quella dell’Italia unita se si pensa al complesso poco lontano del Vittoriale degli Italiani.
Il destino ha voluto che la chiesa dedicata a san Giuseppe dei Falegnami sorgesse al di sopra di quel carcere Mamertino (così chiamato dal Medioevo) che ha ospitato nelle sue celle prigionieri illustri. Per esempio, il mitico re degli Arverni Vercingetorige — diventato eroe nazionale francese — che in quelle celle languì per cinque anni e lì, dopo aver seguito in catene il trionfo di Cesare, venne strangolato. O i due apostoli Pietro e Paolo che potrebbero anche loro esservi stati imprigionati tenendo però conto che gli eventi della loro fine sono costruiti più su leggende che su realtà storicamente accertabili; lì comunque li ha collocati se non la storia, la pietà popolare.
Ho citato un paio di episodi del sottostante carcere perché il valore e il pregio di questa chiesa più che nelle opere d’arte o nelle decorazioni sta proprio nel denso grumo di storia che racchiude facendosi da questo punto di vista esemplare della città. Roma è questo, una città che è stata definita eterna non per enfasi retorica ma perché costruita su memorie di secoli che s’intrecciano e convivono sprofondando come in questo caso fino agli anni di Cesare e dei primi martiri cristiani per arrivare al decoroso barocco della facciata in travertino di una chiesa come tante altre a cavallo tra XVI e XVII secolo. Vicende complesse dove la gloria s’è mescolata all’abbandono, il fulgore delle arti alla miseria dell’incultura.
Basta pensare che sotto la chiesa ora compromessa dal crollo, in uno spazio intermedio tra il suo pavimento e la volta del carcere, si trova una cappella dove si conserva un crocifisso di legno ritenuto miracoloso detto “Crocifisso di campo vaccino”. Per secoli, dopo la fine della Roma imperiale, a questo era ridotto quel Foro dal quale s’era amministrato il mondo: un campo dove andavano a pascolare le mandrie, gli antichi sarcofagi servivano da abbeveratoi e i pastori sedevano ignari di ogni passato sui tronconi delle colonne rovinate al suolo. Poi vennero il riscatto e la riscoperta; che questo possa avvenire nuovamente dopo l’attuale disastro si può solo sperare.
La fatalità ha voluto che il nuovo disastro avvenisse a poche decine di metri dal Campidoglio, ai margini di quel Foro romano che è stato per qualche secolo il centro del mondo, destinato, dopo il crollo dell’impero, a diventare il centro della cristianità in una sovrapposizione di storie, di edifici, di leggende che investono, insieme, la Roma dei Cesari, quella dei Papi e quella dell’Italia unita se si pensa al complesso poco lontano del Vittoriale degli Italiani.
Il destino ha voluto che la chiesa dedicata a san Giuseppe dei Falegnami sorgesse al di sopra di quel carcere Mamertino (così chiamato dal Medioevo) che ha ospitato nelle sue celle prigionieri illustri. Per esempio, il mitico re degli Arverni Vercingetorige — diventato eroe nazionale francese — che in quelle celle languì per cinque anni e lì, dopo aver seguito in catene il trionfo di Cesare, venne strangolato. O i due apostoli Pietro e Paolo che potrebbero anche loro esservi stati imprigionati tenendo però conto che gli eventi della loro fine sono costruiti più su leggende che su realtà storicamente accertabili; lì comunque li ha collocati se non la storia, la pietà popolare.
Ho citato un paio di episodi del sottostante carcere perché il valore e il pregio di questa chiesa più che nelle opere d’arte o nelle decorazioni sta proprio nel denso grumo di storia che racchiude facendosi da questo punto di vista esemplare della città. Roma è questo, una città che è stata definita eterna non per enfasi retorica ma perché costruita su memorie di secoli che s’intrecciano e convivono sprofondando come in questo caso fino agli anni di Cesare e dei primi martiri cristiani per arrivare al decoroso barocco della facciata in travertino di una chiesa come tante altre a cavallo tra XVI e XVII secolo. Vicende complesse dove la gloria s’è mescolata all’abbandono, il fulgore delle arti alla miseria dell’incultura.
Basta pensare che sotto la chiesa ora compromessa dal crollo, in uno spazio intermedio tra il suo pavimento e la volta del carcere, si trova una cappella dove si conserva un crocifisso di legno ritenuto miracoloso detto “Crocifisso di campo vaccino”. Per secoli, dopo la fine della Roma imperiale, a questo era ridotto quel Foro dal quale s’era amministrato il mondo: un campo dove andavano a pascolare le mandrie, gli antichi sarcofagi servivano da abbeveratoi e i pastori sedevano ignari di ogni passato sui tronconi delle colonne rovinate al suolo. Poi vennero il riscatto e la riscoperta; che questo possa avvenire nuovamente dopo l’attuale disastro si può solo sperare.