Se la periferia ideologica diventa centro
Vittorio Zucconi , di VITTORIO ZUCCONICade il totem del moderatismo. E la radicalizzazione del discorso politico domina il futuro americano ed europeo
Muore il Centro nella vita politica delle democrazie occidentali. Cade il totem del moderatismo «che fa vincere le elezioni», nelle primarie americane che stanno spazzando via i candidati degli establishment repubblicano e democratico e premiano gli estremi, come accade in Europa. È il tempo degli opposti.
La disprezzata periferia ideologica diventa centro e il centro periferia.
La radicalizzazione della vita civile e del discorso politico, imposta dalla vittoria di Trump, domina il futuro americano. Nei due partiti, si affermano, per lo sbigottimento di dirigenti e mandarini, candidati che sposano senza riserve il trumpismo fanatico e, dall’altra parte, i democratici più radicali in odore di sanderismo. Destra e Sinistra, sempre date per morte e sempre vive, rinascono prepotenti. Il Centro boccheggia.
Le Primarie parlamentari Usa sono una sorta di rito scontato al quale partecipa, quando va bene, un cittadino su 10. Si nota l’immancabile lievit…
La disprezzata periferia ideologica diventa centro e il centro periferia.
La radicalizzazione della vita civile e del discorso politico, imposta dalla vittoria di Trump, domina il futuro americano. Nei due partiti, si affermano, per lo sbigottimento di dirigenti e mandarini, candidati che sposano senza riserve il trumpismo fanatico e, dall’altra parte, i democratici più radicali in odore di sanderismo. Destra e Sinistra, sempre date per morte e sempre vive, rinascono prepotenti. Il Centro boccheggia.
Le Primarie parlamentari Usa sono una sorta di rito scontato al quale partecipa, quando va bene, un cittadino su 10. Si nota l’immancabile lievit…
Muore il Centro nella vita politica delle democrazie occidentali. Cade il totem del moderatismo «che fa vincere le elezioni», nelle primarie americane che stanno spazzando via i candidati degli establishment repubblicano e democratico e premiano gli estremi, come accade in Europa. È il tempo degli opposti.
La disprezzata periferia ideologica diventa centro e il centro periferia.
La radicalizzazione della vita civile e del discorso politico, imposta dalla vittoria di Trump, domina il futuro americano. Nei due partiti, si affermano, per lo sbigottimento di dirigenti e mandarini, candidati che sposano senza riserve il trumpismo fanatico e, dall’altra parte, i democratici più radicali in odore di sanderismo. Destra e Sinistra, sempre date per morte e sempre vive, rinascono prepotenti. Il Centro boccheggia.
Le Primarie parlamentari Usa sono una sorta di rito scontato al quale partecipa, quando va bene, un cittadino su 10. Si nota l’immancabile lievitazione nel numero delle candidate — essendo da 30 anni l’anno delle donne che non arriva mai — e alle elezioni vince una versione edulcorata di centro sinistra o di centro destra, senza scossoni. Repubblicani light contro Democratici light.
Non più. Tre milioni di Floridian sono accorsi a votare, più che in ogni altra primaria in questo Stato. Il prefisso profilattico di “centro sinistra” e “centro destra” cade e vincono le candidature più radicali. Coloro che abbandonano lo sloganismo sonoro e vuoto per parlare porta a porta di sanità, inquinamento, violenza armata, finta occupazione gonfiata da salari stagnanti, boom fiscale per ricchi, immigrazione da affrontare, non demonizzare.
La stessa furia devastatrice, che in Europa ha demolito i grandi partiti tradizionali aggrappati al culto delle «elezioni che si combattono dalle ali, ma poi si vincono al centro», sta scardinando certezze. Si scopre che lo stesso uomo dimenticato e incazzato, il minatore, l’operaio, il piccolo imprenditore che aveva spinto Trump a superare Clinton c’è anche nella trincea opposta. Ha portato alla candidatura persone come un sindaco della Florida, Andrew Gillum, un uomo di colore — primo nella storia di questo Stato — arrivato dal nulla, clintoniano riciclato. Già lo accusano di essere, anatema, un socialista, oltre che a dargli obliquamente della «scimmia». Socialismo essendo, per loro, assicurazione sanitaria universale, scuole migliori, lotta alla lobby delle armi, tiepida socialdemocrazia.
È la rivincita di quegli elettori di Sanders che avevano sentito il fascino del vecchio senatore del Vermont ed erano stati fermati dalla Clinton Machine, oggi arrugginita e ferma. E la stessa dinamica si sta riproducendo in centinaia dei 435 collegi parlamentari e 34 senatoriali dove si combatterà lo scontro decisivo fra la Destra Trumpista e la Sinistra Sanderista. Al centro, il cratere lasciato dal collasso della politica politicante.
Vince la collera opposta, vince il rancore verso l’avversario divenuto nemico, addirittura «violento» come Trump descrive i nuovi Dem. Trionfa la voglia di qualcuno al quale aggrapparsi per ideali, emozioni e sapori forti che la minestrina di dadi del “centrismo per tutte le stagioni” non soddisfa più e preferisce perdere con ideali che vincere con brodini. Ne usciranno, chiunque vinca il 6 novembre, un Parlamento e una politica rissosi e anchilosati dal carico di odi e di attese irrealizzabili che queste “ali in volo” porteranno a Washington, in attesa che il crash torni a resuscitare il blando, rassicurante moderatismo centrista. E Trump, signore assiso sul trono dell’odio, per ora sorride.
La disprezzata periferia ideologica diventa centro e il centro periferia.
La radicalizzazione della vita civile e del discorso politico, imposta dalla vittoria di Trump, domina il futuro americano. Nei due partiti, si affermano, per lo sbigottimento di dirigenti e mandarini, candidati che sposano senza riserve il trumpismo fanatico e, dall’altra parte, i democratici più radicali in odore di sanderismo. Destra e Sinistra, sempre date per morte e sempre vive, rinascono prepotenti. Il Centro boccheggia.
Le Primarie parlamentari Usa sono una sorta di rito scontato al quale partecipa, quando va bene, un cittadino su 10. Si nota l’immancabile lievitazione nel numero delle candidate — essendo da 30 anni l’anno delle donne che non arriva mai — e alle elezioni vince una versione edulcorata di centro sinistra o di centro destra, senza scossoni. Repubblicani light contro Democratici light.
Non più. Tre milioni di Floridian sono accorsi a votare, più che in ogni altra primaria in questo Stato. Il prefisso profilattico di “centro sinistra” e “centro destra” cade e vincono le candidature più radicali. Coloro che abbandonano lo sloganismo sonoro e vuoto per parlare porta a porta di sanità, inquinamento, violenza armata, finta occupazione gonfiata da salari stagnanti, boom fiscale per ricchi, immigrazione da affrontare, non demonizzare.
La stessa furia devastatrice, che in Europa ha demolito i grandi partiti tradizionali aggrappati al culto delle «elezioni che si combattono dalle ali, ma poi si vincono al centro», sta scardinando certezze. Si scopre che lo stesso uomo dimenticato e incazzato, il minatore, l’operaio, il piccolo imprenditore che aveva spinto Trump a superare Clinton c’è anche nella trincea opposta. Ha portato alla candidatura persone come un sindaco della Florida, Andrew Gillum, un uomo di colore — primo nella storia di questo Stato — arrivato dal nulla, clintoniano riciclato. Già lo accusano di essere, anatema, un socialista, oltre che a dargli obliquamente della «scimmia». Socialismo essendo, per loro, assicurazione sanitaria universale, scuole migliori, lotta alla lobby delle armi, tiepida socialdemocrazia.
È la rivincita di quegli elettori di Sanders che avevano sentito il fascino del vecchio senatore del Vermont ed erano stati fermati dalla Clinton Machine, oggi arrugginita e ferma. E la stessa dinamica si sta riproducendo in centinaia dei 435 collegi parlamentari e 34 senatoriali dove si combatterà lo scontro decisivo fra la Destra Trumpista e la Sinistra Sanderista. Al centro, il cratere lasciato dal collasso della politica politicante.
Vince la collera opposta, vince il rancore verso l’avversario divenuto nemico, addirittura «violento» come Trump descrive i nuovi Dem. Trionfa la voglia di qualcuno al quale aggrapparsi per ideali, emozioni e sapori forti che la minestrina di dadi del “centrismo per tutte le stagioni” non soddisfa più e preferisce perdere con ideali che vincere con brodini. Ne usciranno, chiunque vinca il 6 novembre, un Parlamento e una politica rissosi e anchilosati dal carico di odi e di attese irrealizzabili che queste “ali in volo” porteranno a Washington, in attesa che il crash torni a resuscitare il blando, rassicurante moderatismo centrista. E Trump, signore assiso sul trono dell’odio, per ora sorride.