L’anno in cui non vedremo Woody Allen
Paolo Di Paolo , di PAOLO DI PAOLOIl suo ultimo film non è tra quelli in uscita. Sulla storia raccontata, e sulla biografia del regista, pesa la polemica del #metoo. Ma un’opera non può essere vittima della censura preventiva
L'ultimo film di Woody Allen, probabilmente, sarà quello che avete già visto. Dopo che, nei giorni scorsi, era circolata la notizia di una pausa dal set del più prolifico regista americano, si è aggiunto un dettaglio. Il film già pronto - A Rainy Day in New York - è scomparso dall'elenco di quelli in uscita nel 2018. La produzione, in questo caso Amazon, non fornisce spiegazioni: al momento il film è accantonato e rischia di non arrivare più né in sala né sulle piattaforme streaming. Un buco nella sequenza degli immancabili appuntamenti annuali con Allen: anno senza Nobel per la letteratura (sempre via scandalo molestie); anno senza il nuovo film di Woody Allen. Che c'entri il clima incandescente del #metoo è difficile non ipotizzarlo. Tanto più che una battuta del film - dal pochissimo che si sa - gira intorno all'accusa, rivolta da un personaggio femminile a quello maschile interpreta…
L'ultimo film di Woody Allen, probabilmente, sarà quello che avete già visto. Dopo che, nei giorni scorsi, era circolata la notizia di una pausa dal set del più prolifico regista americano, si è aggiunto un dettaglio. Il film già pronto - A Rainy Day in New York - è scomparso dall'elenco di quelli in uscita nel 2018. La produzione, in questo caso Amazon, non fornisce spiegazioni: al momento il film è accantonato e rischia di non arrivare più né in sala né sulle piattaforme streaming. Un buco nella sequenza degli immancabili appuntamenti annuali con Allen: anno senza Nobel per la letteratura (sempre via scandalo molestie); anno senza il nuovo film di Woody Allen. Che c'entri il clima incandescente del #metoo è difficile non ipotizzarlo. Tanto più che una battuta del film - dal pochissimo che si sa - gira intorno all'accusa, rivolta da un personaggio femminile a quello maschile interpretato da Jude Law, di fare sesso con una quindicenne. Un paio di attori del cast, per prudenza, avevano già preso le distanze dal regista (Timothée Chalamet annunciò di voler devolvere il suo compenso al fondo per la difesa legale delle vittime di reati sessuali). L'ombra delle molestie che la figlia adottiva di Allen, Dylan Farrow, sostiene di avere subito dal regista, non si è mai dissolta. E ancora: l'inizio - obiettivamente ambiguo - della storia d'amore con l'altra figlia adottiva Soon-Yi; le riflessioni emerse dai diari del regista, consultati di recente da un cronista del Washington Post, sulla fascinazione per le giovanissime: la cautela, i dubbi del cast e della produzione sono comprensibili. Opportuni? Forse. Legittimi? Non lo so. Confesso di essere disorientato: bloccare un film già realizzato è utile a qualche causa specifica? Fermare un film - il prodotto di un lavoro collettivo - è più necessario o più ipocrita? Siamo con tutte le scarpe dentro un'opportunità immensa - quella di rompere uno schema inaccettabile, viscido, perlopiù misogino - e dentro una altrettanto immensa contraddizione. Quella che ci fa muovere come elefanti in cristalleria, presi da un'ansia di giustizia che diventa panico, da un desiderio di trasparenza che diventa, può diventare, moralismo cieco, alla buona, nevrotico. Il disagio che produce, nello spettatore di Allen, essere al corrente di un dato biografico più che scivoloso, basta come capo d'imputazione? Una specie di censura preventiva o a posteriori applicata laddove si manifesti un sospetto, un'ambiguità, qualcosa di torbido o comunque di poco chiaro, è intelligente? Ribadisco il mio disarmato non lo so. Ma immaginare una comunità umana che - anziché stigmatizzare, dove necessario, le azioni colpevoli - metta sotto chiave le opere d'ingegno mi allarma. Cancello il risultato di una scoperta scientifica se vengo a sapere che il fisico in questione è un delinquente? Domattina ritiriamo tutti i romanzi degli scrittori dalla fedina penale non impeccabile? È un procedimento da controriforma impazzita, se non addirittura idiota. Quanto al comico di Brooklyn che - parole sue - "nella vita ha avuto molta fortuna" e che da mezzo secolo fa praticamente un film all'anno, mi dispiace - se va a finire così - che vada a finire così. Perfino peggio che nel suo Hollywood Ending, dove un regista in declino si barricava dietro una forma di cecità isterica. Mi dispiace anche per il mancato "giorno di pioggia a New York" evocato dal titolo del film che forse non vedremo, perché la pioggia gli sta a cuore e fa parte del suo grande cinema. E poi? È proprio quell'"e poi", ha detto lui una volta, che ti ammazza.