✕
Il discorso di Barack Obama al funerale di John McCain (reuters)

Un funerale per il risveglio dell’America

Gli Usa votano il 6 novembre. Le legislative di mid-term possono diventare un referendum sulla presidenza di Donald Trump
2 minuti di lettura
"Last hurrah for all that's lost", l'ultimo evviva per tutto quello che è perduto. Così il Washington Post descrive il funerale di John McCain. Una giornata in cui improvvisamente l'America si è ricordata di quello che può essere, di quello che è stata: tutti i valori più nobili che l'hanno tenuta insieme per generazioni, senza distinzione di colore politico, e che oggi sembrano lontanissimi.

Un funerale può anche segnare una presa di coscienza, un risveglio? A un italiano della mia generazione viene in mente (personaggio e contesto storico molto diversi) quello di Enrico Berlinguer... Anche allora, seguito da un’elezione.

L’America vota il 6 novembre, le legislative di mid-term possono diventare un referendum sulla presidenza di Donald Trump, il grande assente dalla cerimonia della National Cathedral, l’escluso per volontà esplicita di Mc Cain. È un voto cruciale che avviene m…
"Last hurrah for all that's lost", l'ultimo evviva per tutto quello che è perduto. Così il Washington Post descrive il funerale di John McCain. Una giornata in cui improvvisamente l'America si è ricordata di quello che può essere, di quello che è stata: tutti i valori più nobili che l'hanno tenuta insieme per generazioni, senza distinzione di colore politico, e che oggi sembrano lontanissimi.

Un funerale può anche segnare una presa di coscienza, un risveglio? A un italiano della mia generazione viene in mente (personaggio e contesto storico molto diversi) quello di Enrico Berlinguer... Anche allora, seguito da un’elezione.

L’America vota il 6 novembre, le legislative di mid-term possono diventare un referendum sulla presidenza di Donald Trump, il grande assente dalla cerimonia della National Cathedral, l’escluso per volontà esplicita di Mc Cain. È un voto cruciale che avviene mentre il Grand Old Party di McCain (e Reagan, Eisenhower, Lincoln…) in molte zone del Paese sta diventando “il partito di Trump”, con candidati e base che abbracciano questa figura polarizzante. Il partito democratico ha i sondaggi a favore ma non ha un messaggio univoco: nelle fasce costiere (California e New York) le candidature sono sempre più radicali; nel centro moderato della nazione talvolta prevalgono dei “quasi-repubblicani”.

La riapparizione di Barack Obama, la sua orazione alla National Cathedral, il rispetto con cui l’hanno ascoltato i Bush e un pezzo di establishment repubblicano, ha restituito alla sinistra l’ultimo leader in cui si riconosce senza lacerarsi. L’ex presidente ha toccato le corde giuste per mobilitare i suoi in vista dell'appuntamento cruciale che cade tra due mesi: il futuro lo decidiamo oggi stesso, con le scelte che fa ciascuno di noi. Nel ricordo di McCain c'era il recupero di tutti i valori dell'altra destra, patriota ma non xenofoba, rispettosa della Costituzione, custode dei diritti e della libertà di stampa. Difficile immaginare un modo più dignitoso di chiamare alla massima partecipazione al voto di novembre e chiudere la fase del trumpismo anzitempo.

Anche da un altro funerale avvenuto 24 ore prima (Aretha Franklin, Detroit) è venuto un messaggio nella stessa direzione: il reverendo Jesse Jackson (che fu il primo nero candidato a una nomination presidenziale) ha detto: "Vedo troppe folle ai funerali, poche file ai seggi elettorali". Un appello perché le minoranze non disertino le urne: soprattutto alle legislative, il nemico della sinistra è sempre stato l'astensionismo. Lo sanno quei repubblicani che in certi Stati del Sud e del Midwest tentano di erigere nuovi ostacoli amministrativi alla partecipazione elettorale: una tattica spesso illegale, ma che in passato fu sconfitta proprio da Obama quando seppe trascinare un rialzo dell’affluenza.

Un'ultima eredità del "patriota leale" McCain potrebbe essere la presa di coscienza che non tutto quel passato è perduto, e che ogni elezione può rimettere in gioco la direzione imboccata dal paese. Nulla nel discorso di Obama era esplicitamente elettorale; e tutto poteva essere letto in quella chiave. Mai ha pronunciato il nome di Trump, ma i riferimenti erano chiari. Alla sinistra l’ex presidente ha ricordato come lui seppe conquistare la Casa Bianca, primo afroamericano nella storia: non collezionando rivendicazioni di identità ferite e il vittimismo delle minoranze, ma con un messaggio nazionale unificante; non demonizzando l’avversario come moralmente inferiore e illegittimo, ma ispirando rispetto e dialogo civile.