Francia-Italia, la rivalità che indebolisce l’Ue
Andrea Bonanni , di ANDREA BONANNISalvini e Di Maio, finissimi diplomatici, hanno deciso che la colpa delle nuove violenze in Libia è da attribuire al presidente Macron
Che crolli un viadotto autostradale, che affondi un barcone di profughi nel Canale di Sicilia, o che si riaccenda la guerra civile in Libia, per il nuovo governo italiano la sola cosa che conta è aver pronto sottomano un bel capro espiatorio. Come tutte le forme di comunicazione infantili, il populismo non può contemplare l'imprevisto, né può accettare l'esistenza di una incognita o di un dubbio. Se poi il capro espiatorio di turno può essere ascritto al campo avverso, tanto meglio.
È così che Salvini e Di Maio, finissimi diplomatici, hanno deciso che la colpa delle nuovo violenze in Libia è da attribuire al presidente francese Emmanuel Macron. Non lo dicono apertamente, perché non hanno in mano il minimo indizio per suffragare simili accuse. Ma lo lasciano intendere con chiarezza, attraverso una serie di allusioni più o meno velate che sono tipiche di chi vuole lanciare una bella caccia alle streghe. Tanto…
È così che Salvini e Di Maio, finissimi diplomatici, hanno deciso che la colpa delle nuovo violenze in Libia è da attribuire al presidente francese Emmanuel Macron. Non lo dicono apertamente, perché non hanno in mano il minimo indizio per suffragare simili accuse. Ma lo lasciano intendere con chiarezza, attraverso una serie di allusioni più o meno velate che sono tipiche di chi vuole lanciare una bella caccia alle streghe. Tanto…
Che crolli un viadotto autostradale, che affondi un barcone di profughi nel Canale di Sicilia, o che si riaccenda la guerra civile in Libia, per il nuovo governo italiano la sola cosa che conta è aver pronto sottomano un bel capro espiatorio. Come tutte le forme di comunicazione infantili, il populismo non può contemplare l'imprevisto, né può accettare l'esistenza di una incognita o di un dubbio. Se poi il capro espiatorio di turno può essere ascritto al campo avverso, tanto meglio.
È così che Salvini e Di Maio, finissimi diplomatici, hanno deciso che la colpa delle nuovo violenze in Libia è da attribuire al presidente francese Emmanuel Macron. Non lo dicono apertamente, perché non hanno in mano il minimo indizio per suffragare simili accuse. Ma lo lasciano intendere con chiarezza, attraverso una serie di allusioni più o meno velate che sono tipiche di chi vuole lanciare una bella caccia alle streghe. Tanto, parlare male della Francia, di questi tempi, paga. E nessuno, tantomeno Parigi, si prende la briga di smentire insinuazioni e veleni sparsi dalla coppia dei nostri vicepresidenti. Al momento non è affatto chiara quale sia la dinamica dietro i nuovi scontri di Tripoli, che sembrano un regolamento di conti interno alle milizie che sostengono il governo di Serraj, appoggiato peraltro anche dall'Italia, dalla Francia e dall'Ue. Il caos in Libia, in questo momento, non fa comodo a nessuno, neppure a Parigi.
Se poi le colpe francesi risalgono all'intervento militare contro Gheddafi nel 2011, come ha adombrato la ministra della Difesa Trenta in armonia con Salvini, andrebbe ricordato che il presidente francese, allora, era Sarkozy, non Macron. E che l'intervento militare in Libia fu sostenuto anche dal governo Berlusconi, di cui la Lega faceva parte. Ma tutti questi, ovviamente, sono dettagli insignificanti una volta che si è trovato un capro espiatorio particolarmente conveniente, come è il presidente francese.
Ora è vero che, in Libia, Italia e Francia hanno interessi economici concorrenziali. È vero anche che sia Parigi sia Roma considerano di avere un droit de regard su quel che avviene in quel Paese. E che Macron, a fine maggio, ha convocato una conferenza di pace sulla Libia alla quale hanno partecipato tutte le fazioni in lotta prendendo forse in contropiede l'Italia che si trovava ancora senza governo. Del resto il nuovo esecutivo italiano ha cercato di recuperare il terreno perduto riavvicinandosi all'Egitto, che muove molte pedine sullo scacchiere libico, e tentando di farsi dare da Trump una investitura americana per gli affari libici. E adesso Di Maio reclama una "conferenza di pace" che sembra il doppione di quella appena svoltasi a Parigi. La verità è che la latente rivalità italo-francese ha indebolito la posizione comune dell'Unione europea sulla Libia. Invece di farsi protagonista in prima persona della mediazione nel conflitto libico, Bruxelles ha dovuto allinearsi all'ombra delle Nazioni Unite, e questo ha indubbiamente tolto efficacia all'azione europea, lasciando spazio alle iniziative scoordinate di Roma e Parigi. Ora la rivalità politica sempre più accentuata tra il governo populista italiano e il governo europeista francese non contribuisce certo a pacificare la situazione. La Libia è entrata nel calderone di un contenzioso, largamente pretestuoso, che è destinato ad allargarsi a dismisura almeno fino alle elezioni europee della primavera prossima, quando tutto il continente sarà chiamato a scegliere tra Macron e Merkel da un lato, Salvini e Visegrad dall'altro. E lo spettacolo, purtroppo, non si preannuncia gradevole.
È così che Salvini e Di Maio, finissimi diplomatici, hanno deciso che la colpa delle nuovo violenze in Libia è da attribuire al presidente francese Emmanuel Macron. Non lo dicono apertamente, perché non hanno in mano il minimo indizio per suffragare simili accuse. Ma lo lasciano intendere con chiarezza, attraverso una serie di allusioni più o meno velate che sono tipiche di chi vuole lanciare una bella caccia alle streghe. Tanto, parlare male della Francia, di questi tempi, paga. E nessuno, tantomeno Parigi, si prende la briga di smentire insinuazioni e veleni sparsi dalla coppia dei nostri vicepresidenti. Al momento non è affatto chiara quale sia la dinamica dietro i nuovi scontri di Tripoli, che sembrano un regolamento di conti interno alle milizie che sostengono il governo di Serraj, appoggiato peraltro anche dall'Italia, dalla Francia e dall'Ue. Il caos in Libia, in questo momento, non fa comodo a nessuno, neppure a Parigi.
Se poi le colpe francesi risalgono all'intervento militare contro Gheddafi nel 2011, come ha adombrato la ministra della Difesa Trenta in armonia con Salvini, andrebbe ricordato che il presidente francese, allora, era Sarkozy, non Macron. E che l'intervento militare in Libia fu sostenuto anche dal governo Berlusconi, di cui la Lega faceva parte. Ma tutti questi, ovviamente, sono dettagli insignificanti una volta che si è trovato un capro espiatorio particolarmente conveniente, come è il presidente francese.
Ora è vero che, in Libia, Italia e Francia hanno interessi economici concorrenziali. È vero anche che sia Parigi sia Roma considerano di avere un droit de regard su quel che avviene in quel Paese. E che Macron, a fine maggio, ha convocato una conferenza di pace sulla Libia alla quale hanno partecipato tutte le fazioni in lotta prendendo forse in contropiede l'Italia che si trovava ancora senza governo. Del resto il nuovo esecutivo italiano ha cercato di recuperare il terreno perduto riavvicinandosi all'Egitto, che muove molte pedine sullo scacchiere libico, e tentando di farsi dare da Trump una investitura americana per gli affari libici. E adesso Di Maio reclama una "conferenza di pace" che sembra il doppione di quella appena svoltasi a Parigi. La verità è che la latente rivalità italo-francese ha indebolito la posizione comune dell'Unione europea sulla Libia. Invece di farsi protagonista in prima persona della mediazione nel conflitto libico, Bruxelles ha dovuto allinearsi all'ombra delle Nazioni Unite, e questo ha indubbiamente tolto efficacia all'azione europea, lasciando spazio alle iniziative scoordinate di Roma e Parigi. Ora la rivalità politica sempre più accentuata tra il governo populista italiano e il governo europeista francese non contribuisce certo a pacificare la situazione. La Libia è entrata nel calderone di un contenzioso, largamente pretestuoso, che è destinato ad allargarsi a dismisura almeno fino alle elezioni europee della primavera prossima, quando tutto il continente sarà chiamato a scegliere tra Macron e Merkel da un lato, Salvini e Visegrad dall'altro. E lo spettacolo, purtroppo, non si preannuncia gradevole.