L’autunno giallo-verde
Roberto Mania , di ROBERTO MANIAScoloriscono le promesse roboanti e comincia la stagione dei dietrofront, dei ripensamenti. Ci sono voluti quasi cento giorni di chiacchiere
La campagna elettorale è finita. Forse. Scoloriscono le promesse roboanti e comincia la stagione dei dietrofront, dei ripensamenti, delle compatibilità. L'autunno giallo-verde. Ci sono voluti quasi cento giorni di baggianate e chiacchiere inconcludenti perché il governo Salvini-Di Maio cambiasse innanzitutto il linguaggio, ma non solo. Fine degli ossimori da dilettanti allo sbaraglio e anche un po' arroganti: dall'obbligo flessibile per le vaccinazioni dei bambini alla gara illegittima ma non annullabile per l'aggiudicazione dell'Ilva. Fine (forse) delle sparate a raffica contro l'Europa che avrà tante colpe ma non quella di aver accumulato il debito italiano: quella zavorra è tutta made in Italy, tutta sovrana e per nulla multietnica e globalista. Ed è per questo che i nostri margini di manovra sono da decenni impercettibili costringendoci così ad andare lì, dai tecnocrati di Bruxelles, a negoziare un po&…
La campagna elettorale è finita. Forse. Scoloriscono le promesse roboanti e comincia la stagione dei dietrofront, dei ripensamenti, delle compatibilità. L'autunno giallo-verde. Ci sono voluti quasi cento giorni di baggianate e chiacchiere inconcludenti perché il governo Salvini-Di Maio cambiasse innanzitutto il linguaggio, ma non solo. Fine degli ossimori da dilettanti allo sbaraglio e anche un po' arroganti: dall'obbligo flessibile per le vaccinazioni dei bambini alla gara illegittima ma non annullabile per l'aggiudicazione dell'Ilva. Fine (forse) delle sparate a raffica contro l'Europa che avrà tante colpe ma non quella di aver accumulato il debito italiano: quella zavorra è tutta made in Italy, tutta sovrana e per nulla multietnica e globalista. Ed è per questo che i nostri margini di manovra sono da decenni impercettibili costringendoci così ad andare lì, dai tecnocrati di Bruxelles, a negoziare un po' di flessibilità e qualche sconticino in "zona Cesarini" in cambio di promesse che poi rimangono sulla carta.
Il debito non si cancella con un tratto di penna, un tweet o un post su Facebook o su qualche altro social. Serve tempo, fatica, responsabilità. Scegliendo come fare. Verrebbe da dire: governando. E le agenzie di rating - al netto dei loro conflitti di interesse - ci hanno solo avvertito: i debiti dovete pagarli altrimenti nessuno vi presterà più il denaro. Messaggio compreso anche da Di Maio, lo stesso che al ministero del Lavoro sta ancora cercando la "manina" che nottetempo gli avrebbe riscritto il cosiddetto decreto dignità segnalando l'effetto collaterale di una perdita di ottomila posti per via della stretta sui contratti a termine. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo ha riconosciuto ieri che l'eventuale declassamento del rating sul debito italiano interessa anche gli italiani. E chi altro? Meglio tardi che mai.
E nonostante Di Maio l'Ilva non chiuderà. L'accordo tra i sindacati e la multinazionale ArcelorMittal, che ha vinto la gara per lo stabilimento tarantino, dovrebbe essere vicino. Non cambierà molto rispetto alle condizioni precedenti, si è soprattutto perso tempo e soldi, alimentando la cattiva illusione di un'Italia (secondo Paese manifatturiero d'Europa) senza produzione di acciaio, un danno incalcolabile per tutta la nostra struttura di imprese grandi, medie e piccole. Il ministro aveva cercato le sponde dell'Anticorruzione di Raffaele Cantone e poi dell'Avvocatura dello Stato. Si è ritrovato solo con i suoi tanti dubbi, davanti a quello che aveva chiamato "il delitto perfetto". Alla fine lo ha risolto, facendo la cosa giusta, per quanto tradendo la promessa elettorale, lasciando all'Italia una prospettiva industriale e ai 14 mila lavoratori dell'Ilva tarantina la sicurezza dell'occupazione e probabilmente un po' di serenità in più per la propria salute.
Ma così fa un passo indietro pure la presunta democrazia digitale, quella del rancoroso referendum permanente via web, dell'uno vale uno. È il riscatto (forse) della democrazia rappresentativa e anche del valore della competenza. Con i parlamentari che decidono di mandare a ramengo la follia della libertà dal vaccino sulla base delle risultanze scientifiche che non ammettono un contraddittorio indistinto. Sui vaccini parlano gli scienziati, non il popolo.
È troppo presto per dire che la tripla ritirata giallo-verde (sull'Europa, l'Ilva e i vaccini) coincida già con il ritorno a una normalità, ad un linguaggio condiviso e al rispetto delle regole del gioco esistenti. Ma certo qualcosa ha incrinato la spavalderia dei passati lunghi cento giorni. La prova del nove sarà la legge di Bilancio. Le promesse da cento miliardi dovranno essere sostituite da interventi compatibili con le condizioni delle nostre finanze pubbliche, ricordando che il nostro Pil è l'unico a non aumentare tra quelli dei Paesi del G7.
Il debito non si cancella con un tratto di penna, un tweet o un post su Facebook o su qualche altro social. Serve tempo, fatica, responsabilità. Scegliendo come fare. Verrebbe da dire: governando. E le agenzie di rating - al netto dei loro conflitti di interesse - ci hanno solo avvertito: i debiti dovete pagarli altrimenti nessuno vi presterà più il denaro. Messaggio compreso anche da Di Maio, lo stesso che al ministero del Lavoro sta ancora cercando la "manina" che nottetempo gli avrebbe riscritto il cosiddetto decreto dignità segnalando l'effetto collaterale di una perdita di ottomila posti per via della stretta sui contratti a termine. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo ha riconosciuto ieri che l'eventuale declassamento del rating sul debito italiano interessa anche gli italiani. E chi altro? Meglio tardi che mai.
E nonostante Di Maio l'Ilva non chiuderà. L'accordo tra i sindacati e la multinazionale ArcelorMittal, che ha vinto la gara per lo stabilimento tarantino, dovrebbe essere vicino. Non cambierà molto rispetto alle condizioni precedenti, si è soprattutto perso tempo e soldi, alimentando la cattiva illusione di un'Italia (secondo Paese manifatturiero d'Europa) senza produzione di acciaio, un danno incalcolabile per tutta la nostra struttura di imprese grandi, medie e piccole. Il ministro aveva cercato le sponde dell'Anticorruzione di Raffaele Cantone e poi dell'Avvocatura dello Stato. Si è ritrovato solo con i suoi tanti dubbi, davanti a quello che aveva chiamato "il delitto perfetto". Alla fine lo ha risolto, facendo la cosa giusta, per quanto tradendo la promessa elettorale, lasciando all'Italia una prospettiva industriale e ai 14 mila lavoratori dell'Ilva tarantina la sicurezza dell'occupazione e probabilmente un po' di serenità in più per la propria salute.
Ma così fa un passo indietro pure la presunta democrazia digitale, quella del rancoroso referendum permanente via web, dell'uno vale uno. È il riscatto (forse) della democrazia rappresentativa e anche del valore della competenza. Con i parlamentari che decidono di mandare a ramengo la follia della libertà dal vaccino sulla base delle risultanze scientifiche che non ammettono un contraddittorio indistinto. Sui vaccini parlano gli scienziati, non il popolo.
È troppo presto per dire che la tripla ritirata giallo-verde (sull'Europa, l'Ilva e i vaccini) coincida già con il ritorno a una normalità, ad un linguaggio condiviso e al rispetto delle regole del gioco esistenti. Ma certo qualcosa ha incrinato la spavalderia dei passati lunghi cento giorni. La prova del nove sarà la legge di Bilancio. Le promesse da cento miliardi dovranno essere sostituite da interventi compatibili con le condizioni delle nostre finanze pubbliche, ricordando che il nostro Pil è l'unico a non aumentare tra quelli dei Paesi del G7.