La fragilità della Svezia è la nostra
Nadia Urbinati , di NADIA URBINATICome in Italia, anche nel Paese scandinavo le responsabilità dell'inquietante sterzata a destra vengono addossate ai governi di centrosinistra
La destra - che usa l'eufemismo di "sovranismo" come patente di legittimità - cresce a macchia d'olio nei sondaggi del Nord del continente, non meno che a Est e a Sud. Alle elezioni di domenica in Svezia, le previsioni dicono che la nazionalista SverigeDemokraterna (Sd) si potrebbe piazzare tra il terzo e il primo posto. Forse i socialdemocratici vinceranno, ma la crescita delle destre potrebbe mettere a dura prova il futuro governo. Come in Italia, anche nel Paese scandivano le responsabilità di questa inquietante sterzata a destra vengono addossate ai governi di centrosinistra - accusati di opacità nella leadership e di impotenza nell'arginare l'immigrazione. A Stoccolma non è tanto la crisi economica, quanto la qualità della vita a mettere in discussione la maggioranza uscente. Per questo alcuni osservatori parlano di una lotta sui "valori e l'identità svedese".
L'impennata immigratoria del 2015 …
L'impennata immigratoria del 2015 …
La destra - che usa l'eufemismo di "sovranismo" come patente di legittimità - cresce a macchia d'olio nei sondaggi del Nord del continente, non meno che a Est e a Sud. Alle elezioni di domenica in Svezia, le previsioni dicono che la nazionalista SverigeDemokraterna (Sd) si potrebbe piazzare tra il terzo e il primo posto. Forse i socialdemocratici vinceranno, ma la crescita delle destre potrebbe mettere a dura prova il futuro governo. Come in Italia, anche nel Paese scandivano le responsabilità di questa inquietante sterzata a destra vengono addossate ai governi di centrosinistra - accusati di opacità nella leadership e di impotenza nell'arginare l'immigrazione. A Stoccolma non è tanto la crisi economica, quanto la qualità della vita a mettere in discussione la maggioranza uscente. Per questo alcuni osservatori parlano di una lotta sui "valori e l'identità svedese".
L'impennata immigratoria del 2015 ha interessato la Svezia, che insieme alla Germania è tra i Paesi con più alta percentuale di accoglienza. Le élite socialdemocratiche hanno sottovalutato il problema "identità" e "sicurezza", due argomenti che il partito nazionalista sfrutta abilmente. Non è in questione il livello del welfare, molto generoso anche con gli immigranti, ma la "cultura" e la "lingua", due "valori" che la mescolanza di etnie mette in discussione e che sono al centro delle politiche di integrazione. L'integrazione in Svezia non è lasciata al caso ma governata scrupolosamente, proprio per proteggere i "valori" nazionali e sociali. E per battere l'opposizione di destra, i governi socialdemocratici si sono convertiti anche alle politiche delle frontiere chiuse e del blocco dell'accoglienza. La sinistra forse vincerà le elezioni, ma è sempre più vicina alla destra.
La vicenda della Svezia è di grande interesse, sia per misurare il trend europeo in vista delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo del prossimo anno, sia per leggere dentro la storia della democrazia europea. Una storia che non è in effetti anti-nazionalista. La storia della socialdemocrazia scandinava, e svedese in particolare, è una storia di programmato benessere nazionale e nazionalista; non proprio un capitolo dell'internazionalismo proletario. L'emergere del Partito dei lavoratori (Sap) negli anni Trenta del secolo scorso, mentre una parte importante d'Europa era nazionalsocialista e fascista, coincise con una grande coalizione pro-socialista che univa lavoratori e contadini all'interno di un progetto a tutti gli effetti nazionalista. La creazione di un popolo di lavoratori e buoni cittadini fu un programma di successo non privo di ombre inquietanti, come la politica eugenetica finalizzata alla creazione di una popolazione di sani e robusti lavoratori che aveva il compito, prima di tutto, di scoraggiare l'immigrazione. La politica di sterilizzazione che il Paese adottò dal 1935 (anticipando la Danimarca e la Finlandia) marciò insieme alle politiche socialdemocratiche e fu rivelata con orrore e abolita solo nel 1975. La politica del benessere sociale fu dunque di successo, ma non si può dire che non fosse segnata da una forte connotazione nazionalista. La biopolitica doveva servire a cambiare la società.
Vi è un aspetto che non viene sufficientemente messo in luce quando si analizza l'entità e la profondità dell'attuale rinascita della destra xenofoba nel vecchio continente, di cui la sinistra riformista in Svezia è un caso esemplare: ovvero che la democrazia, quella sociale in particolare, ha partecipato alla cultura ideologica nazionalista. Se, come Yascha Mounk ha scritto su Repubblica, i moderati non sanno far diga ai nazionalisti radicali perché cedono alle loro sirene ideologiche, non è solo per insipienza tattica dei partiti moderati. Il fatto è che l'ideologia che li innerva è della stessa pasta. La fragilità della democrazia europea è in questo senso tutta interna alla storia della democratizzazione dei Paesi del vecchio continente, una storia che ha confini porosi con il nazionalismo e perfino la xenofobia.
L'impennata immigratoria del 2015 ha interessato la Svezia, che insieme alla Germania è tra i Paesi con più alta percentuale di accoglienza. Le élite socialdemocratiche hanno sottovalutato il problema "identità" e "sicurezza", due argomenti che il partito nazionalista sfrutta abilmente. Non è in questione il livello del welfare, molto generoso anche con gli immigranti, ma la "cultura" e la "lingua", due "valori" che la mescolanza di etnie mette in discussione e che sono al centro delle politiche di integrazione. L'integrazione in Svezia non è lasciata al caso ma governata scrupolosamente, proprio per proteggere i "valori" nazionali e sociali. E per battere l'opposizione di destra, i governi socialdemocratici si sono convertiti anche alle politiche delle frontiere chiuse e del blocco dell'accoglienza. La sinistra forse vincerà le elezioni, ma è sempre più vicina alla destra.
La vicenda della Svezia è di grande interesse, sia per misurare il trend europeo in vista delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo del prossimo anno, sia per leggere dentro la storia della democrazia europea. Una storia che non è in effetti anti-nazionalista. La storia della socialdemocrazia scandinava, e svedese in particolare, è una storia di programmato benessere nazionale e nazionalista; non proprio un capitolo dell'internazionalismo proletario. L'emergere del Partito dei lavoratori (Sap) negli anni Trenta del secolo scorso, mentre una parte importante d'Europa era nazionalsocialista e fascista, coincise con una grande coalizione pro-socialista che univa lavoratori e contadini all'interno di un progetto a tutti gli effetti nazionalista. La creazione di un popolo di lavoratori e buoni cittadini fu un programma di successo non privo di ombre inquietanti, come la politica eugenetica finalizzata alla creazione di una popolazione di sani e robusti lavoratori che aveva il compito, prima di tutto, di scoraggiare l'immigrazione. La politica di sterilizzazione che il Paese adottò dal 1935 (anticipando la Danimarca e la Finlandia) marciò insieme alle politiche socialdemocratiche e fu rivelata con orrore e abolita solo nel 1975. La politica del benessere sociale fu dunque di successo, ma non si può dire che non fosse segnata da una forte connotazione nazionalista. La biopolitica doveva servire a cambiare la società.
Vi è un aspetto che non viene sufficientemente messo in luce quando si analizza l'entità e la profondità dell'attuale rinascita della destra xenofoba nel vecchio continente, di cui la sinistra riformista in Svezia è un caso esemplare: ovvero che la democrazia, quella sociale in particolare, ha partecipato alla cultura ideologica nazionalista. Se, come Yascha Mounk ha scritto su Repubblica, i moderati non sanno far diga ai nazionalisti radicali perché cedono alle loro sirene ideologiche, non è solo per insipienza tattica dei partiti moderati. Il fatto è che l'ideologia che li innerva è della stessa pasta. La fragilità della democrazia europea è in questo senso tutta interna alla storia della democratizzazione dei Paesi del vecchio continente, una storia che ha confini porosi con il nazionalismo e perfino la xenofobia.