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Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli riferisce alla Camera 

Toninelli, il ministro pressato a sua insaputa

Anni di opposizione sul sacro blog lo avevano convinto che la postura da nemico dei poteri forti fosse sufficiente a metterlo al riparo dal fastidioso inconveniente di dover portare fatti a suffragio di un'accusa
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Ogni giorno che Danilo Toninelli trascorre in veste di ministro della Repubblica accresce una convinzione: forse mai così ampia è stata la sproporzione tra il ruolo e la qualità del politico chiamato a ricoprirlo. La premessa del suo ultimo pasticcio è nota: accade che il ministro delle Infrastrutture, forse convinto di poter usare i banchi del governo con la stessa leggerezza di uno svolazzo sui social, si presenta l'altroieri alla Camera dei deputati sostenendo di aver subito pressioni per non rendere pubblici gli atti relativi alla concessione ad Autostrade. Toninelli stavolta non è stato abbastanza "concentrato" (come si autodefinì ritratto al tavolo del contratto gialloverde) da rendersi conto dello sproposito di un'affermazione del genere. Che infatti gli è stata rimproverata persino da quei media amici abituati a cogliere in ogni colpo di tosse degli esponenti del Movimento il motore a scoppio della giustizia gi…
Ogni giorno che Danilo Toninelli trascorre in veste di ministro della Repubblica accresce una convinzione: forse mai così ampia è stata la sproporzione tra il ruolo e la qualità del politico chiamato a ricoprirlo. La premessa del suo ultimo pasticcio è nota: accade che il ministro delle Infrastrutture, forse convinto di poter usare i banchi del governo con la stessa leggerezza di uno svolazzo sui social, si presenta l'altroieri alla Camera dei deputati sostenendo di aver subito pressioni per non rendere pubblici gli atti relativi alla concessione ad Autostrade. Toninelli stavolta non è stato abbastanza "concentrato" (come si autodefinì ritratto al tavolo del contratto gialloverde) da rendersi conto dello sproposito di un'affermazione del genere. Che infatti gli è stata rimproverata persino da quei media amici abituati a cogliere in ogni colpo di tosse degli esponenti del Movimento il motore a scoppio della giustizia giusta. L'obiezione è ovvia: caro Toninelli, se hai subito pressioni devi denunciare. E fare nomi e cognomi.

Qui comincia il dramma nel dramma del ministro. Il quale non sa cosa rispondere alle contestazioni. Anni di opposizione sul sacro blog lo avevano convinto che la postura da nemico dei poteri forti fosse sufficiente a metterlo al riparo dal fastidioso inconveniente di dover portare fatti a suffragio di un'accusa. Dunque il giorno successivo ecco che Toninelli prova a chiamare in causa Aiscat, spiegando che da lì è arrivato il consiglio di non desecretare gli atti. Un po' generico. Ieri, nel tentativo di mettere una toppa a un buco diventato nel frattempo ciclopico, usa il blog delle stelle per spiegare che la parola "pressione" non voleva essere sinonimo di minaccia, "ma il tentativo di convincere una persona a fare o non fare una determinata cosa". E non esita a infarcire il post di falsità assortite (tra le quali spicca anche la bufala sulla "famiglia Benetton azionista di punta dei gruppi che controllano quotidiani come la Repubblica e l'Espresso").

Ma il capolavoro sta nei due documenti di Aiscat e Autostrade, rispettivamente di gennaio 2018 e marzo 2018, citati per dimostrare l'esistenza di pressioni per mantenere il segreto sui dettagli della concessione. Il fatto che Toninelli non fosse ancora al governo né a gennaio né a marzo, cosa che fa di lui il primo ministro pressato prima di essere nominato, non è considerato un ostacolo logico alla sua tesi. La logica non è il forte di Toninelli. La politica nemmeno, del resto, ma non è più un requisito necessario per occupare le principali cariche di governo.