La battaglia dei sessi nella versione di Serena
Emanuela Audisio , di EMANUELA AUDISIO
Power Games. Giochi di potere. Quando Serena urla all’arbitro Ramos: «Sei un ladro, mi hai rubato un punto, non mi arbitrerai più, con un uomo non l’avresti fatto», non è solo un’atleta imbestialita e frustata, che lotta per il diritto alle donne a non polemizzare dolcemente e a manifestare la propria rabbia. È molto di più, e molto oltre la battaglia dei sessi. Cinquant’anni dopo i pugni neri di Tommie Smith e John Carlos, che protestavano per avere un podio quotidiano nella società e non solo nello sport, Serena Williams come Stephen Curry e LeBron James, campioni di basket che si oppongono pubblicamente a Donald Trump, non si ribellano a chi comanda, ma esercitano il loro potere di numeri uno, fatto di fama, soldi, social, marketing. Non sono più poveri neri che cercano il riscatto, ma ricche celebrità che pretendono rispetto per il loro status e per il loro popolo. Questo dice il sociologo america…
Power Games. Giochi di potere. Quando Serena urla all’arbitro Ramos: «Sei un ladro, mi hai rubato un punto, non mi arbitrerai più, con un uomo non l’avresti fatto», non è solo un’atleta imbestialita e frustata, che lotta per il diritto alle donne a non polemizzare dolcemente e a manifestare la propria rabbia. È molto di più, e molto oltre la battaglia dei sessi. Cinquant’anni dopo i pugni neri di Tommie Smith e John Carlos, che protestavano per avere un podio quotidiano nella società e non solo nello sport, Serena Williams come Stephen Curry e LeBron James, campioni di basket che si oppongono pubblicamente a Donald Trump, non si ribellano a chi comanda, ma esercitano il loro potere di numeri uno, fatto di fama, soldi, social, marketing. Non sono più poveri neri che cercano il riscatto, ma ricche celebrità che pretendono rispetto per il loro status e per il loro popolo. Questo dice il sociologo americano Harry Edwards, che ieri come oggi è il punto di riferimento di chi contesta nello sport: «Non giocano a comandare la partita, ma a comandare, perché non sono più parte di un gioco, ma sono il gioco». Basta un loro tweet per influenzare l’opinione pubblica. E infatti Serena ha incassato subito l’appoggio di Billie Jean King, ex campionessa, sindacalista, fondatrice della Wta, ispiratrice del film “La battaglia dei sessi”, ricordo dello storico incontro da lei giocato e vinto nel 1973 contro Bobby Riggs, prima volta di una femmina contro un maschio. E anche dell’attrice americana Ellen DeGeneres: «Hai cambiato il mondo in meglio, questo per me vale più di una partita». Quando Serena, in una versione femminile di Buffon in Coppa Campioni, pretende le scuse del giudice, forse più fiscale che sessista, e gli urla: «Io non frego per vincere, preferisco perdere», è perché vede lesa la sua maestà per il primo ammonimento per “coaching” della sua carriera, rivolto al suo allenatore, si considera indegnamente macchiata di una lettera scarlatta che non merita.
Gliela hanno data perchè donna? Difficile provarlo: quest’anno gli uomini hanno ricevuto 23 multe per violazione del regolamento contro le 9 delle donne. Segno che l’ira maschile non viene condonata. McEnroe, molto bad boy, nel ’90 agli Open d’Australia fu squalificato al quarto turno per i suoi eccessi, Fabio Fognini l’anno scorso è stato multato e cacciato dagli Us Open per insulto sessista all’arbitro donna. È vero che il giudice Ramos, abituato ad arbitrare gli uomini, è uno che guarda troppo al regolamento, che la Wta ammette il court-coaching (ma non nei tornei del Grande Slam), e che Alizé Cornet agli Us Open ha ricevuto un warning per essersi cambiata la maglietta in campo, cosa che fanno regolarmente i maschi, ma il giorno dopo ha ricevuto le scuse e la regola (sessista) è stata cambiata. Ma è anche vero che se dai del ladro all’arbitro, spacchi la racchetta, e perdi la testa perché una ventenne ti sta cacciando dal tuo regno, non puoi venirne fuori immacolata.
Resta che Serena Williams non è più solo una grande tennista. A 37 anni è una regina d’America che pranza con Oprah Winfrey, partecipa al matrimonio di Harry e Meghan, balla con Michelle Obama. Nessuno le può dire come giocare, nessuno la può accusare di barare dopo quasi un ventennio di trionfi sportivi. Questo lei pensa nel momento del tonfo. E in uno sport che ormai non è un momento della vita, che passa e va, ma un posto di lavoro da mantenere e dove far valere gerarchie, pretese, e nuovi diritti per le donne. All’organizzatore Ion Tiriac che l’anno scorso aveva espresso dubbi sul fatto che Serena «a 36 anni e con 90 chili» potesse tornare numero uno, lei rispose che la ciccia era sua e le piaceva e glielo avrebbe detto di persona a quel maleducato. Quando il presidente Obama nel 2016 diede l’addio alla Casa Bianca, chiuse il suo ultimo discorso lasciando cadere a terra il microfono (mic drop). Chi l’aveva fatto quel gesto qualche settimana prima? Kobe Bryant, campione di basket, alla sua ultima partita Nba. Ora non era mai capitato che i predecessori di Obama copiassero il gesto di uno sportivo nero, anzi diciamo che a Jesse Owens alla Casa Bianca avevano rifilato la porta di servizio (quella che portava nelle cucine) e che a Sonny Liston, campione del mondo dei massimi, avevano rifiutato l’invito. Questo per dire che il segnale che vuole mandare Serena, a pochi giorni dal funerale di Aretha Franklin, non è solo «Respect». Ma toglietemi quel giudice dai piedi. Il diritto di contare, comunque.
Gliela hanno data perchè donna? Difficile provarlo: quest’anno gli uomini hanno ricevuto 23 multe per violazione del regolamento contro le 9 delle donne. Segno che l’ira maschile non viene condonata. McEnroe, molto bad boy, nel ’90 agli Open d’Australia fu squalificato al quarto turno per i suoi eccessi, Fabio Fognini l’anno scorso è stato multato e cacciato dagli Us Open per insulto sessista all’arbitro donna. È vero che il giudice Ramos, abituato ad arbitrare gli uomini, è uno che guarda troppo al regolamento, che la Wta ammette il court-coaching (ma non nei tornei del Grande Slam), e che Alizé Cornet agli Us Open ha ricevuto un warning per essersi cambiata la maglietta in campo, cosa che fanno regolarmente i maschi, ma il giorno dopo ha ricevuto le scuse e la regola (sessista) è stata cambiata. Ma è anche vero che se dai del ladro all’arbitro, spacchi la racchetta, e perdi la testa perché una ventenne ti sta cacciando dal tuo regno, non puoi venirne fuori immacolata.
Resta che Serena Williams non è più solo una grande tennista. A 37 anni è una regina d’America che pranza con Oprah Winfrey, partecipa al matrimonio di Harry e Meghan, balla con Michelle Obama. Nessuno le può dire come giocare, nessuno la può accusare di barare dopo quasi un ventennio di trionfi sportivi. Questo lei pensa nel momento del tonfo. E in uno sport che ormai non è un momento della vita, che passa e va, ma un posto di lavoro da mantenere e dove far valere gerarchie, pretese, e nuovi diritti per le donne. All’organizzatore Ion Tiriac che l’anno scorso aveva espresso dubbi sul fatto che Serena «a 36 anni e con 90 chili» potesse tornare numero uno, lei rispose che la ciccia era sua e le piaceva e glielo avrebbe detto di persona a quel maleducato. Quando il presidente Obama nel 2016 diede l’addio alla Casa Bianca, chiuse il suo ultimo discorso lasciando cadere a terra il microfono (mic drop). Chi l’aveva fatto quel gesto qualche settimana prima? Kobe Bryant, campione di basket, alla sua ultima partita Nba. Ora non era mai capitato che i predecessori di Obama copiassero il gesto di uno sportivo nero, anzi diciamo che a Jesse Owens alla Casa Bianca avevano rifilato la porta di servizio (quella che portava nelle cucine) e che a Sonny Liston, campione del mondo dei massimi, avevano rifiutato l’invito. Questo per dire che il segnale che vuole mandare Serena, a pochi giorni dal funerale di Aretha Franklin, non è solo «Respect». Ma toglietemi quel giudice dai piedi. Il diritto di contare, comunque.