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(ansa)

Negozi chiusi nel giorno di festa: la domenica globalizzata

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Obbligare a chiudere centri ed esercizi commerciali, con l'eccezione di otto o dodici giorni l'anno, come si appresta a fare il governo gialloverde, somiglia molto a un atto di coercizione non solo difficilmente compatibile con la libertà di iniziativa privata, ma anche destinato a scardinare un sistema di vendita che funziona da sette anni
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Obbligare a chiudere centri commerciali e negozi la domenica e i festivi, con l'eccezione di otto o dodici giorni l'anno, come si appresta a fare il governo gialloverde, somiglia molto a un atto di coercizione non solo difficilmente compatibile con la libertà di iniziativa privata, ma anche destinato a scardinare un sistema di vendita che funziona da sette anni, con effetti che potrebbero essere deleteri per l'occupazione e per gli stessi consumi. Si tratta in sostanza di riportare indietro le lancette dell'orologio a un giorno prima di quel primo gennaio 2012, quando il governo Monti liberalizzò con il suo decreto "Salva Italia" l'orario di apertura dei negozi. Un ritorno al passato che non può non apparire da diversi punti di vista irragionevole.

E tuttavia, chi pensa che basti innalzare il vessillo della libera e sacra iniziativa privata per liquidare il tema delle festività lavorative, senza chiedersi come in concreto si &…
Obbligare a chiudere centri commerciali e negozi la domenica e i festivi, con l'eccezione di otto o dodici giorni l'anno, come si appresta a fare il governo gialloverde, somiglia molto a un atto di coercizione non solo difficilmente compatibile con la libertà di iniziativa privata, ma anche destinato a scardinare un sistema di vendita che funziona da sette anni, con effetti che potrebbero essere deleteri per l'occupazione e per gli stessi consumi. Si tratta in sostanza di riportare indietro le lancette dell'orologio a un giorno prima di quel primo gennaio 2012, quando il governo Monti liberalizzò con il suo decreto "Salva Italia" l'orario di apertura dei negozi. Un ritorno al passato che non può non apparire da diversi punti di vista irragionevole.

E tuttavia, chi pensa che basti innalzare il vessillo della libera e sacra iniziativa privata per liquidare il tema delle festività lavorative, senza chiedersi come in concreto si è dispiegata questa libertà nei sette anni di liberalizzazione, senza domandarsi se dietro questo diritto non si sia nascosta qualche nuova schiavitù lavorativa, rischia di sottovalutare di gran lunga il problema e deformarne i termini.

Quando il lavoratore di un centro commerciale non è a tempo indeterminato ma ha un contratto a termine o è obbligato al part time, oppure ancora è un interinale, uno stagista, o il dipendente di una cooperativa esterna, con quale forza contrattuale può dire di no al gran numero di domeniche lavorative che gli vengono chieste? Chi può illudersi che un suo rifiuto non verrà seguito dal mancato rinnovo del contratto o del servizio? Siamo, come si vede, in un mare magnum di finte libertà dove l'unica vera è quella dell'imprenditore, mentre molti lavoratori non riescono a badare ai figli o ai genitori bisognosi di cure durante la domenica, o più semplicemente a trascorrerla serenamente con i propri cari. E devono inoltre accontentarsi di una maggiorazione per i festivi che è spesso poco più di due euro l'ora, ossia 14 in più a domenica. 

Tuttavia, per oltre mezzo milione di lavoratori del commercio quelle domeniche e quei festivi sono una preziosa occasione di lavoro e di guadagno. Immaginiamo cosa succederebbe se di punto in bianco negozi e centri commerciali restassero chiusi per una cinquantina di giorni l'anno? La grande distribuzione parla di 40-50 mila posti in meno. E di una inevitabile contrazione dei consumi, che invece hanno retto durante gli anni della crisi proprio grazie al contributo di supermercati e ipermercati. E che dire del grande regalo che la chiusura domenicale farebbe a un colosso come Amazon? Evidentemente, non si può tornare indietro come se nulla fosse successo nel frattempo, con un semplice tocco di cancellino. Ma non si possono neppure ignorare i problemi che l'apertura libera ha creato.

Nelle loro proposte Di Maio e Salvini, che ancora ieri parlavano di "sfruttamento dei lavoratori" e di "diritto sacrosanto di tanti papà e mamme a godersi la domenica con i loro bambini", non fanno altro che reiterare la loro tipica via d'uscita, ascrivibile soprattutto ai grillini: quando il problema diventa troppo complesso, non si cerca la soluzione o quanto meno una sua ragionevole gestione, ma si cancella direttamente il problema. In questo caso si torna ai divieti di sette anni fa senza curarsi delle conseguenze, senza verificare se siano possibili altre soluzioni, come quella di lasciare aperti i centri commerciali ad eccezione magari delle dodici festività nazionali, come propone il Pd, e contemporaneamente stabilire per legge la validità erga omnes (come propone la Cgil) dei contratti nazionali a tutti i lavoratori del commercio.