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L’assenso di governo

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Il gradimento a prova di gaffe più che indicare il tradizionale consenso mostra un sostegno di durata imprevedibile
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E così il governo vola. Nei sondaggi, oltre il 60 per cento. Ma anche nelle piazze, come a Genova, dove alla vista del presidente e dei ministri seguitano a scrosciare applausi e non si sente un fischio o qualche altro segno di contestazione.

È un fatto, e più che ingiusto sembra inutile negarlo. Non c'è Draghi che tenga o pasticcio Autostrade, groviglio Tav, intruglio Tap, impiccio Ilva, caos Flat tax ed enigma di cittadinanza che disturbino più di tanto la marcia dell'esecutivo nazional-populista. Non c'è crisi umanitaria, né monito europeo, né ordalia dello spread che abbiano finora sbaragliato la tenuta anche psicologica della maggioranza. Le indagini della magistratura sullo stadio a cinque stelle di Roma, i 49 milioni spariti della Lega o le forzature sui 177 profughi raccolti in mare dalla Diciotti lasciano il tempo che trovano, anzi accrescono il medagliere del ministro dell'Interno. Anche la faccia feroc…
E così il governo vola. Nei sondaggi, oltre il 60 per cento. Ma anche nelle piazze, come a Genova, dove alla vista del presidente e dei ministri seguitano a scrosciare applausi e non si sente un fischio o qualche altro segno di contestazione.

È un fatto, e più che ingiusto sembra inutile negarlo. Non c'è Draghi che tenga o pasticcio Autostrade, groviglio Tav, intruglio Tap, impiccio Ilva, caos Flat tax ed enigma di cittadinanza che disturbino più di tanto la marcia dell'esecutivo nazional-populista. Non c'è crisi umanitaria, né monito europeo, né ordalia dello spread che abbiano finora sbaragliato la tenuta anche psicologica della maggioranza. Le indagini della magistratura sullo stadio a cinque stelle di Roma, i 49 milioni spariti della Lega o le forzature sui 177 profughi raccolti in mare dalla Diciotti lasciano il tempo che trovano, anzi accrescono il medagliere del ministro dell'Interno. Anche la faccia feroce contro i "giornaloni" probabilmente paga. L'occupazione dell'aula di Montecitorio da parte dell'opposizione per la fiducia sul decreto Milleproroghe, per dirla nuda e cruda, ha fatto un baffo al governo. Del resto, pochi giorni prima il Pd aveva rinviato la data di una manifestazione nazionale a causa del derby Roma-Lazio. Da Nina Zilli a Famiglia cristiana passando per gli sfottitori e i rabbiosi della Rete non sembra che le varie forme di dissidenza rallentino le peggiori intenzioni del governo, dalle ruspe nei campi rom alla licenza di sparo fino alle effusioni con Orbán.

Tutto questo occorre riconoscere, possibilmente a ciglio asciutto, e comunque senza lasciarsi troppo influenzare da quelle che appaiono vere e proprie strategie di comunicazione orchestrate dai preposti, nutriti e costosi apparati di Palazzo Chigi: per cui nelle Marche hanno fatto la loro comparsa attorno al presidente Conte festosi bambini; così come a Genova gli è stata donata la classica t-shirt della commozione.

"Gli italiani sono con me" esagera Salvini. La retorica social, d'altra parte, costa nulla e il salotto di Vespa è tutt'altro che inespugnabile. Anche dieci anni fa Berlusconi poté sedersi sulla bianca poltroncina di Porta a porta sotto l'enorme scritta: "La luna di miele continua". Lui stesso indicava i numeri del gradimento: 62 per cento; tre mesi dopo erano già 67, "e quando passo si ferma il traffico, le persone scendono dalle macchine per venirmi incontro", eccetera.

Però è vero che la luna di miele di questo governo non è finita. Gli illustri politologi Grossman e Kumar, che hanno studiato l'honeymoon period, potrebbero applicarsi sulla sua ciclicità. Ma non occorrono troppi sforzi per constatare che tra il governo e una parte della società si è chiaramente venuta a creare quella che Antonio Gramsci nei primi anni '30 del secolo scorso definì una "connessione sentimentale".

È merito di tutti e colpa di nessuno, l'importante sarebbe capire. Si è fin qui evitata una parola: "consenso". Perché la sua nozione cambia a seconda dei mutamenti economici, delle trasformazioni sociali e delle innovazioni tecnologiche. Ebbene: è lecito parlare, nel caso presente, di consenso? La risposta forse più sensata è anche la più problematica: ni.

Chi ha fatto a tempo a conoscere la Prima Repubblica sa che il consenso era un'altra cosa: collettivo, lento, durevole e strutturato, si accumulava per rapportarsi all'esterno. Nel deserto delle culture politiche, dominato dai miraggi, dall'istantaneità e dal risentimento, quello di oggi appare autoriferito, emotivo, identitario come può esserlo il tifo. Granitico e contundente il consenso di un tempo, gassoso come un veleno l'attuale che vive di apprezzamenti, contatti, like. A suo modo, più che un vero e proprio consenso, si direbbe un acceso e viscerale assenso. Non meno significativo e magari rischioso, ma certo non perenne.

Il punto decisivo è la durata. Perché oggi, più di ieri, la ruota gira e i soufflé si sgonfiano. In questo senso già l'esperienza berlusconiana è bella istruttiva; sulla sua parabola Renzi potrebbe imbastire una trasmissione tv, più interessante delle bellezze di Firenze. Il potere infatti è da sempre una brutta bestia e chi sta in alto è nella migliore condizione per cadere.