Dieci anni fa la maggioranza degli economisti perse credibilità perché non aveva previsto il crac dei mutui, i fallimenti bancari (da Lehman in poi) e lo schianto che ne seguì. Oggi rischiano un bis: da mesi la "saggezza convenzionale" - cioè il pensiero unico del conformismo - annuncia un'Apocalisse provocata dai dazi di Donald Trump.
Lui continua imperterrito e la catastrofe ancora non è avvenuta. Le crisi però hanno delle gestazioni tortuose, e il prossimo incidente globale potrebbe arrivare per vie traverse. Per adesso la situazione è questa: America First continua a picchiare duro sul rivale più grosso e agguerrito che è la Cina; senza subire danni seri in casa propria visto che la crescita Usa prosegue a gonfie vele. È in arrivo una nuova ondata di dazi che colpiranno un ampio ventaglio di prodotti di consumo made in China, per un valore annuo di 200 miliardi di dollari.
Stavolta la tassa dogan…
Lui continua imperterrito e la catastrofe ancora non è avvenuta. Le crisi però hanno delle gestazioni tortuose, e il prossimo incidente globale potrebbe arrivare per vie traverse. Per adesso la situazione è questa: America First continua a picchiare duro sul rivale più grosso e agguerrito che è la Cina; senza subire danni seri in casa propria visto che la crescita Usa prosegue a gonfie vele. È in arrivo una nuova ondata di dazi che colpiranno un ampio ventaglio di prodotti di consumo made in China, per un valore annuo di 200 miliardi di dollari.
Stavolta la tassa dogan…
Dieci anni fa la maggioranza degli economisti perse credibilità perché non aveva previsto il crac dei mutui, i fallimenti bancari (da Lehman in poi) e lo schianto che ne seguì. Oggi rischiano un bis: da mesi la "saggezza convenzionale" - cioè il pensiero unico del conformismo - annuncia un'Apocalisse provocata dai dazi di Donald Trump.
Lui continua imperterrito e la catastrofe ancora non è avvenuta. Le crisi però hanno delle gestazioni tortuose, e il prossimo incidente globale potrebbe arrivare per vie traverse. Per adesso la situazione è questa: America First continua a picchiare duro sul rivale più grosso e agguerrito che è la Cina; senza subire danni seri in casa propria visto che la crescita Usa prosegue a gonfie vele. È in arrivo una nuova ondata di dazi che colpiranno un ampio ventaglio di prodotti di consumo made in China, per un valore annuo di 200 miliardi di dollari.
Stavolta la tassa doganale è del 10% contro il 25% che aveva colpito una prima fascia di importazioni dalla Cina (pari a 50 miliardi). Pare che Trump voglia in questo modo lasciarsi un margine per alzarli di più, una tattica negoziale per sondare la resistenza cinese. Può anche darsi che pesi il timore di un aumento dei prezzi al consumo in America. La questione del protezionismo entra nella campagna elettorale in tanti modi. Ci sono candidati democratici negli Stati industriali del Midwest che appoggiano i dazi di Trump per recuperare consensi nella classe operaia. E ci sono associazioni confindustriali che invece denunciano il protezionismo come un errore grave, e attaccano apertamente il partito del presidente in vista del voto del 6 novembre.
La nuova raffica di dazi potrebbe far saltare l'appuntamento per il prossimo negoziato bilaterale: il 27 e 28 settembre è previsto l'arrivo a Washington del vicepremier cinese Liu He. Ma da Pechino arrivano segnali che la missione potrebbe essere cancellata: "Non negoziamo con una pistola puntata alla tempia". Trump ribatte che non gliene importa nulla: "Noi non abbiamo fretta di trovare un accordo". Sarebbe già pronto a varare altri dazi su un elenco aggiuntivo di importazioni made in China pari a 250 miliardi. Il che significherebbe colpire la totalità delle importazioni, che grosso modo valgono 500 miliardi l'anno. Finora Pechino ha offerto impegni - piuttosto vaghi - a comprare di più dall'America, una disponibilità ad acquistare prodotti made in Usa per 70 miliardi aggiuntivi.
Quello che invece il governo di Xi Jinping non offre è una riforma delle leggi sugli investimenti esteri: un problema serio per le aziende occidentali che operano nei settori "strategici" (definizione molto elastica) è l'obbligo di prendersi un socio cinese e di rivelargli tutto il proprio know how; una regola che consente il furto sistematico di proprietà intellettuale e segreti industriali. Né Pechino offre un abbassamento generale dei suoi dazi, tuttora altissimi (25% è il loro livello normale). Sul fronte delle rappresaglie possibili, il governo cinese sta esaminando l'opzione di tagliare le sue vendite di materiali rari, indispensabili ad esempio per la produzione degli iPhone Apple.
È chiaro però che la Cina in questa contesa ha molto più da perdere degli Stati Uniti, e la sua capacità di sferrare rappresaglie deve tenerne conto. Già si moltiplicano i segnali di un rallentamento della locomotiva cinese: la crescita degli investimenti è ai minimi da un quarto di secolo. Naturalmente se la seconda economia mondiale dovesse incappare in turbolenze serie, il mondo intero potrebbe soffrire. Le crisi non arrivano mai da quella "causa probabile" su cui sono puntati gli sguardi.
Chi aveva previsto uno scenario da escalation protezionista stile anni Trenta, ha sottovalutato l'asimmetria della globalizzazione: non è vero che il protezionismo danneggia tutti in eguale misura; fa molto più danno a quei paesi che sono strutturalmente in attivo. Però una frenata della crescita cinese può rendere meno sostenibile l'immenso debito pubblico di Pechino (300% del Pil). In tal caso non saremmo di fronte a una crisi "periferica" come quella turca o argentina.
Lui continua imperterrito e la catastrofe ancora non è avvenuta. Le crisi però hanno delle gestazioni tortuose, e il prossimo incidente globale potrebbe arrivare per vie traverse. Per adesso la situazione è questa: America First continua a picchiare duro sul rivale più grosso e agguerrito che è la Cina; senza subire danni seri in casa propria visto che la crescita Usa prosegue a gonfie vele. È in arrivo una nuova ondata di dazi che colpiranno un ampio ventaglio di prodotti di consumo made in China, per un valore annuo di 200 miliardi di dollari.
Stavolta la tassa doganale è del 10% contro il 25% che aveva colpito una prima fascia di importazioni dalla Cina (pari a 50 miliardi). Pare che Trump voglia in questo modo lasciarsi un margine per alzarli di più, una tattica negoziale per sondare la resistenza cinese. Può anche darsi che pesi il timore di un aumento dei prezzi al consumo in America. La questione del protezionismo entra nella campagna elettorale in tanti modi. Ci sono candidati democratici negli Stati industriali del Midwest che appoggiano i dazi di Trump per recuperare consensi nella classe operaia. E ci sono associazioni confindustriali che invece denunciano il protezionismo come un errore grave, e attaccano apertamente il partito del presidente in vista del voto del 6 novembre.
La nuova raffica di dazi potrebbe far saltare l'appuntamento per il prossimo negoziato bilaterale: il 27 e 28 settembre è previsto l'arrivo a Washington del vicepremier cinese Liu He. Ma da Pechino arrivano segnali che la missione potrebbe essere cancellata: "Non negoziamo con una pistola puntata alla tempia". Trump ribatte che non gliene importa nulla: "Noi non abbiamo fretta di trovare un accordo". Sarebbe già pronto a varare altri dazi su un elenco aggiuntivo di importazioni made in China pari a 250 miliardi. Il che significherebbe colpire la totalità delle importazioni, che grosso modo valgono 500 miliardi l'anno. Finora Pechino ha offerto impegni - piuttosto vaghi - a comprare di più dall'America, una disponibilità ad acquistare prodotti made in Usa per 70 miliardi aggiuntivi.
Quello che invece il governo di Xi Jinping non offre è una riforma delle leggi sugli investimenti esteri: un problema serio per le aziende occidentali che operano nei settori "strategici" (definizione molto elastica) è l'obbligo di prendersi un socio cinese e di rivelargli tutto il proprio know how; una regola che consente il furto sistematico di proprietà intellettuale e segreti industriali. Né Pechino offre un abbassamento generale dei suoi dazi, tuttora altissimi (25% è il loro livello normale). Sul fronte delle rappresaglie possibili, il governo cinese sta esaminando l'opzione di tagliare le sue vendite di materiali rari, indispensabili ad esempio per la produzione degli iPhone Apple.
È chiaro però che la Cina in questa contesa ha molto più da perdere degli Stati Uniti, e la sua capacità di sferrare rappresaglie deve tenerne conto. Già si moltiplicano i segnali di un rallentamento della locomotiva cinese: la crescita degli investimenti è ai minimi da un quarto di secolo. Naturalmente se la seconda economia mondiale dovesse incappare in turbolenze serie, il mondo intero potrebbe soffrire. Le crisi non arrivano mai da quella "causa probabile" su cui sono puntati gli sguardi.
Chi aveva previsto uno scenario da escalation protezionista stile anni Trenta, ha sottovalutato l'asimmetria della globalizzazione: non è vero che il protezionismo danneggia tutti in eguale misura; fa molto più danno a quei paesi che sono strutturalmente in attivo. Però una frenata della crescita cinese può rendere meno sostenibile l'immenso debito pubblico di Pechino (300% del Pil). In tal caso non saremmo di fronte a una crisi "periferica" come quella turca o argentina.