Nel tempo della politica senza ideologie e senza lealtà di partito, nell'ora della "pancia" che vota, la personalità del politico conta più del borsellino nel giudizio degli elettori. La "faccia" pesa più del Pil. Quasi due anni dopo l'avvento al potere di Donald Trump e nel pieno boom di un economia bollente, la popolarità del presidente vacilla attorno a un mediocre 40 per cento e non cresce e la maggioranza degli americani continua a trovarlo insopportabilmente antipatico. Il dogma dell'it's the economy, stupid, è l'economia, stupido, l'asso che fa vincere seguito religiosamente da Bill Clinton in poi, sembra smentito.
Settimane ormai di sondaggi, sempre guardati con doveroso scetticismo da chi ricorda la vittoria garantita a Hillary Clinton, avevano insinuato il dubbio che la crescita prepotente degli indicatori economici - la disoccupazione, la Borsa, il Pil, i consumi, i profitti aziendali, i …
Settimane ormai di sondaggi, sempre guardati con doveroso scetticismo da chi ricorda la vittoria garantita a Hillary Clinton, avevano insinuato il dubbio che la crescita prepotente degli indicatori economici - la disoccupazione, la Borsa, il Pil, i consumi, i profitti aziendali, i …
Nel tempo della politica senza ideologie e senza lealtà di partito, nell'ora della "pancia" che vota, la personalità del politico conta più del borsellino nel giudizio degli elettori. La "faccia" pesa più del Pil. Quasi due anni dopo l'avvento al potere di Donald Trump e nel pieno boom di un economia bollente, la popolarità del presidente vacilla attorno a un mediocre 40 per cento e non cresce e la maggioranza degli americani continua a trovarlo insopportabilmente antipatico. Il dogma dell'it's the economy, stupid, è l'economia, stupido, l'asso che fa vincere seguito religiosamente da Bill Clinton in poi, sembra smentito.
Settimane ormai di sondaggi, sempre guardati con doveroso scetticismo da chi ricorda la vittoria garantita a Hillary Clinton, avevano insinuato il dubbio che la crescita prepotente degli indicatori economici - la disoccupazione, la Borsa, il Pil, i consumi, i profitti aziendali, i pur modesti aumenti dei salari reali - non avessero reso Trump più "simpatico" alla maggioranza dei cittadini. Ma la conferma che si può regnare su una fase di espansione senza incassare i dividendi di popolarità è entrata alla Casa Bianca e il re trema.
L'ha portata, a inizio settembre dopo la "Festa del Lavoro" che chiude la stagione delle vacanze e della distrazione, un pollster, un ricercatore di opinione e di tendenze scelto dal partito Repubblicano per la sua attendibilità non ostile. La sua relazione, arrivata fino alla scrivania di Trump, ha gelato il sangue nelle vene dei fedeli e degli inquieti. Il presidente, scrive la relazione, sta provocando "disprezzo" fra gli elettori moderati repubblicani e indipendenti ed "entusiasmo" fra i democratici che vedono, nella ostilità personale e trasversale di sei americani su dieci, la strada che può portare al ribaltamento della maggioranza alla Camera, dato per molto probabile, e a rischi inimmaginabili per i seggi sicuri al Senato, dove improvvisamente ogni seggio sicuro è in gioco. Collegi elettorali nei quali Trump aveva stracciato Clinton, altra esemplare "antipatica" nella narrazione politica, per trenta punti di vantaggio, ora danzano sul filo "dell'errore statistico", quel tre per cento di differenza che rientra nel margine di incertezza.
Dunque non è più l'economia, stupido, è la "persona" a fare la differenza nei vaghi umori di un elettorato che giudica, applaude o respinge con la superficialità effimera di un pubblico da show televisivo, secondo una legge ben nota nel mondo del commercio e della pubblicità, dove si acquista il venditore più del prodotto che lui o lei vende. E Trump, che da sempre è un formidabile piazzista di sé convinto di poter sedurre chiunque e chiudere il contratto con il proprio fascino personale, sta subendo il rovescio di quella legge: se il venditore diventa antipatico, non importa quanto buona sia la sua merce. Il cliente non comprerà. E ancora più micidiale diviene la personalizzazione della politica, ormai l'elemento dominante in tutte le democrazie liberali, se della propria capacità di attrazione fisica, se la propria "corporalità" è l'elemento dominante della proposta elettorale. Con Trump, come già con Silvio Berlusconi che in Italia aveva per primo scoperto e sfruttato la forza della propria fisicità come "corpo vivente" della proposta elettorale, l'uomo è "ideologia". Una dinamica che Matteo Renzi aveva ripreso pagandone il prezzo dopo il successo iniziale e che ora i Salvini, i Di Maio e gli altri personaggi della nuova Commedia dell'Arte italiana stanno ripercorrendo con la costante esibizione del "sé", seppure con abiti di scena diversi.
La sua abilità di conduttore televisivo, la sua incontenibile vanità fino alla patologia del narcisismo - ben documentata da Bob Woodward nel suo libro Fear, "paura", arrivato a un milione di copie in una settimana, senza una sola querela - i suoi manierismi verbali e gestuali hanno imbullonato a sé, alla propria corporalità, alla grottesca coiffure, un quarto del pubblico, calcola lo studio del ricercatore repubblicano. Mentre hanno alienato fino al disdain, allo sprezzo, al disgusto, quel 60 per cento di persone, uomini come donne, che rabbrividiscono di imbarazzo e di vergogna al vederlo.
La conclusione che lo studio, riservatissimo e infatti subito filtrato all'agenzia Associated Press secondo la "legge del colabrodo" che governa la capitale, è che la centralità opprimente del leader prima esalta il suo potere di attrazione sulla folla sfruttando l'antipatia per "gli altri" e poi, progressivamente, lo punisce utilizzando la stessa ostilità cavalcata per vincere, secondo la logica binaria e semplicistica delle nuove intelligenze artificiali. Nessun programma elettorale o politico, per attraente che sia, sopravvive all'assenza di una persona fisica, di un leader, che lo incarni e sappia vendere se stesso al pubblico. Ma nessun leader politico sopravvive a lungo alla reazione di antipatia e di idiosincrasia che suscita per imporsi. Soltanto eventi catastrofici che lui o lei sappia affrontare con dignità e umanità possono attenuare e rovesciare il disprezzo e l'ostilità. George W. Bush conobbe il picco della propria popolarità quando seppe, in piedi sui moncherini ancora fiumanti delle Torri Gemelle, parlare finalmente alla nazione intera e non soltanto ai "suoi".
Trump si avvita e si arrovella, scatenando uragani di tweet, per convincere che il buon andamento dell'economia e lui sono la stessa cosa e s'infuria davanti alla scoperta che l'America accetta i doni, come i Romani dai Greci, ma detesta il portatore. L'antico dogma sta cambiando. Il problema non è l'economia. Il problema sei tu, stupido.
Settimane ormai di sondaggi, sempre guardati con doveroso scetticismo da chi ricorda la vittoria garantita a Hillary Clinton, avevano insinuato il dubbio che la crescita prepotente degli indicatori economici - la disoccupazione, la Borsa, il Pil, i consumi, i profitti aziendali, i pur modesti aumenti dei salari reali - non avessero reso Trump più "simpatico" alla maggioranza dei cittadini. Ma la conferma che si può regnare su una fase di espansione senza incassare i dividendi di popolarità è entrata alla Casa Bianca e il re trema.
L'ha portata, a inizio settembre dopo la "Festa del Lavoro" che chiude la stagione delle vacanze e della distrazione, un pollster, un ricercatore di opinione e di tendenze scelto dal partito Repubblicano per la sua attendibilità non ostile. La sua relazione, arrivata fino alla scrivania di Trump, ha gelato il sangue nelle vene dei fedeli e degli inquieti. Il presidente, scrive la relazione, sta provocando "disprezzo" fra gli elettori moderati repubblicani e indipendenti ed "entusiasmo" fra i democratici che vedono, nella ostilità personale e trasversale di sei americani su dieci, la strada che può portare al ribaltamento della maggioranza alla Camera, dato per molto probabile, e a rischi inimmaginabili per i seggi sicuri al Senato, dove improvvisamente ogni seggio sicuro è in gioco. Collegi elettorali nei quali Trump aveva stracciato Clinton, altra esemplare "antipatica" nella narrazione politica, per trenta punti di vantaggio, ora danzano sul filo "dell'errore statistico", quel tre per cento di differenza che rientra nel margine di incertezza.
Dunque non è più l'economia, stupido, è la "persona" a fare la differenza nei vaghi umori di un elettorato che giudica, applaude o respinge con la superficialità effimera di un pubblico da show televisivo, secondo una legge ben nota nel mondo del commercio e della pubblicità, dove si acquista il venditore più del prodotto che lui o lei vende. E Trump, che da sempre è un formidabile piazzista di sé convinto di poter sedurre chiunque e chiudere il contratto con il proprio fascino personale, sta subendo il rovescio di quella legge: se il venditore diventa antipatico, non importa quanto buona sia la sua merce. Il cliente non comprerà. E ancora più micidiale diviene la personalizzazione della politica, ormai l'elemento dominante in tutte le democrazie liberali, se della propria capacità di attrazione fisica, se la propria "corporalità" è l'elemento dominante della proposta elettorale. Con Trump, come già con Silvio Berlusconi che in Italia aveva per primo scoperto e sfruttato la forza della propria fisicità come "corpo vivente" della proposta elettorale, l'uomo è "ideologia". Una dinamica che Matteo Renzi aveva ripreso pagandone il prezzo dopo il successo iniziale e che ora i Salvini, i Di Maio e gli altri personaggi della nuova Commedia dell'Arte italiana stanno ripercorrendo con la costante esibizione del "sé", seppure con abiti di scena diversi.
La sua abilità di conduttore televisivo, la sua incontenibile vanità fino alla patologia del narcisismo - ben documentata da Bob Woodward nel suo libro Fear, "paura", arrivato a un milione di copie in una settimana, senza una sola querela - i suoi manierismi verbali e gestuali hanno imbullonato a sé, alla propria corporalità, alla grottesca coiffure, un quarto del pubblico, calcola lo studio del ricercatore repubblicano. Mentre hanno alienato fino al disdain, allo sprezzo, al disgusto, quel 60 per cento di persone, uomini come donne, che rabbrividiscono di imbarazzo e di vergogna al vederlo.
La conclusione che lo studio, riservatissimo e infatti subito filtrato all'agenzia Associated Press secondo la "legge del colabrodo" che governa la capitale, è che la centralità opprimente del leader prima esalta il suo potere di attrazione sulla folla sfruttando l'antipatia per "gli altri" e poi, progressivamente, lo punisce utilizzando la stessa ostilità cavalcata per vincere, secondo la logica binaria e semplicistica delle nuove intelligenze artificiali. Nessun programma elettorale o politico, per attraente che sia, sopravvive all'assenza di una persona fisica, di un leader, che lo incarni e sappia vendere se stesso al pubblico. Ma nessun leader politico sopravvive a lungo alla reazione di antipatia e di idiosincrasia che suscita per imporsi. Soltanto eventi catastrofici che lui o lei sappia affrontare con dignità e umanità possono attenuare e rovesciare il disprezzo e l'ostilità. George W. Bush conobbe il picco della propria popolarità quando seppe, in piedi sui moncherini ancora fiumanti delle Torri Gemelle, parlare finalmente alla nazione intera e non soltanto ai "suoi".
Trump si avvita e si arrovella, scatenando uragani di tweet, per convincere che il buon andamento dell'economia e lui sono la stessa cosa e s'infuria davanti alla scoperta che l'America accetta i doni, come i Romani dai Greci, ma detesta il portatore. L'antico dogma sta cambiando. Il problema non è l'economia. Il problema sei tu, stupido.