Per Genova il tempo si è fermato
Sergio Rizzo , di SERGIO RIZZOLa drammatica vicenda del ponte Morandi ci offre la cifra del momento politico che il Paese sta vivendo. Un momento nel quale le parole viaggiano a velocità supersonica mentre i fatti concreti seguono il passo della tartaruga
La drammatica vicenda del ponte Morandi ci offre la cifra del momento politico che il Paese sta vivendo. Un momento nel quale le parole viaggiano a velocità supersonica mentre i fatti concreti seguono il passo della tartaruga. Quasi un mese e mezzo è passato da quel crollo disastroso, senza che sia ancora chiaro il percorso da seguire per risolvere una situazione sempre più complicata ogni giorno che passa. Sembra anzi che da quel terribile 14 agosto il tempo, a Genova, si sia fermato. Per dirne una, il famoso decreto non è ancora operativo. Annunciato tre settimane fa, approvato dal Consiglio dei ministri da oltre dieci giorni, non passa ora che non ne venga annunciata l'imminente pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
Nemmeno sappiamo il nome del commissario che dovrà gestire la ricostruzione: per conoscere le sue generalità si dovranno attendere, nella migliore delle ipotesi, ancora diversi…
Nemmeno sappiamo il nome del commissario che dovrà gestire la ricostruzione: per conoscere le sue generalità si dovranno attendere, nella migliore delle ipotesi, ancora diversi…
La drammatica vicenda del ponte Morandi ci offre la cifra del momento politico che il Paese sta vivendo. Un momento nel quale le parole viaggiano a velocità supersonica mentre i fatti concreti seguono il passo della tartaruga. Quasi un mese e mezzo è passato da quel crollo disastroso, senza che sia ancora chiaro il percorso da seguire per risolvere una situazione sempre più complicata ogni giorno che passa. Sembra anzi che da quel terribile 14 agosto il tempo, a Genova, si sia fermato. Per dirne una, il famoso decreto non è ancora operativo. Annunciato tre settimane fa, approvato dal Consiglio dei ministri da oltre dieci giorni, non passa ora che non ne venga annunciata l'imminente pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
Nemmeno sappiamo il nome del commissario che dovrà gestire la ricostruzione: per conoscere le sue generalità si dovranno attendere, nella migliore delle ipotesi, ancora diversi giorni. In questo gioco di rimpalli continui dove incompetenze, inerzie e superficialità si sommano ai contrasti fin troppo evidenti fra i due azionisti del governo, a rimetterci sono soltanto i cittadini genovesi. Il Movimento Cinque Stelle è contrario a far toccare un solo bullone alla concessionaria Autostrade, mentre la Lega nicchia. I leghisti, dal canto loro, non sarebbero ostili ad attribuire il ruolo del commissario a un rappresentante degli enti locali, ma sia il presidente della Liguria, Giovanni Toti, sia il sindaco di Genova, Marco Bucci, sono espressione del centrodestra a trazione leghista: dunque ai grillini non stanno bene, ma sull’alternativa è buio pesto.
E in tale paradossale stato di cose, per cui la politica non pare proprio sapere che pesci pigliare, assistiamo a ogni genere di manifestazione del libero pensiero utile solo ad accrescere la confusione. Chi argomenta che Fincantieri non ha le certificazioni necessarie per realizzare un ponte, chi sponsorizza la costruzione non di un ponte puro e semplice bensì di una specie di città-ponte, e chi si dice pronto a sfidare un’eventuale procedura d’infrazione di Bruxelles pur di affidare l’appalto della ricostruzione (naturalmente alla medesima Fincantieri) senza fare la gara europea prevista dalle norme comunitarie. Un delirio. Con l’unica certezza che è tutto immobile.
Eppure in un simile frangente un governo che avesse l’autorevolezza necessaria e un minimo di buonsenso avrebbe già individuato quantomeno una soluzione. Su una cosa non si può che essere d’accordo: se la ricostruzione del ponte fosse affidata allo stesso concessionario, nessun italiano potrebbe capire. Resta il fatto che l’unico modo per impedire alla società Autostrade di avere un qualunque ruolo diverso dal semplice finanziatore dell’opera sarebbe quello di revocare la concessione, attribuirla a un soggetto diverso (magari pubblico) e procedere quindi all’assegnazione dell’appalto. Un’operazione che richiederebbe tuttavia dei tempi difficilmente compatibili con l’urgenza richiesta dal caso.
A meno che non si segua una strada leggermente diversa: imporre alla concessionaria non soltanto l’onere di pagare i lavori, ma anche l’obbligo di affidare la ricostruzione in via diretta a un altro soggetto (Fincantieri, per esempio) nelle vesti di contraente generale. Idem, ovviamente, per la demolizione. In questo modo si eviterebbe il rischio di una procedura d’infrazione europea. E ci sarebbe poi in seguito tutto il tempo necessario per l’eventuale revoca della concessione, quindi l’annunciata nazionalizzazione delle autostrade o quello che di altro vorranno fare. Ma almeno la ricostruzione del ponte risulterà sganciata da questo problema e non finirà nelle inevitabili conseguenti e probabilmente spiacevoli pastoie, trascinandoci dentro anche la città di Genova e i genovesi. Peccato che manchi sempre un pizzico della solita cosa. Il buonsenso, ovvero il coraggio di fare i conti con la realtà.
Nemmeno sappiamo il nome del commissario che dovrà gestire la ricostruzione: per conoscere le sue generalità si dovranno attendere, nella migliore delle ipotesi, ancora diversi giorni. In questo gioco di rimpalli continui dove incompetenze, inerzie e superficialità si sommano ai contrasti fin troppo evidenti fra i due azionisti del governo, a rimetterci sono soltanto i cittadini genovesi. Il Movimento Cinque Stelle è contrario a far toccare un solo bullone alla concessionaria Autostrade, mentre la Lega nicchia. I leghisti, dal canto loro, non sarebbero ostili ad attribuire il ruolo del commissario a un rappresentante degli enti locali, ma sia il presidente della Liguria, Giovanni Toti, sia il sindaco di Genova, Marco Bucci, sono espressione del centrodestra a trazione leghista: dunque ai grillini non stanno bene, ma sull’alternativa è buio pesto.
E in tale paradossale stato di cose, per cui la politica non pare proprio sapere che pesci pigliare, assistiamo a ogni genere di manifestazione del libero pensiero utile solo ad accrescere la confusione. Chi argomenta che Fincantieri non ha le certificazioni necessarie per realizzare un ponte, chi sponsorizza la costruzione non di un ponte puro e semplice bensì di una specie di città-ponte, e chi si dice pronto a sfidare un’eventuale procedura d’infrazione di Bruxelles pur di affidare l’appalto della ricostruzione (naturalmente alla medesima Fincantieri) senza fare la gara europea prevista dalle norme comunitarie. Un delirio. Con l’unica certezza che è tutto immobile.
Eppure in un simile frangente un governo che avesse l’autorevolezza necessaria e un minimo di buonsenso avrebbe già individuato quantomeno una soluzione. Su una cosa non si può che essere d’accordo: se la ricostruzione del ponte fosse affidata allo stesso concessionario, nessun italiano potrebbe capire. Resta il fatto che l’unico modo per impedire alla società Autostrade di avere un qualunque ruolo diverso dal semplice finanziatore dell’opera sarebbe quello di revocare la concessione, attribuirla a un soggetto diverso (magari pubblico) e procedere quindi all’assegnazione dell’appalto. Un’operazione che richiederebbe tuttavia dei tempi difficilmente compatibili con l’urgenza richiesta dal caso.
A meno che non si segua una strada leggermente diversa: imporre alla concessionaria non soltanto l’onere di pagare i lavori, ma anche l’obbligo di affidare la ricostruzione in via diretta a un altro soggetto (Fincantieri, per esempio) nelle vesti di contraente generale. Idem, ovviamente, per la demolizione. In questo modo si eviterebbe il rischio di una procedura d’infrazione europea. E ci sarebbe poi in seguito tutto il tempo necessario per l’eventuale revoca della concessione, quindi l’annunciata nazionalizzazione delle autostrade o quello che di altro vorranno fare. Ma almeno la ricostruzione del ponte risulterà sganciata da questo problema e non finirà nelle inevitabili conseguenti e probabilmente spiacevoli pastoie, trascinandoci dentro anche la città di Genova e i genovesi. Peccato che manchi sempre un pizzico della solita cosa. Il buonsenso, ovvero il coraggio di fare i conti con la realtà.