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La creatività? Sarà sempre un gioco da bambini

Talento e spirito ludico sono inseparabili. Come dimostra l’esempio del grande Alighiero Boetti, che creò nel suo studio un mondo incantato per la figlia Agata: il racconto di Stefano Bartezzaghi
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"A & B" non è solo la sigla con cui l'artista Alighiero Boetti giocava sul proprio nome-e-cognome e si sdoppiava in due entità gemellari, identiche ma distinte. "A come Alighiero, B come Boetti" dice una frase che si trova in uno dei suoi quadrati. Le stesse sono anche le iniziali della figlia Agata Boetti.

Sin da bambina, da sola o con il fratello Matteo, Agata ha dialogato con l'opera paterna (di cui oggi è archivista e curatrice) tramite il gioco, l'emulazione, l'esempio. Per i figli di altri genitori, "gioco" è l'opposto di "studio". Per i figli di artisti, "studio" è una stanza e per i figli di Boetti è una stanza di giochi. Nell'atelier di Alighiero a Trastevere infatti si giocava e, come ci ha rivelato un recente libro di Agata (Il gioco dell'arte, Electa, 2016), fra studio e gioco e fra padre e figli, il dialogo era continuo: "In italiano, la parola…
"A & B" non è solo la sigla con cui l'artista Alighiero Boetti giocava sul proprio nome-e-cognome e si sdoppiava in due entità gemellari, identiche ma distinte. "A come Alighiero, B come Boetti" dice una frase che si trova in uno dei suoi quadrati. Le stesse sono anche le iniziali della figlia Agata Boetti.

Sin da bambina, da sola o con il fratello Matteo, Agata ha dialogato con l'opera paterna (di cui oggi è archivista e curatrice) tramite il gioco, l'emulazione, l'esempio. Per i figli di altri genitori, "gioco" è l'opposto di "studio". Per i figli di artisti, "studio" è una stanza e per i figli di Boetti è una stanza di giochi. Nell'atelier di Alighiero a Trastevere infatti si giocava e, come ci ha rivelato un recente libro di Agata (Il gioco dell'arte, Electa, 2016), fra studio e gioco e fra padre e figli, il dialogo era continuo: "In italiano, la parola "studio" ha un doppio significato. Un'attività mentale e un luogo per l'esercizio di una professione, spesso artistica. Lo studio di mio padre era dunque un luogo di studio, di sperimentazione, di giochi, che con disinvoltura e naturalezza erano associati all'idea di lavoro. Il lavoro era dunque un gioco. Il gioco con mio padre si svolgeva dunque al lavoro".

Ecco allora A.B.A.B.: Alighiero B. e Agata B.Via i punti e abbiamo ABAB, come lo schema della rima alternata: "Gioco / di mano / gioco / di villano". ABAB al contrario si legge "Baba", un Alì(ghiero) che conosce le formule magiche che schiudono la caverna del tesoro. In anagramma "Agata, Alighiero" dà come esito: "già l'arte ha l'agio".
 
AGIO
La parola "agio" non mi mette a disagio. Anzi. La posta di ogni gioco è arrivare a giocarlo con agio, prendendosi il massimo della libertà d'azione consentita dalle regole (La posta in gioco: l'agio sta in poco).
 
GIOCO
"Il gioco dell'arte", scrive Agata. Bene, ma poi cos'è il gioco? Un'attività che segue certe regole o le regole che la definiscono? Si possono descrivere e studiare i meccanismi che Alighiero ha congegnato per certi suoi lavori, cifrando le lettere, nominando i numeri, misurando il tempo e proiettandolo sullo spazio: telegrammi, rintocchi, quadrati, colori. Sono gli schemi, "correlated patterns", e la maestria articolata, "plexed artistry", di cui ha parlato Nabokov nel suo poemetto sornione. La parte visibile del lavoro di Alighiero diventa allora come la registrazione delle partite di un campione di scacchi, una sorta di diagramma delle linee di tensione che hanno generato l'idea dell'opera nonché l'energia e la materia per realizzarla. Nel libro di Agata invece è come se si trovasse la biografia e il racconto di come il campione di scacchi ha effettivamente giocato le sue partite: la progettazione, ma anche la casualità; la costruzione, ma anche l'objet trouvé; lo studio, ma anche, appunto, il gioco.
 
ONDE
"Passa dal nuotatore all'onda!". L'esortazione è composta da ventiquattro lettere più un punto esclamativo: venticinque segni, su cui Alighiero avrebbe potuto costruire no dei suoi quadrati 5 x 5. È una strana esortazione, certo. Non è mia: la interpreto come il tentativo di prescindere dallo sforzo umano nel combattere e attraversare la materia, dominarla e farne il sostegno della propria azione, per concentrarsi su ciò che della materia finirà per combinarsi con i nostri sforzi. Accorgersi che la materia non è inerte, ma oscilla e ondula, e lo sforzo del nuotatore dovrà assecondarne o contrastarne la forza. L'immagine, meravigliosa, del nuotatore e dell'onda è stata coniata da Marguerite Yourcenar per il letterato e "scienziato diagonale" Roger Caillois. Fra le tante realtà "diagonali" di cui si era occupato Caillois, una delle più importanti è stata senz'altro il gioco, a cui dedicò un libro e un volume di enciclopedia. Un'onda fluisce e rifluisce fra due poli: il "ludus", gioco come sistema astratto di regole (esempi estremi di Caillois: gli scacchi e l'enigmistica); la "paidia", gioco come devoluzione gratuita di energia (caso estremo: la corsa dei bambini).
 
ENIGMA
"Artista è colui che di una soluzione sa fare un enigma" (Karl Kraus). La dimensione dell'enigma è sempre stata presente nel lavoro di Alighiero, magari non proprio nel senso della metafisica di Giorgio De Chirico, ma in un'accezione più vicina alla logica e alla sfida. Nel suo Manifesto accosta ai nomi incolonnati di sedici artisti (fra cui lui stesso) una serie di simboli convenzionali. Il codice però non c'è, o c'è stato ma è andato perduto, o Alighiero se l'è dimenticato. Come disse una volta (e pare una parafrasi di Kraus proiettata su di sé): "So inventare i rebus ma poi non li so più risolvere". Il suo "manifesto" di un possibile movimento artistico viene enunciato senza che sia possibile ricostruire cosa significhi: non dice letteralmente nulla. Già così sarebbe abbastanza enigmatico ma c'è di più, se un titolo come "manifesto" rimanda al suo significato come aggettivo ("palese", "evidente") e finisce così per stabilire rapporti ironici con la sua stessa enigmaticità. Del resto una sua affermazione è che "le cose, quando non sono segrete, si annacquano". Una volta mi sono permesso di chiosarla, e ho detto che nel trattamento boettiano del segreto, si può dire nella sua enigmistica, non si tratta di risolvere, ma di indicare il punto in cui si predispone il dissolvere.

Oggi Agata ci racconta che fra le tante riviste ramazzate con ingordigia all'edicola sotto l'atelier, in piazza, a Trastevere, non mancava la Settimana Enigmistica. "Ogni gioco scoperto nella Settimana Enigmistica diventava materiale di studio per noi due. Vedendo le parole crociate, feci incrociare i nostri nomi. Divertito, Alighiero incollò il mio disegno e le firmò. "È una mia opera, ti ho fatto io!" Mi disse ridendo". I due avrebbero poi curato un numero di una propria Settimana Enigmistica. Dal libro Shaman Showman. Alighiero e Boetti di Annemarie Sauzeau (Umberto Allemandi, Torino 2001; seconda edizione Luca Sossella Editore, Roma 2006) sappiamo che Boetti collezionava le vignette del settimanale enigmistico dedicate all'arte contemporanea, con la vaga idea di farne una mostra.
 
RANE
All'improvviso - con gli aerei, i "Tutto", le facce - l'opera di Boetti diventa un vasto magazzino pieno di figurine più piccole di miniature. Potrebbe essere indebito associare questa duplice dimensionalità al punto di vista del bambino, un punto di vista per cui il mondo è enorme, sproporzionato, inconoscibile (tornare da adulti nelle case, chiese, scuole frequentate nell'infanzia dà l'immancabile sospetto che gli edifici e gli ambienti si siano rimpiccioliti), e possiamo manipolarlo solo se ci circondiamo di oggetti piccolissimi, bamboline, soldatini, macchinine, mattoncini... Boetti avrà tratto ispirazione dai giocattoli di Agata e Matteo? Non voglio rispondere, ma mi limito a indicare l'episodio delle rane, che a modo suo è illuminante. La madre di Agata, Annemarie Sauzeau, è stata anche la principale conoscitrice dell'opera di Alighiero e nel 2014, in questa veste, andò a presentare un proprio libro al Beaubourg.

Ricorda Agata: "Bernard Blistène, caro amico e direttore del Musée National d'Art Moderne al Centre Pompidou, scoprendo sullo schermo un disegno riprodotto nel libro, chiese a mia madre se le rane presenti in tanti disegni di mio padre fossero un riferimento ai testi di Michel Foucault". C'è infatti un punto in cui Foucault esorta a non voler più vedere il mondo a volo d'uccello ma a privilegiare il punto di vista terrestre e obliquo della rana. "Mia madre fu certamente intenerita e divertita dalla domanda poiché la risposta, forse un po' diretta, fu che questa rana era semplicemente un origami fatto da sua figlia, Agata. Affascinato, Alighiero l'aveva con naturalezza inserita nei suoi disegni. Annemarie si scusò anche per la natura più privata che culturale della risposta". Brekekekex koax koax.
 
NATURA
Disegni, lettere, cifre, numeri, parole, colori e - alla fine - concetti sono sistemi di classificazione che l'uomo contrappone e sovrappone alla natura. Sono anche le cose su cui gioca l'arte di Alighiero, che si era segnato una citazione da Alfred North Whitehead: "La natura, una faccenda ottusa, senza suoni, senza profumi né colori; soltanto la corsa della materia, senza fine, senza senso". Tutti i sistemi di classificazione (dall'alfabeto alle tecniche non banali per misurare la lunghezza dei fiumi) sono griglie che sovrapponiamo (e opponiamo) alla natura, per dare origine al senso. Giocare con i propri figli deve essere stata per Alighiero una potente ispirazione artistica perché l'infanzia è l'età di una duplice scoperta: scoperta della natura e scoperta dei sistemi umani. Ogni passeggiata è un'esplorazione; ogni oggetto è un quesito; ogni linguaggio è una crittologia; ogni singolo elemento del mondo è parte di un sistema: se non lo fosse, non esisterebbe come elemento.
Agata: "Mi raccontava molto spesso che la natura era il più grande "fabbricante di bellezza": la precisione della foglia, i colori perfetti dei pesci o degli uccelli, la gradazione squisita delle sfumature dei colori del mare, la variazione dei verdi nelle foreste, i movimenti così eleganti della medusa nell'acqua o la disposizione ideale dei fiori sull'albero. L'uomo non potrebbe fare di meglio. L'uomo deve allora fare altro! Dunque la foglia blu degli Etruschi. L'arte fa quello che la natura non fa".
 
GIOCO
Per Roger Caillois, l'intelligenza umana produce un'"immagine interposta" fra sé e la realtà (fra il nuotatore e l'onda). Chissà se aveva letto Donald Winnicott, o se costui aveva letto Caillois. Per Winnicott quell'"immagine interposta" è uno "spazio intermedio", lo spazio del gioco e dell'arte, nonché di quel fantasma concettuale che il Novecento ha battezzato "creatività". È insomma ciò che "la natura non fa". La natura fa gli animali e l'uomo li mette nelle gabbie, quelle della tassonomia e quelle degli zoo.

All'edicola vendevano anche animaletti di plastica e Agata e Matteo ne facevano scorte, per giocare sul pavimento dello studio. Siccome il gioco prendeva sempre più spazio, Alighiero decise di riservargli un'intera stanza dell'atelier. Raggruppati secondo criteri fra lo scientifico e il balzano, animali delle diverse specie ora vivevano in ambienti ricostruiti con fondali, laghi, savane di cartone colorato. Davanti a questo vasto scenario, il padre aveva sistemato un tappeto su cui, con i figli, avrebbe potuto volare in un safari fantastico.

Dice Maurice Blanchot che se si dice a un bambino che il manico di scopa con cui sta giocando non è un cavallo, l'errore che si commette non è quello di rivelare la verità, smascherando il gioco. Il bambino sa benissimo che il manico non è un cavallo: egli sta semplicemente giocando a cavallo. Il gioco non è un'alternativa alla realtà, ne è una dimensione a sé stante e questa dimensione è caratterizzata dalla "leggerezza" (Blanchot ne parlava molto prima di Italo Calvino). Per questo non c'è una definizione della parola e del concetto di "gioco" che possa mettere d'accordo tutti: perché il gioco è leggero e vola via dove vuole lui. Il vero errore dell'adulto è quindi quello di introdurre pesantezza, con il risultato di riportare il gioco a terra.

In quella stanza, la rima ABAB è quella di un'ode all'arte di essere padri, madri, figli, figlie. Sul tappeto Agata volava con Alighiero e Matteo, per i loro safari famigliari: rane che giocano a essere uccelli. Un amico, il fotografo Giorgio Colombo, venne a conoscere il gioco e pubblicò un reportage su "Vogue", dal titolo: "La stanza degli animali di Alighiero Boetti. Uno zoo d'artista". Agata racconta che vedendo il servizio fotografico fu allo stesso tempo fiera e delusa: fiera che il safari fosse riconosciuto come un gioco fantastico e non per tutti; delusa - probabilmente - dalla pesantezza che d'ora in poi avrebbe zavorrato il tappeto volante. Ironia del linguaggio: dalle due sillabe consecutive nel cuore del nome-e-cognome del fotografo si staglia una parola: giorGIO COlombo.

"ABAB. La stanza dei giochi" è l'evento ricco di sorprese con cui Stefano Bartezzaghi inaugura ( venerdì 28 alle 16, Fortezza Nuova) Il senso del ridicolo, il festival su satira, comicità e umorismo da lui diretto, in programma a Livorno fino a domenica 30, con tantissimi ospiti. Info: ilsensodelridicolo.it