Giuramento all'italiana
Filippo Ceccarelli , di Filippo Ceccarelli
Si potrebbe disporre un premio, anche in denaro, per quegli italiani che credono ai giuramenti in politica. Non se la prenda perciò, il povero ministro Tria, se il suo richiamo di ieri - "Ho giurato nell'esclusivo interesse della nazione” - risuonava al tempo stesso sconsolato, ma pure un po' buffo.
Si è sentito anche in dovere di aggiungere di non aver giurato da solo al Quirinale, e ha ragione. Ma per dire quanto pesano le formule solenni all'italiana, dei suoi attuali persecutori, quel giorno, il languido vicepremier Di Maio fu visto commuoversi e l'altro, Salvini, cacciare fuori dalla tasca il rosario, e a beneficio dei fotografi compulsarlo espressivamente nell'ora fatale.
Qualche settimana prima, d'altra parte, aveva già giurato sul Vangelo, per maggior sicurezza tenendo nell'altra mano il suddetto rosario. Più la politica si fa leggera, vanesia, vuota, misera, rancorosa e disinibita, e più tutti giurano…
Si è sentito anche in dovere di aggiungere di non aver giurato da solo al Quirinale, e ha ragione. Ma per dire quanto pesano le formule solenni all'italiana, dei suoi attuali persecutori, quel giorno, il languido vicepremier Di Maio fu visto commuoversi e l'altro, Salvini, cacciare fuori dalla tasca il rosario, e a beneficio dei fotografi compulsarlo espressivamente nell'ora fatale.
Qualche settimana prima, d'altra parte, aveva già giurato sul Vangelo, per maggior sicurezza tenendo nell'altra mano il suddetto rosario. Più la politica si fa leggera, vanesia, vuota, misera, rancorosa e disinibita, e più tutti giurano…
Si potrebbe disporre un premio, anche in denaro, per quegli italiani che credono ai giuramenti in politica. Non se la prenda perciò, il povero ministro Tria, se il suo richiamo di ieri - "Ho giurato nell'esclusivo interesse della nazione” - risuonava al tempo stesso sconsolato, ma pure un po' buffo.
Si è sentito anche in dovere di aggiungere di non aver giurato da solo al Quirinale, e ha ragione. Ma per dire quanto pesano le formule solenni all'italiana, dei suoi attuali persecutori, quel giorno, il languido vicepremier Di Maio fu visto commuoversi e l'altro, Salvini, cacciare fuori dalla tasca il rosario, e a beneficio dei fotografi compulsarlo espressivamente nell'ora fatale.
Qualche settimana prima, d'altra parte, aveva già giurato sul Vangelo, per maggior sicurezza tenendo nell'altra mano il suddetto rosario. Più la politica si fa leggera, vanesia, vuota, misera, rancorosa e disinibita, e più tutti giurano. Del tutto immemori e incuranti – e qui possono sbagliare di brutto – che da sempre le parole e ancora di più le formule rituali sono strutture viventi, e che chiamare Dio a testimone, anche per chi non crede può rivelarsi un azzardo pericoloso. Ma intanto pensano alla rassegna stampa del giorno dopo, al frammento di video del tg, ai like e alle faccette dei social. E giurano su tutto, con la naturalezza di chi consuma un cappuccino al bar.
Con la schiuma, senza schiuma, in tazza, al vetro, fra commedia e melodramma, i due generi nazionali. Per quattro volte ha giurato Berlusconi sulla testa dei figli e quasi sempre, dato che è un perfezionista, con la mano sul cuore; Bossi l'ha fatto almeno venti sul palco di Pontida, fino all'altroieri dedicandosi al sogno impostore e schizofrenico della Padania; ma anche la sinistra ha contagiato la magica pratica, a beneficio dei superstiti gonzi; per cui ha giurato Prodi, ha giurato Rutelli, hanno giurato i candidati governatori facendo catena con le mani, gli aspiranti leader sventolando il tricolore o una copia – meglio se avita – della Costituzione che si accingevano a stravolgere.
Da quando, ormai un quarto di secolo fa, la vita pubblica è andata fuori controllo, e quella “bestia apocalittica che chiamiamo comunicazione” (Ceronetti) ha preso il potere, non c'è capo che non abbia resistito a gonfiare i suoi provvisori desideri con il sussidio dell'enfasi, dell'amplificazione emozionale, del moralismo rovente, del manicheismo sentimentale e retrattile che solo il giuramento assegna al gran teatro alla conquista dell'attenzione – e poi chi se ne frega, e poi ancora chi se ne ricorda più.
Si è sentito anche in dovere di aggiungere di non aver giurato da solo al Quirinale, e ha ragione. Ma per dire quanto pesano le formule solenni all'italiana, dei suoi attuali persecutori, quel giorno, il languido vicepremier Di Maio fu visto commuoversi e l'altro, Salvini, cacciare fuori dalla tasca il rosario, e a beneficio dei fotografi compulsarlo espressivamente nell'ora fatale.
Qualche settimana prima, d'altra parte, aveva già giurato sul Vangelo, per maggior sicurezza tenendo nell'altra mano il suddetto rosario. Più la politica si fa leggera, vanesia, vuota, misera, rancorosa e disinibita, e più tutti giurano. Del tutto immemori e incuranti – e qui possono sbagliare di brutto – che da sempre le parole e ancora di più le formule rituali sono strutture viventi, e che chiamare Dio a testimone, anche per chi non crede può rivelarsi un azzardo pericoloso. Ma intanto pensano alla rassegna stampa del giorno dopo, al frammento di video del tg, ai like e alle faccette dei social. E giurano su tutto, con la naturalezza di chi consuma un cappuccino al bar.
Con la schiuma, senza schiuma, in tazza, al vetro, fra commedia e melodramma, i due generi nazionali. Per quattro volte ha giurato Berlusconi sulla testa dei figli e quasi sempre, dato che è un perfezionista, con la mano sul cuore; Bossi l'ha fatto almeno venti sul palco di Pontida, fino all'altroieri dedicandosi al sogno impostore e schizofrenico della Padania; ma anche la sinistra ha contagiato la magica pratica, a beneficio dei superstiti gonzi; per cui ha giurato Prodi, ha giurato Rutelli, hanno giurato i candidati governatori facendo catena con le mani, gli aspiranti leader sventolando il tricolore o una copia – meglio se avita – della Costituzione che si accingevano a stravolgere.
Da quando, ormai un quarto di secolo fa, la vita pubblica è andata fuori controllo, e quella “bestia apocalittica che chiamiamo comunicazione” (Ceronetti) ha preso il potere, non c'è capo che non abbia resistito a gonfiare i suoi provvisori desideri con il sussidio dell'enfasi, dell'amplificazione emozionale, del moralismo rovente, del manicheismo sentimentale e retrattile che solo il giuramento assegna al gran teatro alla conquista dell'attenzione – e poi chi se ne frega, e poi ancora chi se ne ricorda più.