Donald Trump può essere peggio di così? Parafrasando lo slogan di Obama, yes he can. Ma se ci fissiamo sulle sue pessime qualità, sfoggiate all'Onu, perdiamo di vista le forze più ampie che stanno dietro tanta immondizia. Qui a Washington mi sono chiesto cosa resterà del vecchio Occidente transatlantico indipendentemente dal fatto che Trump esca di scena nel gennaio 2021 - o, volesse il cielo, anche prima. La risposta è inquietante. Anche nel migliore dei casi gli Stati Uniti e i loro alleati internazionali non si riprenderanno come accadde dopo l'era del Watergate e del Vietnam. Questa volta è diverso, per motivi legati alla realtà interna ed esterna all'America.
Sì, Trump è responsabile in prima persona di buona parte dei guai. Nell'ormai famoso articolo anonimo apparso sul New York Times, un "importante esponente" dell'amministrazione Trump ha scritto: "In pubblico e in privato il presidente Trump mostra di preferire autocrati e dittatori, come il presidente russo Vladimir Putin e il leader nordcoreano Kim Jong-un, e non manifesta sincero apprezzamento per ciò che ci lega ai Paesi nostri alleati a noi affini". Tutto questo Trump lo ha dimostrato per l'ennesima volta nel discorso che ha tenuto all'assemblea generale dell'Onu. È un attivista del fronte sovranista Xi-Putin-Orbán, l'internazionale impossibile di nazionalisti, nemico giurato dell'ordine liberale.
Ho chiesto ai ben informati qui a Washington chi, secondo loro, è l'anonimo autore dell'articolo. Parecchi hanno indicato l'entourage del vicepresidente Mike Pence, un "importante esponente" del governo che il presidente non può far fuori, e che si presume abbia tutto l'interesse a insidiare Trump. L'ipotesi più intrigante però è Jon Huntsman, attuale ambasciatore statunitense a Mosca, ambizioso passato e futuro candidato alla nomination repubblicana alla presidenza. (Entrambi negano ovviamente l'addebito). Si profila così l'allettante prospettiva di un futuro presidente repubblicano (uomo o donna) che prenda energicamente le distanze dal disastro Trump.
Ma per ora tutti mi dicono che "Trump ha in mano il Partito repubblicano". Se le ripercussioni dell'indagine di Robert Mueller non raggiungeranno un livello da Watergate, se Trump andrà avanti e l'economia continuerà a crescere, il presidente potrebbe benissimo conquistare il secondo mandato. Non oso neppure immaginare l'impatto di otto anni pieni di presidenza Trump sulle relazioni transatlantiche.
Ma anche nella migliore delle ipotesi è improbabile che gli Usa si riprendano come dopo il Watergate e il Vietnam. Mettiamo che un democratico centrista e responsabile come Joe Biden conquisti la presidenza al prossimo turno, magari con una vicepresidente giovane, donna, che rappresenta una minoranza e che è più a sinistra di lui, come Kamala Harris. Mettiamo che il presidente Biden si sforzi davvero di tornare al punto a cui eravamo prima. Anche in quel caso possiamo al massimo sperare in qualcosa di meno di Obama, non certo di più. E non dimentichiamo che è stato Barack Obama, non Trump, il primo a dare priorità al nation-building in patria.
In quei quattro anni il mondo attorno all'America sarà cambiato, ma sarà cambiata anche l'America. Come dopo un ictus, si stabiliranno nuove connessioni neurali in sostituzione delle vecchie, ormai esaurite. Mentre l'America e la Gran Bretagna sono ossessionate dalla minaccia posta dalla Russia, il vero, storico, antagonista strategico e concorrente ideologico globale dell'Occidente, ossia la Cina, sta estendendo costantemente la sua influenza su tutti i continenti. Se la Brexit andrà avanti - e a mio giudizio può e deve ancora essere scongiurata da un secondo referendum - allora, come ha recentemente sostenuto l'esperto di politica estera Americana Walter Russell Mead, un divorzio astioso tra il Regno Unito e l'Ue diminuirà ulteriormente l'impegno statunitense nei confronti dell'Europa.
Ma indipendentemente dagli sviluppi esterni, questo processo è già in atto all'interno degli Usa. L'atlantismo americano è diminuito, sta diminuendo e continuerà a diminuire. L'esperto che guida un think thank atlantista qui a Washington mi ha detto che è come "andare in chiesa e trovare metà delle panche vuote". E si riferisce, bada bene, alle élite dell'ambiente della politica estera che costituivano, per così dire, il coro atlantista. Il resto dei fedeli americani sono sempre stati restii a frequentare quella chiesa.
Dalla finestra del mio albergo vedo il monumento che celebra il generale John J. Pershing e l'offensiva della Mosa-Argonne che, esattamente 100 anni fa, nel settembre 1918, contribuì a spezzare la resistenza dell'esercito imperiale tedesco e condusse direttamente all'armistizio dell'11 novembre. L'intervento americano nella Prima guerra mondiale fu la prima straordinaria manifestazione dell'Occidente transatlantico, geopolitico. Ma gli Usa in seguito si ritirarono per più di vent'anni nell'immensità del loro continente, mentre le democrazie europee soccombevano al fascismo e al comunismo. Solo nel 1941 l'attacco giapponese alla flotta americana a Pearl Harbor consentì infine a Roosevelt di far entrare il suo Paese nella Seconda guerra mondiale.
Ma nel 1945 il primo impulso nazionale degli Usa fu di nuovo quello di ritirarsi nell'immensità del loro territorio. Thomas Wright, dell'istituto Brookings, ci ricorda quanto affermato dall'ambasciatore americano in Unione sovietica, Averell Harriman, ossia che gli americani volevano appianare tutte le differenze con la Russia e poi "andarsene a bere Coca cola al cinema". Ci vollero tutta l'eloquenza di Winston Churchill e la brutalità di Stalin per fargli cambiare idea.
L'epoca della Guerra fredda, fino al crollo dell'Unione sovietica, nel 1991, fu eccezionale sotto il profilo storico. In quei decenni la sensazione opprimente di avere un nemico comune, attestato nel cuore dell'Europa, unì Europa occidentale e Stati Uniti, rendendoli un unico attore geopolitico. Come ho sostenuto altrove, quell'unità di azione transatlantica è stata messa in discussione dalla fine della Guerra fredda in poi. Oggi più che mai i fedeli americani voltano le spalle all'impegno internazionale e non vogliono farsi intrappolare in alleanze, preferendo dedicarsi a risolvere i loro pressanti problemi interni. Un ex segretario di Stato americano mi dice che ormai l'opinione pubblica esprime pochissimo interesse per la politica estera. Chiunque utilizzi gli aeroporti, le autostrade o le ferrovie in questo Paese capisce perfettamente perché ora gli americani intendano impegnarsi a migliorare le loro strutture sul territorio più che pensare a piste di atterraggio e scuole in Afghanistan o in Iraq. "Prima l'America" non è solo uno slogan di Trump. È uno stato d'animo nazionale a cui persino il più internazionalista dei presidenti avrebbe dovuto adeguarsi.
Trump è terribile, ma sotto questo aspetto è tanto sintomo che causa. Il problema della divergenza transatlantica era presente prima di Trump, ha cause più profonde di Trump, e resterà dopo Trump.
Senza dubbio i cento anni di partenariato transatlantico a intermittenza dai tempi dell'offensiva della Mosa-Argonne del settembre 1918 hanno lasciato un imponente retaggio: l'intreccio internazionale economico maggiore e più stretto del mondo; la Nato alleanza di sicurezza con un rinnovato impegno alla mutua difesa grazie a Vladimir Putin; un'intimità culturale e intellettuale senza pari. L'Occidente transatlantico è tuttora un corpo possente, muscoloso - ma con la mente svagata, il cuore debole e l'anima divisa.
Traduzione di Emilia Benghi
Sì, Trump è responsabile in prima persona di buona parte dei guai. Nell'ormai famoso articolo anonimo apparso sul New York Times, un "importante esponente" dell'amministrazione Trump ha scritto: "In pubblico e in privato il presidente Trump mostra di preferire autocrati e dittatori, come il presidente russo Vladimir Putin e il leader nordcoreano Kim Jong-un, e non manifesta sincero apprezzamento per ciò che ci lega ai Paesi nostri alleati a noi affini". Tutto questo Trump lo ha dimostrato per l'ennesima volta nel discorso che ha tenuto all'assemblea generale dell'Onu. È un attivista del fronte sovranista Xi-Putin-Orbán, l'internazionale impossibile di nazionalisti, nemico giurato dell'ordine liberale.
Ho chiesto ai ben informati qui a Washington chi, secondo loro, è l'anonimo autore dell'articolo. Parecchi hanno indicato l'entourage del vicepresidente Mike Pence, un "importante esponente" del governo che il presidente non può far fuori, e che si presume abbia tutto l'interesse a insidiare Trump. L'ipotesi più intrigante però è Jon Huntsman, attuale ambasciatore statunitense a Mosca, ambizioso passato e futuro candidato alla nomination repubblicana alla presidenza. (Entrambi negano ovviamente l'addebito). Si profila così l'allettante prospettiva di un futuro presidente repubblicano (uomo o donna) che prenda energicamente le distanze dal disastro Trump.
Ma per ora tutti mi dicono che "Trump ha in mano il Partito repubblicano". Se le ripercussioni dell'indagine di Robert Mueller non raggiungeranno un livello da Watergate, se Trump andrà avanti e l'economia continuerà a crescere, il presidente potrebbe benissimo conquistare il secondo mandato. Non oso neppure immaginare l'impatto di otto anni pieni di presidenza Trump sulle relazioni transatlantiche.
Ma anche nella migliore delle ipotesi è improbabile che gli Usa si riprendano come dopo il Watergate e il Vietnam. Mettiamo che un democratico centrista e responsabile come Joe Biden conquisti la presidenza al prossimo turno, magari con una vicepresidente giovane, donna, che rappresenta una minoranza e che è più a sinistra di lui, come Kamala Harris. Mettiamo che il presidente Biden si sforzi davvero di tornare al punto a cui eravamo prima. Anche in quel caso possiamo al massimo sperare in qualcosa di meno di Obama, non certo di più. E non dimentichiamo che è stato Barack Obama, non Trump, il primo a dare priorità al nation-building in patria.
In quei quattro anni il mondo attorno all'America sarà cambiato, ma sarà cambiata anche l'America. Come dopo un ictus, si stabiliranno nuove connessioni neurali in sostituzione delle vecchie, ormai esaurite. Mentre l'America e la Gran Bretagna sono ossessionate dalla minaccia posta dalla Russia, il vero, storico, antagonista strategico e concorrente ideologico globale dell'Occidente, ossia la Cina, sta estendendo costantemente la sua influenza su tutti i continenti. Se la Brexit andrà avanti - e a mio giudizio può e deve ancora essere scongiurata da un secondo referendum - allora, come ha recentemente sostenuto l'esperto di politica estera Americana Walter Russell Mead, un divorzio astioso tra il Regno Unito e l'Ue diminuirà ulteriormente l'impegno statunitense nei confronti dell'Europa.
Ma indipendentemente dagli sviluppi esterni, questo processo è già in atto all'interno degli Usa. L'atlantismo americano è diminuito, sta diminuendo e continuerà a diminuire. L'esperto che guida un think thank atlantista qui a Washington mi ha detto che è come "andare in chiesa e trovare metà delle panche vuote". E si riferisce, bada bene, alle élite dell'ambiente della politica estera che costituivano, per così dire, il coro atlantista. Il resto dei fedeli americani sono sempre stati restii a frequentare quella chiesa.
Dalla finestra del mio albergo vedo il monumento che celebra il generale John J. Pershing e l'offensiva della Mosa-Argonne che, esattamente 100 anni fa, nel settembre 1918, contribuì a spezzare la resistenza dell'esercito imperiale tedesco e condusse direttamente all'armistizio dell'11 novembre. L'intervento americano nella Prima guerra mondiale fu la prima straordinaria manifestazione dell'Occidente transatlantico, geopolitico. Ma gli Usa in seguito si ritirarono per più di vent'anni nell'immensità del loro continente, mentre le democrazie europee soccombevano al fascismo e al comunismo. Solo nel 1941 l'attacco giapponese alla flotta americana a Pearl Harbor consentì infine a Roosevelt di far entrare il suo Paese nella Seconda guerra mondiale.
Ma nel 1945 il primo impulso nazionale degli Usa fu di nuovo quello di ritirarsi nell'immensità del loro territorio. Thomas Wright, dell'istituto Brookings, ci ricorda quanto affermato dall'ambasciatore americano in Unione sovietica, Averell Harriman, ossia che gli americani volevano appianare tutte le differenze con la Russia e poi "andarsene a bere Coca cola al cinema". Ci vollero tutta l'eloquenza di Winston Churchill e la brutalità di Stalin per fargli cambiare idea.
L'epoca della Guerra fredda, fino al crollo dell'Unione sovietica, nel 1991, fu eccezionale sotto il profilo storico. In quei decenni la sensazione opprimente di avere un nemico comune, attestato nel cuore dell'Europa, unì Europa occidentale e Stati Uniti, rendendoli un unico attore geopolitico. Come ho sostenuto altrove, quell'unità di azione transatlantica è stata messa in discussione dalla fine della Guerra fredda in poi. Oggi più che mai i fedeli americani voltano le spalle all'impegno internazionale e non vogliono farsi intrappolare in alleanze, preferendo dedicarsi a risolvere i loro pressanti problemi interni. Un ex segretario di Stato americano mi dice che ormai l'opinione pubblica esprime pochissimo interesse per la politica estera. Chiunque utilizzi gli aeroporti, le autostrade o le ferrovie in questo Paese capisce perfettamente perché ora gli americani intendano impegnarsi a migliorare le loro strutture sul territorio più che pensare a piste di atterraggio e scuole in Afghanistan o in Iraq. "Prima l'America" non è solo uno slogan di Trump. È uno stato d'animo nazionale a cui persino il più internazionalista dei presidenti avrebbe dovuto adeguarsi.
Trump è terribile, ma sotto questo aspetto è tanto sintomo che causa. Il problema della divergenza transatlantica era presente prima di Trump, ha cause più profonde di Trump, e resterà dopo Trump.
Senza dubbio i cento anni di partenariato transatlantico a intermittenza dai tempi dell'offensiva della Mosa-Argonne del settembre 1918 hanno lasciato un imponente retaggio: l'intreccio internazionale economico maggiore e più stretto del mondo; la Nato alleanza di sicurezza con un rinnovato impegno alla mutua difesa grazie a Vladimir Putin; un'intimità culturale e intellettuale senza pari. L'Occidente transatlantico è tuttora un corpo possente, muscoloso - ma con la mente svagata, il cuore debole e l'anima divisa.
Traduzione di Emilia Benghi