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David Ermini e Sergio Mattarella (agf)

Csm, l’invasione di campo

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Nel mondo alla rovescia del Movimento 5 stelle funziona così: la politica stia fuori, Bonafede invece entri pure, ci mancherebbe
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Dice il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che la nomina dell'ex deputato Pd David Ermini a vicepresidente del Csm, del quale è membro laico, è uno scandalo. "Il Csm ha deciso di fare politica", è il poco ortodosso commento del Guardasigilli, supportato dal leader Luigi Di Maio che nell'elezione di Ermini vede un'altra mossa del Sistema (la maiuscola è dimaiana, naturalmente) per difendersi dalla rivoluzione M5S. Il torto del Csm è, agli occhi dei vertici grillini, aver bocciato il professore Alberto Maria Benedetti, laico in quota Cinquestelle, a vantaggio del "renzianissimo" Ermini.

Se il ministro Danilo Toninelli pensava di restare isolato nella sua guerra alla logica prima ancora che alla politica, da oggi può sentirsi ben spalleggiato, se non sopravanzato. Bonafede, in tutta evidenza, non è in grado di scorgere il paradosso di un ministro della Giustizia che stronca la libera scelta dell'…
Dice il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che la nomina dell'ex deputato Pd David Ermini a vicepresidente del Csm, del quale è membro laico, è uno scandalo. "Il Csm ha deciso di fare politica", è il poco ortodosso commento del Guardasigilli, supportato dal leader Luigi Di Maio che nell'elezione di Ermini vede un'altra mossa del Sistema (la maiuscola è dimaiana, naturalmente) per difendersi dalla rivoluzione M5S. Il torto del Csm è, agli occhi dei vertici grillini, aver bocciato il professore Alberto Maria Benedetti, laico in quota Cinquestelle, a vantaggio del "renzianissimo" Ermini.

Se il ministro Danilo Toninelli pensava di restare isolato nella sua guerra alla logica prima ancora che alla politica, da oggi può sentirsi ben spalleggiato, se non sopravanzato. Bonafede, in tutta evidenza, non è in grado di scorgere il paradosso di un ministro della Giustizia che stronca la libera scelta dell'organo di autogoverno della magistratura con la motivazione che la politica deve restare fuori da Palazzo dei Marescialli.

Nel mondo alla rovescia dei 5S funziona così: la politica stia fuori, Bonafede invece entri pure, ci mancherebbe. Il ministro, evidentemente, non si ritiene un politico, fedele in questo alla memorabile lezione di Paola Taverna che nella scorsa legislatura, contestata da un gruppo di cittadini romani, scolpì un'autodifesa più granitica di un plebiscito su Rousseau: "Io non sò un politico". La pretesa degli esponenti M5S di considerarsi fuori dal Palazzo, che appariva già bizzarra quando frequentavano il Parlamento da deputati e senatori dell'opposizione, oggi è fraudolenta se usata alla maniera di Di Maio e Bonafede. Non si può governare il Paese e al tempo stesso intervenire sulla cosa pubblica con l'irresponsabilità di un blogger.

Chissà se il Guardasigilli riesce almeno a rendersi conto di aver fornito lui, con il suo sguaiato tentativo di ingerenza, la migliore legittimazione a posteriori del voto espresso dal Csm. Se gli elettori di Ermini temevano lo scenario di una giustizia sotto ipoteca grillina - con la contemporanea guida diretta del ministero e indiretta del Csm - Bonafede li ha rassicurati sulla opportunità della loro scelta. Magari Benedetti sarebbe stato vicepresidente irreprensibile, e il curriculum potrebbe suggerirlo, ma certo non basta l'accento posto da Di Maio sul suo profilo di tecnico indipendente a chiudere la questione. Non dopo che a Palazzo Chigi è approdato un altro tecnico sul cui grado di indipendenza e autorevolezza è preferibile non spendere parole. I fatti parlano a sufficienza.

L'intreccio malsano tra politica e giustizia, le reciproche invasioni di campo, sono state uno dei vizi strutturali della Seconda Repubblica. Ma la soluzione non può essere la cancellazione del confine e il commissariamento grillino delle istituzioni, secondo il principio per il quale una poltrona è bene occupata se a sedervi è un adepto del salvifico culto casaleggiano ed è invece lottizzata in caso contrario. Questo maoismo rancido del M5S, che bombarda il Palazzo del quale occupa ormai il piano nobile e chiede solo gogna e sottomissione per il nemico, non ha nemmeno bisogno di conoscere il modello storico originale perché poggia sulla pulsione basilare delle autocrazie populiste: il rifiuto della democrazia della delega e della separazione dei poteri, peraltro l'unica democrazia fin qui sperimentata.

Nell'Europa dei lumi quel modello era l'unico faro. In quella di Orbán e dei suoi aspiranti emuli italiani, meno. Ma ai numerosi seguaci del culto grillino si potrà sempre spiegare che il problema è il renzismo di Ermini. L'esperienza insegna che ci crederanno.