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(ansa)

Sull'orlo dell'abisso

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La dissennata "manovra del popolo" ha spalancato all’Italia le porte del precipizio e spinge il Paese a uscire dalla moneta unica
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Non servivano gufi né Cassandre, per immaginare che la dissennata "manovra del popolo" a spese del popolo avrebbe spalancato all'Italia le porte dell'abisso. Le parole di Juncker, che avvisa il governo dell'indisponibilità europea a fare sconti al Belpaese, pena la sopravvivenza stessa della moneta unica, non sono lo sfogo di un lussemburghese intemperante, ma la logica conseguenza dello strappo politico e aritmetico deciso dal governo giallo-verde.

In questi tre mesi avevamo temuto il famoso "Cigno Nero" teorizzato dall'economista Nassim Nicholas Taleb. L'improbabile che sconvolge le nostre vite, l'evento esterno imprevisto e improvviso che, indipendentemente dalla volontà italica, ci avrebbe spinto fuori dall'euro e dall'Europa. Tipo: l'attacco della speculazione internazionale, o la Spectre globale che affonda la coalizione lega-stellata, primo e pericoloso embrione sovranista coltivato in vitro nel labor…
Non servivano gufi né Cassandre, per immaginare che la dissennata "manovra del popolo" a spese del popolo avrebbe spalancato all'Italia le porte dell'abisso. Le parole di Juncker, che avvisa il governo dell'indisponibilità europea a fare sconti al Belpaese, pena la sopravvivenza stessa della moneta unica, non sono lo sfogo di un lussemburghese intemperante, ma la logica conseguenza dello strappo politico e aritmetico deciso dal governo giallo-verde.

In questi tre mesi avevamo temuto il famoso "Cigno Nero" teorizzato dall'economista Nassim Nicholas Taleb. L'improbabile che sconvolge le nostre vite, l'evento esterno imprevisto e improvviso che, indipendentemente dalla volontà italica, ci avrebbe spinto fuori dall'euro e dall'Europa. Tipo: l'attacco della speculazione internazionale, o la Spectre globale che affonda la coalizione lega-stellata, primo e pericoloso embrione sovranista coltivato in vitro nel laboratorio politico europeo. 

Bene, ora sappiamo che il "Cigno Nero" esiste davvero, ma non abita altrove: non è Juncker né Draghi, non è Merkel né Macron. Il "Cigno Nero" ce l'abbiamo dentro casa: è di volta in volta Di Maio e Salvini, Savona e Tria. Sono loro che stanno spingendo l'Italia verso il salto nel buio. Piazza Affari brucia altri 5 miliardi di capitalizzazione, lo spread sfonda quota 280 e i rendimenti dei titoli decennali sforano il tetto del 3,3 per cento: è il minimo che ci possiamo aspettare. 

Il ministro del Tesoro che si affaccia all'Ecofin di Bruxelles come un "ospite" sgradito, e dopo appena un paio d'ore scappa a Roma di corsa, è la rappresentazione più plastica del caos tricolore. Investitori esteri e istituzioni europee si erano fidati di lui. Mattarella l'aveva voluto a Via XX Settembre proprio per questa sua presunta missione: sarà lui l'argine alle spese pazze in disavanzo. 

Non è andata così: l'onda giallo-verde ha tracimato, e l'ha travolto in un amen. La gloriosa "resistenza" di Tria, se mai c'è stata, è durata una notte. E il suo tentativo di giustificare la resa è assai poco convincente. "La scommessa è la crescita", sostiene il ministro, che punta "all'1,6% nel 2019 e all'1,7% nel 2020" grazie a "un piano straordinario di investimenti pubblici" pari a 15 miliardi di qui al 2021. 

Ma come si possa immaginare un "moltiplicatore" del genere resta un mistero misterioso. Il Pil viaggia già verso lo zero, con una crescita a legislazione vigente già ridotta a un misero 0,9% (come prevede lo stesso Tria). La manovra investe quasi tutto sull'assistenza (con il reddito di cittadinanza), sul ritorno alle pensioni d'anzianità (con quota 100) e su una finta "flat tax" (con uno sconto per uno sparuto drappello di partite Iva). Perché mai dovremmo crescere così tanto? Perché mai con un extra-deficit triennale dovremmo "ridurre il debito pubblico di un punto all'anno"? Perché mai nel prossimo futuro dovrebbe funzionare una "clausola di salvaguardia" non più sull'Iva ma sulle spese correnti, che sarebbero tagliate "in automatico" se a consuntivo sforassimo il tetto del 2,4 per cento? Anche Tria estrae numeri al Lotto. E Savona, che dal primo giugno continua la sua oscura ma solerte opera di avvelenamento dei pozzi, ci mette il carico con un Def tutto suo, diverso da quello del Tesoro: secondo il ministro degli Affari europei "cresceremo addirittura del 3 per cento", e crepi l'avarizia. 

Meno male che questo è il governo che ha dichiarato guerra al gioco d'azzardo. 

Di fronte a tanta "fantasia al potere" le minacce preventive di Juncker, Moscovici e Dombrovsky saranno pure fastidiose (perché arrivano da un pulpito altrettanto screditato come la Commissione Ue) ma sono fin troppo scontate. Non è forse vero che le cifre del Def "sembrano fuori dalle regole"? 

Di Maio, sceso dal balcone, sale sul pennone e issa la solita bandiera: noi siamo il popolo, e chi dubita è nemico del popolo. L'accusa ai commissari europei di fare "terrorismo sui mercati" è la rituale scappatoia di chi, non sapendo come nascondere le sue balle spaziali, si rifugia nelle scie chimiche del vittimismo e del complottismo. Non se ne può più di sentire la trita paccottiglia passatista ("e allora anche Renzi che voleva il 2,9 per cento?", "e allora anche gli 80 euro non erano assistenzialismo?"): gli errori di chi governa oggi non si sanano ricordando ogni volta quelli di chi ha governato ieri. 

Ma questa allegra baldoria politica e aritmetica non è ancora niente. Ben altri e più tragicomici pasticci si profilano sulla legge di stabilità da varare entro il 15 ottobre. Proprio a partire dal reddito di cittadinanza, sacro totem pentastellato: Di Maio vedrebbe bene l'erogazione attraverso la tessera sanitaria, mentre la viceministra grillina Castelli, con buona dose di lisergica creatività, preferirebbe un bancomat, o magari una carta prepagata, o forse una App. 

Per la gioia dei nostri poveri vecchi, così abili all'uso dello smartphone e ancora memori dei trionfi della Social Card tremontiana. Fino ad arrivare al condono, sul quale è in corso una riffa paesana: "tetto di 100 mila euro", gridano i Cinque Stelle, "no meglio 1 milione", urlano i leghisti padani, "chiudiamo a 500 mila" propone il viceministro Garavaglia. Nessuno ricorda che dopo otto sanatorie (la prima nel 1973, quarto governo Rumor) e un gettito da 62 miliardi, i condoni hanno solo ingrassato la nuova evasione, ormai esplosa a 200 miliardi. 

Questa manovra è irriformabile: riflette la mera giustapposizione delle promesse che, scritte sul contratto, diventano debito. Parla a due elettorati distinti e distanti, ma non dice e non dà nulla al ceto medio, all'Italia che lavora e che produce, che paga le tasse e compete. Ha detto Salvini, con il consueto piglio ducesco: "Dei mercati me ne frego, e se l'Europa ci boccia tiriamo avanti lo stesso...". Più che al fascismo, siamo al doroteismo: Andreotti sosteneva che "è meglio tirare a campare che tirare le cuoia". Ma stavolta, purtroppo per noi, è più probabile la seconda.