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(ansa)

Macerata, l’atto di odio dell’Uomo Bianco

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La sentenza che condanna Traini consente di costruire "memoria", suturare una ferita e immettere anticorpi contro la bestia razzista e suprematista
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La sentenza che condanna a dodici anni di reclusione Luca Traini per la strage del 3 febbraio scorso a Macerata consegna quella giornata di sangue a ciò che è stata. Un atto di odio razziale. E la forza della pronuncia è esattamente in questo. Nel sottrarre la definizione di quella decimazione del "altro da sé", del tiro al "negro", alle attenuanti di un cortocircuito transitorio o permanente della psiche, a una qualche forma di sociopatia, o, peggio, al ciarpame dell'epica del giustiziere solitario che ha agito e agisce la vendetta in nome e per conto della sua "comunità".

E dunque, e di nuovo: un atto di odio dell'Uomo Bianco contro l'Uomo Nero. Questa è stata la strage di Macerata.

Conviene e converrà ripeterlo e ripeterselo. A maggior ragione perché alla nettezza della definizione che qualifica la strage si accompagna una pena per il suo responsabile che, per la sua entità, n…
La sentenza che condanna a dodici anni di reclusione Luca Traini per la strage del 3 febbraio scorso a Macerata consegna quella giornata di sangue a ciò che è stata. Un atto di odio razziale. E la forza della pronuncia è esattamente in questo. Nel sottrarre la definizione di quella decimazione del "altro da sé", del tiro al "negro", alle attenuanti di un cortocircuito transitorio o permanente della psiche, a una qualche forma di sociopatia, o, peggio, al ciarpame dell'epica del giustiziere solitario che ha agito e agisce la vendetta in nome e per conto della sua "comunità".

E dunque, e di nuovo: un atto di odio dell'Uomo Bianco contro l'Uomo Nero. Questa è stata la strage di Macerata.

Conviene e converrà ripeterlo e ripeterselo. A maggior ragione perché alla nettezza della definizione che qualifica la strage si accompagna una pena per il suo responsabile che, per la sua entità, non la trasforma in vendetta. Che, nel rispettare il codice, non pone le premesse per trasformare Traini in un martire dell'Italia della paura. E che - ne siamo convinti - intende riaffermare principi di civiltà giuridica e di uguaglianza di fronte alla legge, di funzione rieducativa della pena, che oggi valgono per l'Uomo Bianco e domani varranno per l'Uomo Nero riconosciuto colpevole. Quale che sia il reato. Quale che ne sia la ferocia. Quali che ne siano le vittime. Perché come i carnefici, pari sono, anche loro. Quale che sia il colore della loro pelle.

In un Paese avvelenato dal linguaggio dell'odio e della paura di chi ne dovrebbe garantire e promuovere la coesione, la sentenza di Macerata, i tempi "giusti" e "ragionevoli" in cui è stata pronunciata (otto mesi dal fatto), sono dunque un mattone che dovrebbe consentire di costruire "memoria", di suturare una ferita indicandone contestualmente l'origine. Di immettere in una narrazione politica maggioritaria tanto cinica quanto sgangherata e a tratti miserabile anticorpi contro la bestia razzista e suprematista da cui si riteneva che il Novecento ci avesse vaccinato una volta per tutte. Ma perché questo accada sarebbe necessario che in quella sentenza pronunciata "in nome del popolo italiano" si riconoscessero anche quanti in nome del popolo quella bestia hanno finito per risvegliarla.

Non può infatti non colpire come la sentenza che condanna Traini sia stata pronunciata nella "giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione" che le istituzioni del nostro Paese, per la prima volta, deliberatamente e quale "atto politico" hanno deciso di disertare. Come se la memoria di 368 innocenti morti su un barcone al largo di Lampedusa nel 2013, 368 neri, il loro significato, fosse un inciampo della nostra storia, del nostro tempo. Un feticcio "buonista", come ama definirlo il ministro dell'Interno nel silenzio ignavo dei Cinque stelle, del loro azionista di maggioranza nel governo (il vicepremier Luigi Di Maio) e del fine giurista e presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Già, ieri, lo Stato ha parlato con la voce della Corte di Assise di Macerata, con i suoi giudici togati e popolari, per dirci cosa è accaduto il 3 febbraio 2018 in un angolo della nostra ricca e quieta provincia. Ma ha insieme mostrato tutta la sua ferocia scrollandosi di dosso il fastidioso ricordo di un'altra strage.

Un Paese senza memoria non ha alcun futuro. Ma questo agli impresari della paura nulla importa. La "memoria", infatti, è un guaio. Perché costringe a chiamare le cose con il loro nome, a rappresentarsene la complessità. A dirsi quello che si fa fatica ad accettare. A uscire dall'incantesimo dei nuovi inizi. Per questo è una buona notizia che nel silenzio dei suoi stregoni, ieri, il popolo italiano abbia parlato. In un'aula di giustizia e non in una diretta Facebook. Dietro a uno scranno e non da un balcone. Per dire che il 3 febbraio fu odio razziale. Che il colpevole, bianco, pagherà. E le sue vittime, nere, andranno risarcite.