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Così Michele Ainis ci racconta la solitudine dell'uomo digitale

Una raccolta di articoli e saggi brevi per illustrare paradossi e punti di crisi della nostra contemporaneità
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Tutto, ricorda Michele Ainis ne Il regno dell'Uroboro - volume che raccoglie suoi recenti articoli e saggi brevi, alcuni dei quali apparsi, in forma leggermente diversa, su Repubblica - inizia meno di nove anni fa, il 4 dicembre 2009, quando Google avvisa che comincerà a personalizzare gli avvisi in base agli utenti: se cerchi "calcio", in base alle tue navigazioni ti può venir fuori "Juve" o "Roma" (e se cerchi spread, reddito di cittadinanza, vaccini, Junker che barcolla, avrai risposte coerenti con le tue abitudini).

Perché tutto questo ha un valore epocale? Perché da quel momento si è compreso che la funzione capitale del web era registrare molto più che comunicare. Chi accede al web ha fisicamente l'impressione di guardare la televisione, ma in realtà tra il guardare un video in tv o sul telefonino ha luogo una rivoluzione copernicana. Nel primo caso, siamo noi che guardiamo il video. Nel seco…
Tutto, ricorda Michele Ainis ne Il regno dell'Uroboro - volume che raccoglie suoi recenti articoli e saggi brevi, alcuni dei quali apparsi, in forma leggermente diversa, su Repubblica - inizia meno di nove anni fa, il 4 dicembre 2009, quando Google avvisa che comincerà a personalizzare gli avvisi in base agli utenti: se cerchi "calcio", in base alle tue navigazioni ti può venir fuori "Juve" o "Roma" (e se cerchi spread, reddito di cittadinanza, vaccini, Junker che barcolla, avrai risposte coerenti con le tue abitudini).

Perché tutto questo ha un valore epocale? Perché da quel momento si è compreso che la funzione capitale del web era registrare molto più che comunicare. Chi accede al web ha fisicamente l'impressione di guardare la televisione, ma in realtà tra il guardare un video in tv o sul telefonino ha luogo una rivoluzione copernicana. Nel primo caso, siamo noi che guardiamo il video. Nel secondo, per così dire, è il video che guarda noi, nel senso che annota quello che guardiamo, i commenti che facciamo, le persone a cui inviamo il link, la frequenza con cui ci ritorniamo. Il grandissimo merito di Ainis è di isolare lucidamente le conseguenze di questa rivoluzione, e di farlo con grandissima concisione, il che è un merito in sé, ma anche comparativamente, se si considera la pletora di libri che escono sul web, prima entusiastici, ora per lo più critici, ma che lasciano sempre l'impressione di non aver colto il punto, e di parlare di uno strano oggetto di cui non si è ancora compresa la natura, e nemmeno i confini. Le conseguenze della rivoluzione riguardano essenzialmente il sapere, la politica e il lavoro.
 
Sul piano del sapere, abbiamo una sorta di monadizzazione della conoscenza, cioè la "solitudine di massa" di cui parla il sottotitolo del libro di Ainis. Questa monadizzazione dopotutto risolve un vecchio problema scolastico: c'è un momento nella vita di tanti studenti italiani in cui il professore di filosofia entra in classe e parla di Leibniz, e della sua teoria della monade, che sarebbe una forza senza estensione che si rappresenta l'intero universo dalla propria prospettiva. Va' a capire di che si tratta, ed è inutile chiedere lumi al professore perché non lo ha capito nemmeno lui. Ora è invece chiarissimo: ognuno noi è una monade nel senso che si rappresenta il mondo, il World Wide Web, da una prospettiva, la sua, personalissima, quella appunto determinata dalle coordinate che gli algoritmi gli hanno cucito addosso. Così che la Rete Ampia come il Mondo diviene la descrizione di casa nostra, e la comunicazione universale diviene l'interlocuzione con gli unhappy fews con cui condividiamo pregiudizi e preferenze. Così noi tutti viviamo in mondi diversi, ossia, sembrerebbe, da sonnambuli, se seguiamo Eraclito, giacché "Unico e comune è il mondo per coloro che sono desti, mentre nel sonno ciascuno si rinchiude in un mondo suo".
 
È facile vedere come, nell'ambito della politica, questa frammentazione sia il terreno di coltura ideale per la crescita delle convinzioni identitarie, delle rappresentazioni dogmatiche, delle teorie del complotto. Se nella tua echo camber sono convinti che la Luna è fatta di formaggio ti apparirà del tutto naturale pensare che chi dice che è fatta di pietra è parte di un Complotto. E questo non vale ovviamente solo per la materia di cui è fatta la Luna, ma viene a toccare elementi più sensibili come il funzionamento dei mercati, le conseguenze delle manovre economiche, l'utilità dei dazi, le conseguenze socioeconomiche delle migrazioni. Ma mentre gli elettori hanno informazioni molto parziali, perché monadiche, gli eletti (purché abbiano i soldi per pagarsi le informazioni, ma sono soldi ben spesi, per loro) ne hanno di molto esatte, almeno sulle credenze degli elettori. Questo è un vantaggio elettorale, indubbiamente, ma al tempo stesso costituisce una enorme limitazione del potere politico di cui i teorici del potere come panopticon, che guarda senza esser visto, non avevano tenuto conto. Da una parte, i politici sono visibilissimi, ma questi sono fatti loro, se lo scelgono attraverso una frequentazione compulsiva dei social. Dall'altra, ed è più significativo e drammatico, abbiamo il passaggio dei politici da classe dirigente a classe diretta, perché quello a cui rispondono non è una opinione pubblica vaga e impalpabile, ma una quantificazione e rappresentazione esatta del gradimento e dei desideri degli elettori. E se prevale, poniamo, la dottrina della luna fatta di formaggio, allora sarà politicamente doveroso dar vita alla lega del formaggio e al movimento della luna.
 
Di solito, le idee balzane e i sentimenti complottisti sono il frutto immaginario di disagi paure reali, per esempio rispetto al lavoro. È un fatto che c'è sempre meno lavoro e non è chiaro come potrà tornare. Da questo punto di vista, bisognerebbe distogliere gli occhi dal complotto della luna e dei mercati e considerare un fatto a cui pochi prestano attenzione. Mentre soddisfiamo i nostri bisogni ed esprimiamo le nostre idee,  surroghiamo le funzioni di banche, giornali, pubblicità e agenzie di viaggi (la scomparsa della intermediazione, che è in effetti il ricorso a sistemi più potenti e centralizzati di mediazione offerti dalle piattaforme). Soprattutto, creiamo enormi archivi su noi stessi, sulle nostre abitudini, sulle nostre regole e sui nostri strappi alla regola. Così facendo, lavoriamo, gratis e senza saperlo, perché produciamo una ricchezza molto superiore a quella dei soldi. Un capitale che non si limita a dare informazioni su quanto possiamo spendere, ma su quello che siamo e quello che vogliamo, su quello che il denaro non solo non può comprare, ma neppure è in grado di rappresentare dettagliatamente. Ainis parla del paradosso della privacy: il 92% dei giovani non legge i termini e le condizioni della privacy, ma sostiene che è importante.

Non so quanto grande sia la percentuale dei vecchi, come me, che non leggono i termini e non la ritengono importante. Ma non mi stupirebbe che fosse anche maggiore. Non solo perché moltissime persone rinunciano volentieri alla privacy andando sui social network, ma anche (e soprattutto) perché secondo me il problema è un altro. Non è questione di riservatezza borghese, di decoro, di fare i fatti propri con la dovuta discrezione: ma di lavoro. Mentre rinunciamo spensieratamente alla privacy, produciamo ricchezza. Ora, la privacy non ha prezzo, anche nel senso che non necessariamente interessa, e non è chiaro come possa essere tutelata. Ma il lavoro che produciamo un prezzo ce l'ha, può essere quantificato, e deve essere pagato dalle piattaforme senza gravare sui bilanci degli stati. Riducendo lo scontento sociale, e magari rendendo più onorevole, fattibile, e gratificante, il compito politico di servire un popolo meno impaurito e arrabbiato.