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Denis Mukwege e Nadia Murad, vincitori del premio Nobel per la pace (ansa)

Un Nobel per le donne

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Il medico che cura le giovani violentate e la ragazza seviziata dell'Isis sono testimoni di tragedie lontane
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Quanto sono remote da noi le vere, grandi tragedie del mondo, come questa che il Nobel per la pace ci ricorda, premiando un uomo e una donna che al posto nostro se ne stanno occupando eroicamente. Ce le hanno già raccontate in passato più volte, proprio queste stesse storie di sterminio femminile, e ogni volta ci siamo indignate e commosse e un po’ anche vergognate dei nostri drammi pur veri e delle nostre battaglie pur necessarie. Ma poi quegli eventi spaventosi in luoghi irraggiungibili perché ancora straziati da conflitti, suscitano opinioni, discussioni, cortei, manifesti, progetti, che poi a poco a poco si liquefano e si dimenticano. O forse no, restano un rimorso e una sconfitta in un antipatico angolino della coscienza e del pensiero, ma intanto le guerre proseguono, e le giovani donne per noi invisibili continuano a centinaia ad essere rapite, vendute, violentate, torturate, mutilate, uccise o spinte a suicidarsi perché anche la sofferenza e l…
Quanto sono remote da noi le vere, grandi tragedie del mondo, come questa che il Nobel per la pace ci ricorda, premiando un uomo e una donna che al posto nostro se ne stanno occupando eroicamente. Ce le hanno già raccontate in passato più volte, proprio queste stesse storie di sterminio femminile, e ogni volta ci siamo indignate e commosse e un po’ anche vergognate dei nostri drammi pur veri e delle nostre battaglie pur necessarie. Ma poi quegli eventi spaventosi in luoghi irraggiungibili perché ancora straziati da conflitti, suscitano opinioni, discussioni, cortei, manifesti, progetti, che poi a poco a poco si liquefano e si dimenticano. O forse no, restano un rimorso e una sconfitta in un antipatico angolino della coscienza e del pensiero, ma intanto le guerre proseguono, e le giovani donne per noi invisibili continuano a centinaia ad essere rapite, vendute, violentate, torturate, mutilate, uccise o spinte a suicidarsi perché anche la sofferenza e l’umiliazione e la irrimediabile solitudine hanno un limite di sopportazione: le donne da punire e distruggere in quanto prede di guerra, simbolo della sconfitta del nemico, trofeo vissuto come una vittoria, sfregio del maschio al maschio attraverso il corpo delle sue donne. 

Il Nobel Denis Mukwege è un ginecologo che esercita la professione nel suo paese, la Repubblica democratica del Congo, 80 milioni di abitanti divisi in etnie e fazioni; la guerra sarebbe finita da tempo ma non le varie guerre civili in cui le donne continuano a essere martirizzate. È impressionante che Mukwege venga chiamato non l’uomo che cura le donne, ma che “le ripara”, perché la definizione evoca non solo gli stupri ma una vera e propria distruzione fisica, parlando del corpo femminile come fosse un’automobile, un oggetto inanimato da sistemare: ne ha “aggiustate” in 20 anni di guerre senza fine più di quarantamila, in un inarrestabile “genocidio sessuale” come l’aveva definito Ban Ki-moon quando era segretario generale dell’Onu. 

Da tutt’altra parte viveva la ragazza cui è stato assegnato l’altro premio Nobel, perché come vittima di atrocità ha avuto il coraggio di raccontare le sue sofferenze, di non vergognarsene, di combattere perché il resto del mondo reagisca e salvi altre donne che non riescono a fuggire, come ha fatto lei. Nadia Murad, in un villaggio isolato del nord Iraq ormai disabitato dove la religione praticata era quella Yazida, che riunisce principi del zoroastrismo, cristianesimo, ebraismo, islamismo. I criminali dell’Isis hanno catturato le giovani donne, sterminato la popolazione che non era riuscita a fuggire causando un milione di rifugiati (non si spaventino i protettori della nostra civiltà, la maggior parte è stata accolta in Germania). Con la protezione dell’avvocata Amal Alamuddin due anni fa Nadia ha raccontato all’Onu l’irraccontabile della sua schiavitù, della sua resistenza a ogni sevizia tra l’altro perpetrata in pubblico per aumentarne la crudeltà: e vederla così piccolina, intimidita, tutta vestita di nero, una fragile, irremovibile ragazza allora di 23 anni, accanto alla bellissima, elegante signora Amal in Clooney, era stato uno di quei momenti di commossa partecipazione che poi forse si è trasformata in autentici tentativi di aiuto, conunque non sufficienti. Chi non si ferma è lei, Nadia, pur continuamente minacciata di rapimento e morte: ha scritto la sua storia, L’ultima ragazza, Mondadori, e su di lei l’americana Alessandra Bombash ha girato il documentario On her Schoulders presentato all’ultimo Sundance Film Festival. 

Resta da chiedersi perché in guerra e nella pacifica quotidianità, ci sono uomini che si accaniscono con la loro forza o il loro potere sulle donne: per viltà o vero odio di genere?